39-L'origine dei pianeti e dei satelliti

Facendo da coda alla propria stella motrice, ciascuna scia nebulosa, che era lunga milioni e milioni di chilometri, entrava interamente nella grande sfera cava. In essa, in seguito, iniziava a subire un processo di combustione, a partire dalla parte che era attaccata alla stella. Quando infine quest’ultima giungeva nel suo luogo di designazione, la scia nebulosa si era già tutta trasformata in una lunghissima colonna di fuoco dall’aspetto fiammeggiante. Intanto, però, la stella continuava a ruotare intorno a sé stessa; mentre la scia di fuoco, che era agganciata a un'estremità del suo asse di rotazione, era costretta a seguirne il medesimo moto, ruotando senza staccarsi da esso. In realtà, per la stella l’essere obbligata a imprimere il suo moto rotatorio anche alla sua sterminata scia di fuoco significava oberarsi di uno sforzo davvero eccessivo. Il quale la costringeva a rallentare la sua velocità di rotazione, che all’inizio di sicuro doveva essere stata non indifferente.

Più avanti nel tempo, per effetto della sua rotazione, la lunga scia di fuoco cominciava ad accorciarsi e a ingrossarsi difformemente. Quanto più si andava verso il centro tanto più il suo ingrossamento risultava appariscente, dando alla scia un aspetto sempre più fusiforme. Nel frattempo la sua eccessiva dilatazione centrale nel senso della larghezza e la sua forte contrazione nel senso della lunghezza le avevano causato una sorta di strozzatura. Questa c'era stata nel punto in cui essa si teneva ben salda alla stella e, allo stesso tempo, si presentava maggiormente fragile.

Infine, a causa del raffreddamento e del conseguente appesantimento dell’estremità della sua coda, la scia di fuoco veniva a subire anche l’attrazione di una forza magnetica che era situata a una ragguardevole distanza dalla stella, precisamente lungo tutto un circolo concentrico al piano stesso dell’equatore della stella. Tale forza, attraendola a sé, la obbligava a inclinarsi in modo da farle formare con l’asse della stella un angolo uguale all’ottava parte di quello giro. Un'inclinazione del genere finiva per imprimere alla scia di fuoco anche un moto circolare intorno all’asse stellare e nello stesso suo senso, pur conservando quello rotatorio intorno al proprio asse.

Ma quel tipo di situazione non poteva protrarsi molto a lungo, siccome il suo progressivo raffreddamento e il nuovo movimento assunto dalla scia di fuoco ben presto avrebbero inferto il colpo di grazia alla sua già avviata strozzatura, strappandola così per sempre alla sua stella-madre. Infatti, dopo un breve arco di tempo, la strozzatura cedeva e faceva sganciare dalla sua massa stellare la lunga scia di fuoco, la quale si dava subito a una precipitosa fuga. Mentre poi si allontanava dalla sua stella-madre nel senso della longitudine, essa assumeva una posizione mediana e quasi perpendicolare rispetto all’asse stellare. Comunque, durante la fuga, la sua velocità veniva prima rallentata e poi frenata dalla forza di gravità della stella. La quale, pur non ostacolando il suo moto rotatorio retrogrado, con il tempo la obbligava a orbitarle intorno.

In seguito, per il progressivo raffreddamento della sua massa e per l’effetto del suo moto di rivoluzione, i quali fenomeni si mostravano più accentuati alla sua estremità esterna, cominciavano a sganciarsi dal grande fuso di fuoco dei blocchi smisurati in fuga, ovviamente in momenti differenti e a partire dall’esterno. Tali successivi sganciamenti andavano riducendo sempre di più la lunghezza di quell’enorme fuso rovente, fino a trasformarlo in tanti corpi celesti diversi per grandezza e per costituzione. La loro diversità di grandezza era dovuta al fatto che là dove il fuso infuocato aveva un diametro maggiore, si aveva lo sganciamento di un blocco incandescente più voluminoso. Invece la loro diversità di costituzione scaturiva dalla loro grandezza, dalla loro lontananza dalla stella-madre e dai differenti tempi che essi impiegavano a compiere i loro movimenti di rotazione e di rivoluzione.

Dopo essersi staccati l’uno dopo l’altro dal fuso di fuoco, ai blocchi ancora fiammeggianti non veniva consentito di andarsene ognuno per proprio conto e in direzioni casuali. Invece, restando prigionieri della forza di gravità della loro stella-madre, venivano costretti a orbitare perennemente intorno a essa, seguendo un percorso quasi circolare. Ma, col passar del tempo, per effetto del loro movimento di rotazione che avevano conservato anche dopo il distacco, essi andavano assumendo una forma pressoché sferica. A ogni modo, divenuti entità cosmiche distinte e separate, tali blocchi, dopo un notevole raffreddamento, non mostravano più un aspetto superbamente avvampante.

Ormai la loro superficie appariva tutta un miscuglio di brace e di cenere, cosparso qua e là di tenui lingue di fuoco. Essi, però, essendosi staccati tutti dopo che il fuso infuocato era stato costretto a orbitare intorno alla sua stella ed essendo tale distacco avvenuto con uno strappo leggermente aberrante, si ritrovavano a compiere il loro moto di rivoluzione su piani ellittici. I quali, nelle loro orbite, risultavano variamente inclinati rispetto all’equatore della stella.

I pianeti, cioè le varie parti in cui era rimasto frazionato l’igneo fuso, nella loro rivoluzione erano costretti a seguire lo stesso senso del moto rotazionale della loro stella. Questa influiva anche sulla loro velocità orbitale e su quella rotativa, le quali, rispetto alla loro vicinanza a essa, si esprimevano con una proporzionalità diretta la prima e più o meno indiretta la seconda. Inoltre, il loro moto di rotazione poteva trovarsi a seguire lo stesso senso di quello della loro stella-madre, oppure poteva risultare addirittura retrogrado. L’uno o l’altro dipendeva dalla posizione che un pianeta, per ragioni costitutive della sua materia, veniva ad assumere al momento del suo distacco dal fuso di fuoco. Se la strozzatura veniva a trovarsi al di sotto, il suo senso rotatorio risultava il medesimo di quello della stella; se invece veniva a trovarsi al di sopra, esso risultava esattamente l’opposto.

Spesso capitava che, quando un pianeta si staccava dal suo fuso infuocato, sulla propria superficie permanevano ancora dei gas in combustione, i quali ritardavano il loro corso di spegnimento e di solidificazione. Ma, durante la fuga del pianeta, essi si accumulavano tutti nella sua parte posteriore, cioè all’estremità del suo asse rotante. Allora in quel posto formavano una coda di fuoco, la quale era proporzionata alla massa del pianeta e si ritrovavano con una rotazione che aveva lo stesso senso di quello del pianeta. In un secondo momento, tale coda si comportava similmente all'enorme scia di fuoco della stella, raffreddandosi sempre di più e frazionandosi in blocchi che prendevano il nome di satelliti, i quali restavano così prigionieri della forza gravitazionale del loro pianeta.

Era in questo modo che essi cominciavano a orbitargli intorno nello stesso senso del suo moto di rotazionale; mentre il loro moto dovuto alla rotazione, rispetto a quello del loro pianeta, poteva anche risultare retrogrado, proprio come avveniva con i pianeti nei confronti della loro stella. Anche in questo caso, però, la sua direzione dipendeva dalla posizione del satellite al momento esatto del suo distacco dal proprio pianeta.

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