62-La perfezione della materia in particolare: il calore

Condotto a termine lo studio della perfezione cosmica, la quale mi aveva consentito di approfondire un universo sia nella sua struttura generale sia in quella particolare, facendomi anche conoscere le leggi che lo attivavano in entrambe, mi diedi a studiare la materia inerte. Mi riferisco a quella sostanza, di cui erano costituiti i singoli corpi celesti, come le stelle, i pianeti, i satelliti e altri ancora. Perciò pilotai la mia speculazione verso l’approfondimento dei vari elementi che formavano tali astri. Il cui stato poteva presentarsi attivo oppure quiescente, a seconda del momento in cui essi venivano considerati.

Ebbene, fin dall'inizio della loro indagine, ebbi l'impressione di trovarmi di fronte a qualcosa di assai macchinoso. Perciò la composizione dei diversi strati di quei corpi celesti all'istante mi spinse a fare talune considerazioni. Da una parte, essa appariva insignificante, se paragonata alla grandiosità di una galassia. Dall'altra, invece, la medesima, nella sua varietà e nella sua virtualità multiespressiva, si dimostrava maggiormente complessa e capace di eventi creativi non indifferenti. Anzi, questi, in un certo qual modo, se attivati e guidati dall'umana intelligenza, potevano perfino influire negativamente sopra una parte dell'apparato galattico, arrecando a essa perfino qualche difficoltà di rilievo. Ma mi era ancora ignoto il modo con cui essi potevano dar luogo a qualcosa di simile; per cui, se desideravo conoscerlo, ero obbligato a studiare la penultima delle perfezioni relative, che era quella delle cose inanimate. Le quali si presentavano sotto tre stati: quello solido, quello liquido e quello gassoso, che era detto anche aeriforme.

Comunque, la materia, nei suoi tre stati, non era affatto omogenea, poiché, tranne che in pochi casi, risultava costituita da diversi elementi differenti. Quella allo stato solido comprendeva il maggior numero di elementi, per questo risultava la più eterogenea. Tenuto conto di ciò, mi vedevo costretto a suddividere il mio studio in tre filoni di ricerca. Ciascuno dei quali si sarebbe interessato a uno solo dei tre stati della materia, studiandone i vari elementi. Al loro studio, però, mi sarei dato, solamente dopo aver portato a termine quello del fuoco, siccome esso aveva una certa relazione con alcuni elementi della materia considerata nei suoi tre stati. Infatti, dovevo considerarlo l'effetto di alcune delle combinazioni tra i vari ingredienti della materia.

Il fuoco si produceva spontaneamente per autocombustione oppure veniva sollecitato da un atto cosciente dell'uomo, quando egli voleva produrre calore da tale combinazione per scopi personali. Il fuoco, quindi, presentandosi come il risultato di un'azione combinata tra un comburente e un combustibile, non andava studiato da me come una sostanza. Invece esso andava preso in considerazione solo come effetto incendiario su di essa, logicamente quando le sue proprietà lo permettevano. In tal caso, l'elemento igneo non mi avrebbe creato dei grossi problemi nell'intraprendere la sua indagine, avendo esso esigue caratteristiche che neppure mi obbligavano a indagarle con grande stima e con rigoroso impegno.

Così, già alla mia prima indagine dell'ammasso di fuoco, compresi che esso aveva solo scarse peculiarità, delle quali alcune positive e altre negative. Tra quelle dotate di positività, c'erano principalmente la luce e il calore, le quali venivano emanate dal fuoco per rendere possibile la vita sulla superficie di alcuni pianeti spenti, a condizione che questi ultimi, insieme con l'una e con l'altro, fossero forniti di altri fattori complementari. I quali erano anch'essi da ritenersi cause concomitanti perché l'essenza vitale vi avesse la sua origine, vi compisse la sua perenne evoluzione e vi si protraesse nel tempo tra alterne vicende a volte più congruenti altre volte meno corrispondenti.

La sola luce, a ogni modo, serviva a dare all'universo intero il meraviglioso aspetto che assumeva in continuazione. Ma ciò si aveva, unicamente se esso veniva considerato di notte da un corpo celeste spento o se lo si ammirava da qualsiasi parte del vuoto e buio cosmo, dove non potevano esserci il giorno e la notte, poiché le tenebre vi spadroneggiavano in ogni momento. Solo in quel caso, si assisteva all'incantevole scenario rappresentato dalle ingenti galassie. Queste comprendevano miliardi di stelle e pareva che caracollassero nell'infinito spazio cosmico, colmando di suggestioni bellissime chi aveva la fortuna di ammirarle. Sopra un astro spento, invece, la luce perseguiva altri obiettivi, tutti positivi, siccome si dimostrava l’elemento cardine, perché la vita desse origine agli esseri viventi e perpetuasse la loro sopravvivenza sulla superficie di un pianeta oppure di un satellite. I vegetali collaboravano con essa per raggiungere tale obiettivo, attraverso la produzione di ossigeno e l’eliminazione nell’aria di alcuni gas tossici, primo fra tutti l’anidride carbonica.

In relazione al calore emesso dal fuoco nella sua lenta o rapida consunzione, invece il mio studio mi avrebbe obbligato ad affrontare varie problematiche inerenti a esso, le quali ben presto mi avrebbero condotto a certune considerazioni. Esse, fin dall'inizio, mi avrebbero presentato il nuovo problema da risolvere di una certa rilevanza, pur studiandolo da angolazioni di tipo diverso. Perciò non potevo fare a meno d'indagarlo, tenendo presenti i suoi vari aspetti che, anche se pochi, mi si manifestavano importanti e interessanti.

A dire la verità, non potevo mettermi a esaminare il calore, soffermandomi a sviscerarlo nelle sue connotazioni negative e positive, se prima non lo avessi valutato per ciò che esso era realmente. Infatti, sarei partito da tale valutazione per mettere poi a punto i risultati delle sue diverse manifestazioni, valutandole a vari livelli di potenzialità e di effettuazione. Così alla fine sarei pervenuto a una sua stima anche per quanto era capace di manifestarsi e d'implicare i processi naturali, a mano a mano che li sottoponeva al suo dominio, ora positivamente ora negativamente, estrinsecando la sua effettiva potenza.

Il calore, nella sua effettuazione diretta a livello planetario o satellitare, proveniva dalla rispettiva stella, dove veniva originato dalla sua massa infuocata che era la conseguenza dei molteplici gas in continua combustione, i quali attivavano delle reazioni termonucleari a catena. In quel modo esso, oltre ad avere una durata illimitata, grazie alla barriera della stella, a volte permetteva sopra i pianeti e i satelliti appartenenti al sistema stellare l’attecchimento dell’essenza vitale nelle sue forme animali e vegetali più disparate. Ma, come già accennato prima, il calore non era la sola causa a permettere la vita sopra la superficie di un astro spento. Infatti, si richiedevano sopra tali astri altri fattori secondari concomitanti, perché un fenomeno così eccezionale si originasse e iniziasse a esprimersi nei suoi svariati modi.

Comunque, non era quello il momento di darmi a un simile studio, che si rivelava molto prezioso. Ma avevo deciso di dedicarmi a esso, dopo che avessi avuto a mia disposizione più tempo per farlo, appunto per trattarlo con tutta la considerazione che meritava. Nel frattempo, invece, avvertivo la necessità di continuare ad approfondire il calore nella sua attività generale, dal momento che esso era l’argomento da me intrapreso da poco, per cui intendevo condurlo a termine.

Valutato nella sua esplicazione, il calore si presentava come fonte di distruzione per tutto ciò che veniva a contatto con esso. Ne conseguiva un disfacimento tanto più rapido della cosa che lo subiva, quanto più alto era il suo grado. Difatti il calore si manifestava con varie gradazioni, partendo da una minima appena percettibile a una massima che non si lasciava quantificare, a causa del suo grado illimitato. Il quale poteva raggiungere una temperatura infinitamente elevata e non misurabile. Per fortuna non tutte le cose venivano a trovarsi nel luogo dove il calore aveva la sua fonte. In quel caso l’intero universo e la sua armonia avrebbero smesso di esistere, poiché, confluendo in esso, avrebbero finito per incrementare la sua massa. Invece gli spazi cosmici, creando un distanza tra le varie fonti di calore e i corpi celesti spenti in essi contenuti, facevano in modo che questi non incorressero nella loro fine, come fatto presente poco prima. In realtà, le diverse distanze, graduando i suoi effetti di propagazione e d’intensità, consentiva al calore di ottenere, nella sua esuberante manifestazione, delle gradazioni con risultati a esse commisurati.

La distanza, quindi, si rivelava un condizionatore e un trasformatore del calore nella sua fase attiva: più esso veniva a trovarsi a una distanza minore, più la sua facoltà distruttiva aumentava a dismisura; mentre maggiore diveniva la medesima, più il calore sminuiva della sua potenza onniespressiva. Anzi, quest’ultima finiva per diventare insignificante, dopo essere stata attenuata al massimo da un’adeguata distanza dal suo bersaglio. Comunque, anche se con minore rilevanza, la stessa posizione della fonte calorica, rispetto a un oggetto da essa investito, poteva determinare il grado del calore. Infatti, esso veniva a dipendere anche dal modo di propagarsi dei suoi raggi nel raggiungere un determinato bersaglio. Maggiore si presentava la loro perpendicolarità nel colpirlo, più incisivo risultava il loro effetto, a causa del loro maggiore apporto di calore. Al contrario, una loro maggiore obliquità rispetto al loro bersaglio li rendeva portatori di minore calore nei suoi confronti.

A ultimare il mio studio sul calore nella sua forma attiva e nel suo rapporto con la distanza, mi restava da chiarire i risultati che derivavano all’universo da tale rapporto. Ebbene, essi non potevano dimostrarsi identici, poiché si stava di fronte ad ambienti naturali che venivano prodotti da temperature differenti, a causa della diversa lontananza della fonte di calore da un astro spento e della diversa perpendicolarità dei suoi raggi su di esso. Anche se altri fattori concorrevano in maniera minore a graduarne l’effetto calorico, dando luogo a temperature diversificate e a paesaggi completamente dissimili.

Così si assisteva alla presenza nell’universo di pianeti senza vita, per essere molto vicini alla propria stella oppure molto lontani da essa. Nei primi, con temperatura altissima, la superficie non poteva che presentarsi brulla e priva di acqua, senza la presenza di un solo filo d’erba. Nei secondi, con temperatura bassissima e alla penombra, la superficie poteva risultare ugualmente brulla, se in assenza di acqua; oppure ricoperta da spessi ghiacciai, se in presenza di acqua.

Invece la superficie di quei pianeti, che erano situati a una giusta distanza dalla loro stella, si presentava ricoperta da una vegetazione rigogliosa e pullulava di molte specie viventi. In tali pianeti, però, a causa della loro diversa posizione rispetto alla propria stella durante la loro rivoluzione, la quale gli permetteva di fruire di raggi con diversa inclinazione, si avevano paesaggi del tutto diversi, come i deserti e le foreste. Ma non mancavano ambienti più vivibili, in quanto mettevano l’uomo in condizione di vivere più a suo agio e gli consentivano di protrarre la propria esistenza nel modo a lui più congeniale. Inoltre, gli facevano portare avanti tante attività, il cui scopo era quello di assicurargli un avvenire migliore, attraverso i sentieri della civiltà e del progresso tecnologico e scientifico.

A proposito dell’essere umano, egli avrebbe fatto un uso intelligente del calore, considerato nella sua espressione particolare; ma lo avrebbe ottenuto ogni volta con il fuoco, che egli riusciva a ottenere attraverso alcune reazioni chimiche tra due o più elementi naturali. Perciò, se da una parte esso si rivelava qualcosa di pericoloso per l’uomo; dall’altra, gli risultava molto utile, permettendogli di foggiare vari elementi metallici, i quali non si sarebbero piegati facilmente in altro modo al volere umano. Ovviamente, in questi casi, l’homo faber era in grado di ricavare il fuoco, e quindi il calore, attivando le potenzialità del medesimo che si trovavano insite in due o più elementi, dalla combinazione dei quali scaturiva l’accensione del fuoco e la fruizione del calore da esso emanato, prima di spegnersi e di diventare qualcosa ormai inutilizzabile.

In verità, ci sarebbe stato nel tempo, da parte dell’ingegno umano, un periodo nel quale esso, grazie all’alta tecnologia raggiunta, sarebbe riuscito a imbrigliare il calore in adatte attrezzature e strutture. Così avrebbe permesso all’uomo di servirsene in seguito nei modi e nei tempi da lui desiderati, attraverso prodotti tecnologici sempre più sofisticati. Essi gli avrebbero permesso di procurarsi un modo di vivere quanto più confacente possibile alle sue nuove esigenze, fino a fargli raggiungere un tenore di vita superprogredito, il quale gli avrebbe semplificato l’esistenza sotto diversi punti di vista.

Tutto questo, naturalmente, a condizione che l’essere ragionevole per eccellenza non si desse ad adoperare il calore per scopi indegni della sua specie, arrecando distruzione e morte ai propri simili, nonché agli altri esseri viventi appartenenti alla natura. Nel qual caso, il calore avrebbe smesso di essere il promotore di apporti scientifici e tecnologici dotati di stupefacenti risultati. Al contrario, sarebbe apparso il dirottatore dei nobili intenti nati dalla coscienza dell’uomo verso la catastrofe universale e la distruzione del genere umano.

Per il qual motivo, bisognava stare attenti a come fare uso del prezioso calore, potendo esso venire pilotato in direzioni opposte: l’una lasciava prevedere una civiltà di benessere intenta a migliorare nell’uomo la qualità della vita, assicurandogli agi e benessere; l’altra, al contrario, poteva solo dimostrarsi un teatro di catastrofi, le quali erano dedite a fare dell’esistenza umana lo spettro della decadenza e dell’abiezione più deplorevoli.

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