7-Origini di Eva e il suo incontro con Adamo

Prima che conoscessi te, io ignoravo la mia esistenza, essendo immersa in una sostanza disintegrata e amorfa. Almeno fu questa l'impressione che ebbi di me, mentre la mia coscienza vi si spaziava e vi si consolidava, poiché il mio organismo già era nato e iniziava a prendere parte attiva alla vita. A ogni modo, non so precisare con esattezza se, quando non ero ancora in possesso dell’attuale mio fisico, avessi la facoltà di percepirmi con pensieri, di protendermi con idee, di esprimermi con concetti oppure con altre astrazioni dell’intelletto. Anche perché un senso d’immobilità e d’indifferenza mi teneva inchiodata nel cieco antro di una incosciente passività. Insomma, io non ero uno spirito vivo e attivo; ma ero da definirmi un qualcosa di materiale morto e inattivo.

Invece poco dopo, a un tratto iniziai a notarmi esistente, ad avvertire che ero un essere contemplativo; ma pure provai l’effetto del mio pensiero vacillante e indeciso, restando sempre nell’inconsapevolezza di avere a mia disposizione un corpo già armonicamente precostituito. L’essenza del mio spirito, in verità, si presentava appesantita, sconcia, stordita, direi assai repressa. Malgrado ciò, essa tentava di crearsi in tutti i modi un varco tra quelle omogeneità nulle e illimitate, le quali la circoscrivevano e ne delimitavano ogni brama espansionistica.

Fu un profondo sbadiglio a darmi il primo sentore del mio essere materiale e vivente. Istintivamente, allora, le mie braccia si sbizzarrirono in mille movimenti omnidirezionali, siccome le mie mani morivano dalla voglia di tastare qualcos’altro, oltre che sé stesse. Riuscendo poi vana tale loro comprensibile intenzione, esse si diedero a un totale rilassamento, riconducendosi così in prossimità della mia restante parte del corpo, fino ad adagiarsi su di esso, essendo diventate oramai rinunciatarie. Probabilmente fu l’incipiente vitalizzarsi di tale parte del mio organismo a richiamare a sé i miei due organi appendicolari, a spronarli a rendersi conto di tanto e così ribollente fervere di sangue e di umori, che si era dato a prodursi dentro di me. Perciò le sentivo follemente curiose, mentre andavano sfiorando le varie membra del mio corpo e si rapportavano con loro, convincendosi che esse, insieme con le nuove parti che andavano scoprendo, formavano un unico e indivisibile blocco organico.

Stando così le cose, ero in grado solo di sentirmi, ma non di vedermi; né cercavo d'immaginarmi in qualche modo. Il mio pensiero, più che restare in me stessa, dal momento che m’ignorava, con slanci continui tentava di proiettarsi all’esterno di sé, ossia fuori del mio corpo. Sembrava addirittura che volesse dirigersi verso un qualcosa, a cui neanche esso riusciva ad assegnare una qualità e una forma, pur bramandolo con forsennatezza.

Perciò avvertivo in me un'esplosione di sensazioni di vario tipo: esse, partendo da un punto centrale insito nel mio intimo, si scagliavano tutt’intorno a me con furore selvaggio e con ridda caotica. Io le percepivo nel mio organismo simili a mille forze eterogenee e convulse che si scatenavano come furie impazzite, siccome venivano incalzate da impulsi centrifughi. Infine, non potendo fuoriuscire da me, essendo parti inscindibili del mio stesso essere, le medesime mi provocarono una spinta così forte verso l’alto, da avere la sensazione che io venissi catapultata nell’immenso vuoto sovrastante.

Durante quella terribile circostanza, per me era come insinuarmi rapidamente e vertiginosamente tra spazi gelidi e tenebrosi, nei quali sentivo il mio corpo divenire preda di un grave assideramento. In un simile roteare vorticoso, comunque, io provavo soltanto le sensazioni di movimento e di congelamento. Invece erano assenti in me le altre percezioni di natura diversa, ammesso che allora ce ne fossero dentro di me, non mostrandosi esse palesi oppure avvertibili dalle mie sensazioni!

In séguito, un’agitazione di chiazze biancastre dilagarono per l’oceanica massa delle tenebre e si diedero a dilaniarle e a divorarle senza perdere un attimo di tempo. A causa di ciò, ne derivò una vera e propria baruffa tra le tetre masse ricalcitranti e quelle luminose invaditrici. Queste ultime, però, essendo intenzionate a subentrare alle prime, si adoperavano accanitamente per conseguire tale loro intento manifesto. Così, per forza di cose, mi ritrovai nel mezzo di un’aspra e violenta battaglia, competitrici della quale non potevano essere che l’assediante luce e le assalite tenebre che ancora resistevano. Per la quale ragione, in qualunque parte volgessi il mio sguardo, scorgevo una sommossa di tenebrose masse inferocite che confusamente cercavano di opporsi alle attaccanti schiere portatrici prima di chiarore e poi di luce. Queste, come potevo avvedermi, a confronto delle antagoniste sconvolte, apparivano più spavalde, più gagliarde, più vigorose, riuscendo facilmente a sbaragliarle. Difatti le assalivano e le combattevano fieramente, ora azzannandole con ferocia ora stritolandole con determinazione e fermezza.

In un caos simile, che veniva squarciato in continuazione da convulsi baleni che si alternavano al buio totale, spesso mi capitava di trovarmi in mezzo a un loro scontro frontale. Allora entrambi i miei occhi non riuscivano a tollerare nemmeno per breve tempo quella congerie di fulminei e intermittenti guizzi. I quali si presentavano a volte luminosi altre volte ottenebranti, ferendomi gravemente la vista e arrecando a essa dei traumi violenti. Anzi, fu proprio uno di quegli efferati traumi ad arrecarmi inesorabilmente la completa cecità, oltre a procurarmi la perdita dei sensi, facendoli immergere nel nulla totale.


Quando ripresi conoscenza, io volavo tra banchi di grigiastre nuvole fuggenti, lontana da ogni visione di conflittualità scatenata. Aneliti profondi facevano schiudere quella mia pazza corsa all’infinità di quegli spazi nebulosi, che si susseguivano con la massima rapidità e senza subire cangiamenti. Se non erravo, mi sembrava che una forza immane, situata a una grande altezza, mi attirasse irresistibilmente a sé. Da parte mia, ben volentieri mi lasciavo attrarre da essa, poiché quanto più in alto riuscivo a elevarmi, tanto più mi sentivo completa e cosciente, nonché capace di provare le più sublimi suggestioni.

Continuando così quella mia imperterrita ascensione, a un certo momento, dopo avere avvertito l’effetto di un urto violento, mi sentii immobilizzare di colpo, rimanendo nel vuoto come sospesa. Intanto che trascorreva la mia breve pausa di sospensione nell’aria, provavo quasi sbigottita la tremenda sensazione dell'infinito vuoto sottostante, che minacciava di risucchiarmi impietosamente. Alla fine ebbi l'impressione che stessi precipitando giù e dirigermi verso un luogo così profondo, da apparirmi irraggiungibile. In quella vertiginosa discesa, la quale era da considerarsi una vera caduta a precipizio, mi pareva che il respiro mi si stesse mozzando in gola; nel frattempo che lo stomaco dava segni di rigetto, perché erano venute ad attanagliarlo delle dolorose contrazioni. Invece la mia testa si era messa a girare fortemente; anzi, era diventata quasi una trottola, mentre annegavo nella totale disintegrazione del mio essere e del mio pensiero.

Una volta che mi fu ritornato il risveglio dei sensi, anche i miei occhi si riaprirono alla luce, restando sbalorditi di fronte a tanta vitalità naturale, che ora mi si presentava intorno animata e festosa. Essi si rallegrarono un mondo, nello scorgere per la prima volta intorno a loro tante soavità e dolcezze, spettacoli così stupendi e inimitabili. Perciò, in cuor mio, ringraziavo Colui che mi aveva messa in mezzo a quelle perfette bellezze e mi stava anche permettendo di goderne a sufficienza.

In un primo momento, i miei occhi, essendo stati affascinati dalle sublimi meraviglie della natura, avidamente si avventavano su tutto ciò che li entusiasmava in modo straordinario, poiché esso era venuto a generare degli stupendi scenari. Così, fra le tante bellezze naturali, potevo ammirare anche le seguenti: il terso cielo azzurro, che alcune rosee nuvole solcavano alla spicciolata; la verdeggiante valle, che era cosparsa di policromatiche fasce floreali; una gioiosa corsa di animali, che si rincorrevano per gioco; il morbido svolazzare delle farfalle, che si andavano posando su fiori e fili d’erba; il felice volo degli uccelli, che arabescavano il cielo tra gai cinguettii; l’immenso prato, che si presentava totalmente verde e ricamato da vivaci colori; il piacevole zampillio di una polla, che sgorgava dal terreno e dava origine a un ruscello fresco e chiacchierino.

Ebbene, tali spettacoli, insieme con altri altrettanto incantevoli, facevano beneficiare i miei occhi e le mie orecchie di sensazioni rilassanti e gratificanti, delle quali anche il mio animo risentiva gradevolmente. Lo stesso mio spirito si sentiva ribollire di frementi desideri e d'ilari compiacimenti, poiché, in una natura così prospera e maestosa, esso ritrovava il suo posto connaturale e vi si dispiegava con un’abbondanza di appagata serenità. Inoltre, poco alla volta, andavo scoprendo nel mio io quell’integrità interiore, la quale fino a quell'istante mi era mancata. Adesso essa mi andava irradiando e illuminando con il suo fulgore, oltre a rendermi ricca d'intimità. Soprattutto mi faceva intendere e comprendere ogni cosa con una lucidità di mente davvero sbalorditiva. Finalmente mi andavo divincolando da quel mio io, che prima mi aveva resa impotente a vedermi e a farmi sentire qualcuna. Per questo m’identificavo nell’attuazione e nel significato più pieni, intesi l'una e l'altro in senso materiale e spirituale.

A tale mia conquista interiore, avvertii l'esigenza di approfondire la mia realtà, congiuntamente a quella del suo Autore. La mia integrità spirituale era comprovata appunto da quel mio nuovo bisogno che spontaneamente era nato dentro di me. Ora esso mi spronava a convincermi della logicità del mio essere, del suo Creatore e dello stesso mio desiderio di volermi accettare e definire a rigore di logica. Per questo motivo, mi andavo cercando all’interno di me con un ardore più forte di quello dimostrato nel contemplare la natura, con una coscienza divenuta più razionale e lucida. Ormai avevo a disposizione un procedimento di analisi e di sintesi esclusivamente sistematico e metodico.

Il sentirmi completa non mi appagava più, dal momento che volevo vedermi efficiente pure attraverso la razionale riflessione del mio pensiero. Ma tale mia intenzione mi si rivelò ben presto una vera chimera, non essendo io ancora in possesso di quei requisiti indispensabili per tradurla in atto e portarla felicemente in porto. Fin dall'inizio, infatti, dovetti desistere da un simile mio proposito, poiché trovai un io complesso e incircoscrivibile nascosto sotto il mio essere. Invece esso all’inizio mi era apparso limitato e di una semplicità incredibile. La sua complessità maggiore derivava dal fatto che la sua essenza investigativa, dopo essersi immedesimata con la sua essenza costitutiva, non riusciva più a considerarla come l’oggetto della sua speculazione e, quindi, non era più in grado di fare uno studio su di essa. Per la qual cosa, si aveva in me unicamente una grande confusione di pensieri e d’idee, che venivano sempre e soltanto a capo di un puro niente.

Avendo rinunciato a una pretesa di quel calibro, allora mi ridiedi a considerare il mio io sensitivo, mostrandomi incurante di ogni altra realtà che non fosse in relazione con esso. Perciò la natura circostante fu il mio primo obiettivo, naturalmente dopo aver conosciuto me stessa nella mia perfetta e armonica complessione.

Tu, Adamo, che fino a quel momento mi eri sfuggito, mi apparisti all’improvviso a pochi passi di distanza da me. In quella circostanza, te la dormivi beatamente sopra un soffice prato verde baciato dal sole. Allora la scoperta del tuo aitante corpo, che appariva in preda al sonno, ruppe ogni mia relazione con quanto mi stava avvincendo e stava rallegrando la mia incipiente esistenza. Sì, avvertii in me, quasi come un imperativo, che dovevo troncare immediatamente ogni mio rapporto con il mondo naturale circostante e dedicare a te soltanto l’intero mio tempo e tutta la mia attenzione. Difatti tu, che eri supino e addormentato, sebbene ti presentassi come l’essere meno appariscente e meno attivo in quel luogo, sollevasti all'istante dentro di me una valanga di fortissime attrazioni; ma anche vi suscitasti il primo senso della speranza e di un’attesa indescrivibile.

Così sperai con ansia terribile che tu ti svegliassi e ti accorgessi della mia presenza; che tu mi parlassi e mi offrissi anche la tanto sospirata compagnia. Ma anche avvertivo in me una certa sensazione, la quale mi faceva ritenere intimamente tua e mi spingeva a rapportare la mia esistenza a quella tua in termini di appartenenza. Per cui essa per istinto mi predisponeva altresì al tuo totale signoreggiamento. Oramai ti sentivo come il mio dominatore, il mio padrone, il mio unico e indispensabile sostegno. Eppure ero soddisfatta e felice di avere qualcuno a cui soggiacere e fare da umile serva, pur di stargli accanto con serenità.

Adesso davo per scontato che tu e io esistevamo, appunto perché tu mi comandassi e io ti ubbidissi. Da te vedevo sprigionarsi la mia forza, la lucidità della mia coscienza e la mia incrollabile fiducia nella vita che trascorrevo. Tu mi andavi rendendo sempre più consapevole del vero significato del mio essere integrale e mi erudivi nei miei compiti, nei miei doveri, nei miei diritti e nel fine ultimo a cui ero destinata. Tu mi facevi varcare il confine dell’indeterminatezza e dell’instabilità, m’immettevi nella mia realtà determinata e stabile. La tua presenza mi convinceva che non più ci sarebbero stati per me scombussolanti viaggi nell’ignoto, attraverso sentieri complicati e nullità destabilizzanti. Al contrario, presto la mia anima avrebbe ritrovato quella corroborazione spirituale, di cui essa abbisognava tantissimo!

Pervenuta alla consapevolezza del rapporto di dipendenza dell’una dall’altro esistente tra noi due, avanzando cauta ed evitando ogni più piccolo rumore, mi avvicinai a te e mi sedetti accanto al tuo tiepido corpo. Esso si faceva notare per la sua pacata respirazione. Dopo, però, in attesa che tu ti destassi dal tuo sonno profondo e aprissi gli occhi, mi andavo figurando come sarebbe stato bello vivere l’una al fianco dell’altro, tenendoci per mano. Sì, stando insieme, noi due ci saremmo divertiti un mondo, come già si divertivano le molte migliaia di animali che scorrazzavano felici per la vallata. Ma anche tanti altri pensieri si affollavano nella mia mente, tutti che miravano alla nostra gioia comune.

Quando ti fosti svegliato, fu grandissimo lo stupore che mostrasti nello scorgermi accanto a te. Poi, senza mai togliermi gli occhi di dosso, sollevasti la schiena da terra e assumesti la posizione seduta. Così, sostenendoti sulle braccia che erano tese all’indietro, seguitasti a scrutarmi a lungo, palesando in tale tuo atteggiamento un interesse sempre maggiore nei miei confronti. I tuoi occhi mi esprimevano con limpidezza i tuoi pensieri e mi facevano intendere i percorsi mentali, nei quali essi cautamente si avventuravano. Allora ben ravvisavo in te meraviglia, ammirazione, giubilo e interrogativi persistenti intorno alla mia persona, essendoti essa piombata al fianco senza alcun preavviso.

A volte mi sorridevi, altre volte mi studiavi in modo approfondito, altre ancora ti chiudevi in un ragionamento enigmatico; però sempre mostrando un impellente desiderio di fare la mia conoscenza e di diventare al più presto un mio ottimo amico. Se non erravo, mi pareva che tu mi scorgessi in un alone d’irrealtà e di fantasia, la qual cosa spesso stroncava in te ogni iniziativa di approccio. In verità, dopo che esso venne a svanire in te, ogni tuo proposito di abbordarmi smise di essere bloccato. Perciò il tuo desiderio di prendere contatto con la mia persona s’incrementò a tal punto, che alla fine decise di concretizzarsi. Così, senza altre remore, ti desti a farmi la seguente domanda:

«Vuoi dirmi chi sei e come mai ti trovi qui, accanto a me?»

Quelle tue due domande valsero solamente a cagionarmi molto imbarazzo e tanta agitazione, poiché veniva a chiedermi cose alle quali non avevo saputo rispondere io, neppure quando me le ero domandate da me in precedenza, pur mettendocela tutta! Perciò nemmeno in quel momento ero in grado di dare a esse una risposta. Appena un attimo prima, avevo tentato d’identificarmi nella mia essenza; ma non c’ero riuscita, ignorando completamente che io potessi avere una personalità, vale a dire un’essenza improntata a individualità. Per ovvie ragioni, questo secondo aspetto del mio essere, che era quello intrinseco, m’induceva a riconsiderare l’integrale mia realtà. Questa volta, però, non ero spinta dall’interrogativo di sapere di cosa io fossi costituita; bensì ero incalzata dalla nuova e più importante domanda che tu avevi fatto sorgere in me. Per la precisione, intendevo rendermi conto di chi io fossi realmente, essendo ogni essere solo sé stesso.

Dunque, chi ero in realtà? Me lo domandavo non solo per rispondere a te, ma anche per saperlo io stessa. Ero venuta al mondo, ignorando tanto il percorso fatto per giungervi quanto lo scopo della mia presenza in esso. Né conoscevo l’identità di colui che mi aveva fatta trovare in quel posto, senza neppure chiedermi prima se io fossi d'accordo con tale sua decisione. Una forza oscura e arcana, come potevo constatare, generosamente mi aveva fatto dono della vita, senza preavvisarmi e senza preoccuparsi di darmi la minima spiegazione del suo operato a me attinente. A rifletterci bene, della mia vita, tranne il fatto che essa mi rendeva esistente, ignoravo ancora ogni cosa: il senso, il perché, il fine ultimo. Per tale motivo, io mi ero ritrovata a viverla, senza affatto rendermene conto. Anzi, con esito negativo, avevo tentato di spiegarmela in tutti i modi nella visione e nella versione più plausibili.

Così, non sapendo cosa rispondere alle tue domande, ritenni opportuno indirizzarti il mio ingenuo sorriso, cercando in quel modo di soprassedere alla tua richiesta e di riparare in parte anche alla mia ignoranza sull'argomento. Sì, ti sorridevo e ti guardavo con occhi ora languidi ora avidi di conoscerti e di approfondirti. Sì, tutta la mia vita, con le sue più svariate sensazioni e impressioni, avevo compresso in quel mio sorriso. Con il quale avevo voluto anche darmi a un rilassamento generale di tutte le mie energie fisiche, psichiche e spirituali. Come sembrava, con esso avevo scacciato da me, se pur momentaneamente, il peso delle tue improvvise e imbarazzanti domande.

Intanto mi andavo convincendo ancor di più che io vivevo di te e avevo l’impressione che fossi provenuta dalla tua persona, anche se non sapevo prefigurarmi e spiegarmi in quale modo. La prova me la forniva il fatto che, contemplando te, sentivo quasi spersonalizzarmi, distruggermi come energia vitale, disfarmi nel tuo io. Per cui esso veniva a dominare ogni mia parte, ponendo perfino un’ipoteca sulla mia stessa essenza. Inoltre, al pensiero che tu potessi venire a mancarmi e che io non potessi rivederti mai più nella mia esistenza, mi sentivo trascinare nel più terrificante degli incubi e nella più terribile delle ansie.

Insinuandomi poi cogitabonda in questa mia ultima riflessione che dava la mia mente in pasto allo spettro della disperazione, fui sorpresa da un’abulia indomabile, la quale mi fece sentire addirittura un relitto che va alla deriva, senza la sicurezza di venire recuperato da qualcuno. Perfino la mia mente, incalzata dall'abbandono improvviso di tutte le sue facoltà intellettive, si andò ottenebrando completamente. Anzi, fece spegnere in essa anche quell’ultimo filo di luce che, bene o male, stava illuminando i suoi morenti pensieri.

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