5-Parziale arrendevolezza alla realtà di Eva

Comincio a credere che tutta la mia lotta sia rivolta contro la persona sbagliata. Quale senso ha l’oppormi a Eva così intransigentemente, quando invece mi lascio condurre al guinzaglio da chi mi manovra come una marionetta nei suoi disegni spersonalizzanti? Quale giovamento ne trarrei, se m’inimicassi Eva, proprio ora che mi sento così solo in questa squallida landa della mente? Essa oramai è diventata il luogo di naufragio del mio essere che più non si ritrova, dopo essersi smarrito. Secondo me, nessuno! Anzi, incrementerei soltanto lo squallore del mio svigorito stato intellettivo, nonché colorirei con tinte ancora più fosche il mio animo angustiato. Sono convinto che queste mie ultime considerazioni non possono essere che giustificate e innegabili.

Spesso l’uomo, per ignoranza o per caparbietà, si scaglia contro chi si adopera per salvarlo; mentre lascia fare i suoi strafottenti comodi a chi si diverte a schernirlo o, addirittura, a vessarlo in forma larvata. Ma io non voglio che un fatto del genere succeda proprio a me! Per questo motivo, prima di darmi a infierire contro qualcuno, intendo vederci ben chiaro; anzi, sono intenzionato ad acquisire prove incontrovertibili che lo mettano davvero con le spalle al muro. Riconosco di avere agito male, quando ho intessuto intorno alla persona di Eva le più infamanti congetture; ora, però, tutte le disdegno, le sconfesso e vorrei che non fossero mai state fatte da me.

Se ci penso, al contrario, ella potrebbe essere un’amabile creatura colma di bontà e di amore, di comprensione e di consolazione, essendomi stata inviata dall'Onnipotente per trarmi fuori dal buio dalla mia negletta esistenza attuale. Probabilmente, se smetto di adoperare un atteggiamento perentorio nei suoi riguardi e instauro un confidenziale rapporto con lei, riuscirò a venire a capo della fitta rete d’indizi che sono più particolarmente idonei a farmi appurare senza errori il vero me stesso.

Se non lei, che risulta l'unica compagna fedele ereditata dal mio scomparso tempo, chi può districarmi questa ingarbugliata circostanza della mia esistenza e ricondurmi alla mia realtà, la quale mi è stata carpita dal più inspiegabile dei misteri? Se non lei, che è l’unico relitto che mi si mette a disposizione in questa oceanica massa di ottenebramento mentale, chi può offrirmi un valido sostegno, a cui appigliarmi e di cui servirmi per tenermi almeno a galla, se arduo è l’uscirne? Se non lei, che mi si profila come il solo orizzonte di speranze e il solo faro che possa farmi orientare in questi aggrovigliati e bui sentieri della mia odierna esistenza, chi può guidarmi con passi decisi e sicuri al mio ritrovamento? Sono della convinzione che non possa farlo nessun altro!

Ho vagliato in profondità il mio stato presente, tentando di sondarne gli angoli che mi apparivano più confusi e inaccessibili, più arcani e dilemmatici. Ebbene, dal loro vaglio mi è derivata esclusivamente la consapevolezza che io vivo in un labirinto fatato, il quale è letteralmente privo di ogni via di uscita. Inoltre, ogni mio tentativo di trarmi fuori da esso risulta del tutto impotente, essendo io sprovvisto del filo di Arianna.

Allora non mi resta altro da fare che sopportare un'esistenza, la quale in me va languendo nella sua non-esistenza, e un io che si va sfaldando di continuo nel suo non-io. Nello stesso tempo, mi vedo costretto a vivere delle ansie, che si dibattono freneticamente e si ergono con rapacità verso quel luogo dove la preponderante forza dell’occulto non indulge e le calpesta con diabolico sadismo. Ciò non bastando, mi sento assoggettato a un impulso maniacale che, pur di ritrovarsi nella sua originaria realtà, mi spinge a inabissarmi trepidamente nella notte dei tempi.


Così invano mi vado ingegnando in tanto tenebrore, al fine di cercarvi a qualunque costo uno spiraglio che possa illuminare l’indagine da me condotta sulla mia vacillante persona. Invano cerco d’industriarmi per escogitare il modo di varcare questa invalicabile barriera, la quale recinge interamente la mia annebbiata personalità. Invano mi adopero per indirizzare tutte le mie ipotesi verso quella parte, dove pare voglia affiorare un barlume di probabile soluzione della mia malferma esistenza. Ogni mio più ardito sondaggio e ogni mio ben congegnato metodo d’inquisizione finiscono per dimostrarsi, sempre e sistematicamente, inefficienti.

Come noto, la più assoluta penuria di validi appigli problematici continua a spadroneggiare nei miei persistenti e rinnovati "darmi da fare"; ma essi, ogni volta, sanno soltanto approdare a un nulla di fatto. Questo mio insuccesso si ha, nonostante io faccia uso di una logica e di una critica rigorosamente razionali e scrupolosamente prive di ogni fuorviante sentimentalismo.

Forse il mio cervello, a sua insaputa, subendo un flusso di acriticità dall’esterno, viene indotto a conclusioni indeterminate e confuse? Che si macchini intenzionalmente, quindi, ai danni della mia coscienza, da parte di oscure entità a me ignote, le quali agiscono in modo tale da non farmene accorgere in qualche maniera? Se non erro, intravedo la verità sogghignarmi, mentre mi si mostra con il suo volto instabile e proteiforme. Che trami pure essa contro di me? Nel caso che le cose stessero veramente in questo modo, a chi potrei io ricorrere, allo scopo di reclamare i miei inalienabili diritti e di ottenere così giustizia da lui?

Comunque, io avverto in me anche uno sfasciume di pensieri e di principi, i quali, dopo essere stati risucchiati da un vortice irresistibile, si vanno inabissando in una voragine tetra e spiraliforme. In essa, allora, simultaneamente, vengono a cessare sia l’impero del tempo che quello dello spazio. Ma ciò che mi rattrista di più è scorgere la mia navicella vagare traballante e dispersa per acque sconosciute, dove imperversa la furia degli elementi e si scatenano le torbide burrasche.

Su di essa si vanno addensando minacciosi ed estesi nembi; mentre tutt’intorno il cielo si va rabbuffando sempre più sinistramente. A loro volta, i marosi urtano contro di essa con famelica ingordigia di sconquasso, di sfacelo e di disfacimento. Dappertutto il mare si agita, ruglia e cancella nella sua furia gli ansiti del mio agonizzante naviglio. Ora esso è rimasto privo della sua alberatura e senza un saldo governo, cose che lo rendono sprovvisto di stabilità e di sicurezza, destinandolo a un immancabile naufragio!

Nel frattempo che mi si vanno affollando nella mente tali preoccupanti pensieri e tali affliggenti considerazioni, che esacerbano maggiormente il mio animo, mi vedo anche ricondurre nella realtà di Eva. I suoi richiami e le sue grida mi giungono all’orecchio come note d'intima accoratezza, di pauroso smarrimento e di disperato tormento. Il suo volto è perturbato ed è pervaso da un visibile velo di struggente malinconia; anzi, direi che lasci trapelare un indicibile senso di patetica preoccupazione. Anche le sue parole affettuose manifestano una indubbia irrequietezza e un grande spasimo; ma soprattutto rappresentano l’estrinsecazione di un animo angustiato e interamente preso da sentita passione. Perciò come posso non muovermi a pietà di lei? Come posso continuare a fare caparbiamente l’intransigente con lei? La pietà, quindi, fa parte oppure no del mio abito morale?

Per quanto legittimamente io possa avercela con Eva, d’altro canto, non posso negare che in me rimane sempre un cuore umano, il quale è disposto in ogni momento a indulgere e a commuoversi di fronte alle altrui disgrazie! Per tale ragione, una sincera pietà nei suoi confronti m’invade e mi trasporta nel regno della benevolenza. La quale m’invita a sospendere senza indugio ogni mio dubbio sulla persona di Eva e a renderla destinataria della folta schiera dei miei generosi sentimenti. Perciò, a un certo punto, ella non viene più ritenuta da me la despota intrigante e condizionatrice del destino della mia vita.

Poco dopo, infatti, Eva mi si delinea davanti come una spoglia pianticella che è stata appena devastata dall'imperversante tempesta, la quale l’ha privata di ogni ramo e di ogni frutto. Nei suoi occhi stravolti, quindi, sono leggibili il dolore, l’angoscia e la disperazione; nonché ne emerge una profonda e tetra inquietudine, la quale la minaccia e la sconvolge con severità. Insomma, tutto quanto si sprigiona da lei m'invita esclusivamente a commiserarla e a provare per lei la massima pietà.

È chiaro che, se io mi proponessi di rafforzarle l’enorme dolore che già la sta distruggendo, finirei per somigliare in tutto e per tutto al malvagio Caino. Allora, dopo averle mostrato un tale insensibile atteggiamento, come potrei riuscire a poggiare il mio sguardo sul volto di una persona qualsiasi, senza provare una vergogna avvilente? Inoltre, in che modo riuscirei a calmare la stizza della mia coscienza, che di sicuro mi si ribellerebbe e mi sommergerebbe sotto una quantità soverchiante di rimorsi e di tormenti?

Come vedo, contrariando Eva, che è dentro ai guai fino al collo non meno di me, condannerei anche me stesso a vivere nell'abiezione e a imbarcarmi in una infelice esperienza, che non oso neppure immaginare. Io sono della convinzione che, soltanto accondiscendendo a tutti i desideri di Eva, sarò in grado d’introdurmi nel suo mondo misterioso. In quel caso, riuscirò anche, senza troppa fatica, a condurla alla verità, di cui ella è priva.

Se non la vivo a sufficienza, almeno io conosco la verità e sono cosciente che non sto vivendo la mia realtà, poiché sono al corrente di essere assai lungi da essa e che la bellissima Eva non ha niente da spartire con me, sebbene ella insista nell’affermare che sono un suo intimo conoscente. La poveretta, invece, non soltanto è all’oscuro di non avere la verità dalla sua parte; bensì anche la ignora in modo tremendo, essendo ciecamente convinta del falso.

Altrimenti, come si può spiegare il suo madornale abbaglio di ritenermi una persona a lei cara? Così pure come giustificare l’altro suo errore ancora più vistoso di credere che lei e io siamo addirittura quella coppia di personaggi biblici, i quali sono considerati da tutti i viventi i capostipiti del genere umano? A maggior ragione, devo aver pietà di lei, devo assolutamente cercare di non contrariarla, poiché è già molto grande la sua sventura, avendo ella smarrito perfino sé stessa. Per tale motivo, se Eva desidera chiamarmi Adamo, anziché Gilui, lo faccia pure! Da parte mia, dovrò solo assecondarla, a evitare che il suo animo s’inquieti ulteriormente. Tanto per me non rappresenta un grande sacrificio sentirmi chiamare con un altro nome; anzi, non mi costa proprio niente, secondare il suo capriccio, se proprio non lo si vuole considerare una pretesa. Io le chiedo soltanto il tempo che mi permetta di abituarmi al mio nuovo nome.

Ma sono poi giuste queste mie nuove considerazioni fatte sull’essere di Eva? Cioè, sono esse in possesso di prove così schiaccianti e inconfutabili, da convalidarle tali, quali sono sgorgate dalle mie ultime riflessioni? Oppure, sempre a causa di questa mia nuova disposizione d’animo, diametralmente opposta alla precedente, esse mi sono state dettate dalla mia indole benevola? Se così fosse, io non avrei fatto alcun passo in avanti nel procedere nel mio campo inquisitivo. Difatti, volendo ragionare con più obiettività, dall’errore dell'eccessiva severità e della massima intransigenza, da me commesso in precedenza, ora sarei cascato in quello della troppa bontà e dell'indulgenza. Per cui avrei continuato in questo modo a restarmene al di fuori dell’imparziale giudizio e dello spassionato senso critico.

Stando così le cose, non posso non riconoscere di essermi mostrato prima molto duro nei confronti della bella Eva, bersagliandola con una critica mordace e denigratoria. Nello stesso tempo, però, devo ammettere di avere assunto adesso, nei riguardi della medesima, un atteggiamento da esagerato altruismo, mostrandomi un cieco elargitore di pietà e di commiserazione, le quali potrebbero anche non essere giuste e appropriate.

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