68-Le aspettative di Dio dalla sua creatura privilegiata

Premesso che l’Essere Supremo non pretendeva nulla dalle altre sue creature viventi che s’identificavano con le piante e gli animali, per cui non le aveva fornite sia di una ragione sia di una intelligenza, era evidente che la sua pretesa, qualunque essa fosse stata, riguardava esclusivamente l’essere umano. Perciò dovevo affrettarmi a conoscere cosa Egli si era proposto di ottenere dalla mia creazione, visto che essa aveva avuto come presupposto e fine ultimo esattamente un mio modo di agire consono alle sue aspettative. Le quali non potevano essere ignorate o disattese da parte mia, se intendevo vivere conformemente al suo volere e guadagnarmi la sua stima e la sua fiducia.

Di preciso, quali erano le cose che egli si attendeva da me e che lo avevano anche spinto a crearmi? Possibile che una determinata mia condotta sarebbe potuta bastargli per renderlo sommamente appagato? Quel particolare, in realtà, non mi convinceva del tutto, dal momento che mi risultava improbabile e assurdo. Anzi, mi faceva domandare perché mai il Sommo Creatore, al quale niente era impossibile, avrebbe dovuto trovare soddisfazione e compiacimento nel comportamento di una sua creatura, nel caso specifico, di un essere umano? Non era forse vero che quest’ultimo, a suo paragone, risultava meno di niente e senza neppure un briciolo di essenza che potesse riuscirgli di qualche giovamento?

A un mio primo esame, consideravo il mio pensiero indiscusso e non prevedevo un ragionamento diverso che potesse farmi cambiare parere. Realisticamente riflettendo, al confronto del mio Creatore, che era l'Essere infinitamente autorevole, io risultavo un essere infinitamente insignificante. A mio avviso, quindi, giammai potevo rendermi utile a Lui in qualche modo, pur barcamenandomi con rigorosi procedimenti e ricorrendo agli espedienti più ambiziosi. Colui che godeva l’assoluta perfezione non poteva aver bisogno di qualcosa, specialmente se esso doveva poi derivargli da un essere che Egli stesso aveva creato, la cui perfezione poteva fargli esprimere soltanto ciò che il suo Creatore gli permetteva. Perciò era inimmaginabile che da uno come me potesse provenire un certo prodotto da considerarsi utile a chi mi aveva creato, permettendomi di pensare e di agire.

Se le cose stavano in quel modo, quali aspettative l’Essere Supremo si attendeva da una creatura della mia specie? Oppure c’era qualcosa che mi era sfuggito e che avrebbe potuto farmi interpretare diversamente il nostro rapporto? Anche un fatto del genere poteva vestire l’abito della verità, per cui occorreva che io riconsiderassi di nuovo l’intera faccenda inerente a quanto il Creatore si attendeva da me. Magari, alla base di tutto, poteva esserci una motivazione insita in lui che non conoscevo ancora per ovvie ragioni. Allora decisi di condurre la mia indagine in tal senso, ossia intenzionata ad apprendere ciò che lo aveva spinto a rendermi esistente e i fini che Egli si proponeva con la mia creazione. Unicamente in quella maniera, avrei inteso anche perché il mio operato e la mia condotta, se si fossero espressi conformi ai suoi desideri, gli avrebbero arrecato una certa soddisfazione.

Chissà perché mai, invece proprio in quel momento mi saltarono alla mente gli Angeli, sui quali in precedenza già mi ero soffermato a parlarti, Eva. Per esattezza, te ne parlai, quando mi ero dato alla trattazione della loro perfezione. Questa, infatti, era risultata la prima delle perfezioni insite nelle creature divine. Quel suo primato derivava dal fatto che essa apparteneva a esseri che, facendo parte della realtà eternoniana, erano stati muniti di poteri eccezionali da Xurbiz. Allora, però, avevo evitato di approfondire il loro rapporto con il loro Creatore e di rendermi conto se esso si era mantenuto quello che era stato all’origine. Per la quale ragione, adesso avvertivo la necessità di farlo, siccome prevedevo che dal mio nuovo studio su tali esseri stupendi mi sarebbero derivate alcune incredibili sorprese.

Ebbene, gli Angeli, dopo la loro creazione, all’istante avevano compreso quale opera meravigliosa essi costituivano nell’Eternon. Perciò non avevano perso tempo a rendersi conto di essere dotati di una perfezione illimitata, la quale li investiva di poteri eccezionali che li rendevano indefettibili, indistruttibili e indeteriorabili. Inoltre, essi non avevano intravisto in sé alcun imperativo categorico che condizionasse la loro condotta e limitasse la loro libertà, obbligandoli a seguire la legge del loro Creatore. Ma entrambe le scoperte non li avevano condotti a ragionare nella maniera giusta, ossia mostrando la loro spontanea riconoscenza e la loro sincera gratitudine nei confronti di Colui che li aveva creati in quel luogo paradisiaco.

A parere di Dio, l’una e l’altra, se ci fossero state, lo avrebbero convinto della loro predisposizione al bene e della loro avversione al male. Infatti, tali cose sarebbero state considerate da Lui dei chiari segni di umiltà, di deferenza e di sottomissione, gratificandolo nella misura che desiderava. Al contrario, avendolo ritenuto potenzialmente uguale a loro, non era mancata negli Angeli la ribellione all’Ente Supremo, negandogli ogni atto di sommo rispetto e di sottomissione. La qual cosa aveva spinto il loro Creatore a punirli nel modo che gli era consentito. Non potendoli distruggere, essendo essi creature eternoniane, senza perdere tempo aveva voluto trasformare la loro esistenza, confinandoli in un posto da cui non sarebbero mai potuti uscire e a cui egli aveva dato il nome di Malon, ossia luogo dei peggiori mali. In esso, gli Angeli avevano smesso di godersi la beatitudine e le gioie che provenivano loro dall’Eternon; al contrario, avevano iniziato a patire ogni tipo di sofferenza e a vivere nella massima disperazione. Il quale castigo c'era stato, perché così aveva decretato per loro la somma giustizia divina.

Dopo aver preso tale provvedimento nei confronti delle schiere angeliche, Xurbiz aveva deciso di creare altri esseri intelligenti e ragionevoli. Questa volta, però, la loro creazione sarebbe dovuta avvenire in un regno materiale, senza che da essa fossero derivati loro i privilegi di cui godevano gli Angeli. Egli voleva rendersi conto se i nuovi esseri, pur non essendo dotati delle prerogative angeliche, ugualmente avrebbero peccato di superbia nei propri confronti e si sarebbero rifiutati di essergli grati per averli resi esistenti. Così il loro atteggiamento positivo, mediante deferenza e riconoscenza, avrebbe costituito per Lui una specie di rivincita e lo avrebbe perfino gratificato in modo particolare.

Dunque, il comportamento delle nuove creature rappresentate dagli esseri umani, quando si mostrava conforme alle leggi divine, non risultava di nessuna utilità nei confronti del loro Creatore. Da esso Egli si attendeva, oltre che un certo appagamento, la propria rivincita sugli Angeli peccatori. Ma se anche gli uomini non avessero corrisposto alle sue aspettative, sarebbe intervenuto a punirli secondo giustizia? E quale sarebbe stata la sua punizione nei loro confronti?

Per la verità, l’Essere Supremo, anche se si trattava di creature del Caducon, fin dalla loro creazione, non aveva voluto che il loro castigo o il loro premio terminassero con la loro definitiva distruzione. A suo parere, tanto le azioni buone quanto quelle cattive rispettivamente andavano premiate e punite, una volta avvenuta la morte di coloro che se ne rendevano i fautori. Per questo, fin dalla loro nascita, gli uomini venivano dotati di un’anima, la quale ne rappresentava la sola parte immortale. Essa sopravviveva al loro corpo e aveva la concezione del bene e del male, in riferimento ai quali possedeva la più ampia libertà di scegliere l’uno o l’altro. Dopo l’estinzione dei loro corpi, le anime dei buoni finivano direttamente nell’Eternon e quelle dei cattivi raggiungevano il Malon.

Così, approfondito meglio il concetto del rapporto esistente tra Dio e le sue creature intelligenti e ragionevoli, pervenni anche alla conoscenza delle aspettative che Egli si attendeva da loro, sebbene con gli Angeli il suo progetto non fosse andato a buon fine. Perciò adesso erano i soli esseri umani a interessarlo, volendo rendersi conto se almeno tali creature materiali non lo avrebbero deluso, accettando e mettendo in pratica la sua legge.

Allo stesso modo che era avvenuto con le legioni angeliche, anche dalle creature caduconiane privilegiate il Sommo Creatore pretendeva i medesimi doveri. Si trattava di aspettative che erano sorte in Lui insieme con il loro concepimento; quindi, prima ancora che esse venissero create. Ma giammai Egli avrebbe pensato di transigere su un fatto del genere, accettando per buone tutte le loro iniziative, comprese quelle contrarie alla sua legge. Ogni loro atto di superbia, dunque, sarebbe stato ritenuto una sfida aperta alla propria divinità; come pure ogni loro azione empia sarebbe stata considerata una indubbia ribellione a Colui che le aveva fatte dono dell’esistenza. Per il qual motivo, anche gli uomini, alla stessa stregua degli Angeli, dopo la morte sarebbero andati incontro all’eterno castigo, venendo condannati per sempre a espiare le loro colpe nel Malon.

Allora, se essi intendevano sfuggire al luogo delle pene eterne, non dovevano fare altro che adeguarsi alla legge del loro Creatore. La quale non richiedeva niente d’impossibile da parte di coloro che decidevano di farla propria, mettendone in pratica i pochi comandamenti. Questi, infatti, pretendevano soltanto che i beneficiari della creazione divina, come sentito ringraziamento, magnificassero il loro Creatore, lo rispettassero e gli ubbidissero in ogni cosa. Ciò, secondo la legge del bene che trovavano scolpita nella propria anima, senza tralignare in qualche modo dalla retta via.

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