15-La perfezione degli Angeli

A quel punto, ero consapevole dei due differenti luoghi, dei quali Dio si serviva per realizzare le sue creazioni. Inoltre, ero venuto a conoscenza delle diverse perfezioni relative che conseguivano dalla scelta del luogo a esse assegnato. Ma anche avevo individuato le primarie differenze che le facevano contrapporre le une alle altre, essendo esse da imputarsi alla loro diversità di ubicazione e di natura. A ogni modo, occorreva che io uscissi al più presto dalla sommarietà di quel mio primo approccio cognitivo, poiché esso mi aveva fatto conoscere quei luoghi e quelle perfezioni in modo succinto. Mio dovere, adesso, era quello di puntare decisamente a un loro studio più analitico e più esauriente possibile, incominciando ovviamente dal regno dell’immutabile e dell’eterno.

L’Eternon non rappresentava la totale realtà di Dio, ma soltanto quella sua parte nella quale si era adempiuto il primo atto creativo di Xurbiz. Perciò intendevo apprendere qual era stato il suo contenuto e di quale sublime perfezione Egli lo aveva voluto dotare. Da parte mia, comunque, ero certo che entrambe le risposte congiunte mi avrebbero senz’altro gratificato oltre ogni mia aspettativa. Dio, prima di qualsiasi altra creazione, aveva ritenuto opportuno creare un luogo che testimoniasse appieno la propria potenza, ma soprattutto esprimesse di sé la maestosità e la grandiosità. Perciò lo aveva voluto il più possibilmente confacente alla sua Divinità, considerato che esso sarebbe dovuto rappresentare anche il regno della sua non-fine e della sua non-alterazione.

In verità, un luogo, per quanto infinitamente bello potesse essere, di sicuro sarebbe stato come se non esistesse, se fosse risultato privo di una essenza pensante. La quale, oltre a dimostrarsi all’altezza della situazione, sarebbe dovuta risultare principalmente cosciente di tale splendida opera. In quella maniera, in essa sarebbe germinato il desiderio di ammirare e di glorificare il suo Creatore. Per questo motivo, Xurbiz, sempre con il medesimo atto creativo, aveva voluto popolarlo con stuoli di spiriti incomparabili e immortali, ai quali aveva dato il nome di Angeli.

Naturalmente, quell’atto creativo voluto da Xurbiz, più che una esplicita dimostrazione della sua ineguagliabile potenza, aveva avuto come scopo precipuo la creazione di esseri pensanti e giudicanti. Essi avrebbero dovuto liberamente esaltare la sua immensità e la sua eternità, attraverso la valutazione sia del luogo, che era stato messo a loro disposizione, sia della stessa natura prodigiosa, della quale gli stessi erano stati dotati. Altrimenti, a che cosa gli sarebbe valso l’esprimersi con vari atti creativi, se poi essi dovevano mirare a dimostrare la straordinaria onnipotenza al loro stesso Creatore, il quale, vivendola già in sé, come poteva non esserne a conoscenza?

L’illogicità di una simile dimostrazione senza dubbio appariva molto evidente, tenuto conto che essa alla fine sarebbe dovuta essere indirizzata proprio a Colui che già possedeva e viveva in sé tale onnipotenza. Egli la viveva non per convincere sé stesso di averla, ma per trasferirne una parte nelle sue creature, anche se non del tutto identica alla sua, e per farla ammirare e apprezzare da loro.

Per questo, da quelle mie prime ovvie considerazioni, arguivo che Xurbiz si attendeva dalle sue creazioni un unico risultato. Si trattava della spontanea riconoscenza e della sincera gratitudine nei suoi confronti, da parte delle sue creature munite di pensiero e di giudizio, per tutto quanto Egli aveva fatto per loro. A parer suo, soltanto l'una e l'altra potevano convincerlo senza ombra di dubbio della loro innata predisposizione al bene e della loro garantita avversione al male. Infatti, in entrambe le cose erano ravvisabili i seguenti due atti ammirevoli: quello dell'umiltà e quello della sottomissione.

Così Xurbiz, oltre a mettere a loro disposizione un luogo incomparabilmente meraviglioso, aveva pure voluto fornire gli Angeli di una perfezione illimitata. La quale poteva risultare limitata, solamente nel caso che venisse raffrontata con quella sua. Secondo Lui, una volta che li avesse dotati di una simile perfezione, gli Angeli non avrebbero trovato difficoltà alcuna a rendersi conto in modo infallibile dell’incomparabile maestà del loro insuperabile Creatore. Inoltre, essa avrebbe fatto nascere nel loro intimo il dovere di magnificarlo e di tributargli ogni sorta di onore e di riconoscenza, quali inequivocabili segni della loro umiltà e della loro volontaria subordinazione al suo dominio.

Ovviamente, in tali creature che erano state munite di poteri straordinari, era da escludersi nel modo più assoluto l’immanenza di un imperativo categorico, il quale fosse intento a condizionarne la condotta e a limitarne la libertà. L'assenza di un simile imperativo, comunque, c'era soltanto al fine di non obbligarle a seguire, consciamente o inconsciamente, la legge del loro Creatore. Anzi, esse risultavano ancora più perfette, in quanto la loro coscienza era improntata a libero arbitrio, per cui essa non era sottomessa a coercizioni di alcun genere e da parte di qualcuno. Fosse Egli anche Colui che le aveva create, dando loro un’esistenza!

Al riguardo, Xurbiz era stato dell’avviso che le sue creature, se fossero state avviate in modo coattivo a un comportamento a senso unico, sarebbero dipese da Lui in ogni loro decisione e in ogni loro atto. Per la quale ragione, esse non si sarebbero distinte per niente dalle altre creature che non avevano né pensiero né potere decisionale. Come pure ogni loro esaltazione e ogni loro tributo di merito o di riconoscimento a Lui indirizzati non avrebbero avuto più alcun senso. Anzi, a rigor di logica, le loro suddette manifestazioni non si sarebbero potute considerare un prodotto spontaneo o volontario delle sue creature. Precisamente, esse si sarebbero dovute ritenere una pura espressione della sua stessa volontà, che Egli, all’atto del loro concepimento e della loro creazione, avrebbe impresso in loro in modo vincolante e impositivo.

Secondo la concezione di Xurbiz, all'opposto, dal punto di vista decisionale ed espressivo, negli Angeli la perfezione doveva dimostrarsi, oltre che una luce inequivocabilmente chiarificatrice della verità assoluta, anche una qualità per niente violentatrice della libertà di pensiero, di giudizio e di decisione. Perciò non veniva scartata a priori l’ipotesi che potesse sorgere in tali esseri pensanti e giudicanti il volontario proposito di assumere un atteggiamento in aperta contraddizione con la legge divina. Ma, in tal caso, veniva preclusa loro ogni possibilità di sottrarsi alla giusta punizione, la quale era prevista contro tutti i trasgressori di detta legge.


Adesso era giunto il tempo che io mi occupassi dei poteri elargiti alla perfezione angelica e li analizzassi con la dovuta considerazione. Senza meno, essi dovevano essere infinitamente prodigiosi e degni della più alta stima, se appartenevano a delle creature eternoniane. Per il momento, però, la loro eccezionalità veniva fatta soltanto pensare o presagire. Invece uno studio diretto di tali poteri me li avrebbe presentati in tutta la loro natura portentosa e nella loro impeccabile efficienza. Perciò mi tuffai senza perdere tempo in tale studio, volendo acquisire al più presto possibile una conoscenza profonda anche della perfezione angelica.

A essere sincero, chi mi spingeva a fare una conoscenza di quel tipo era soprattutto il mio vivo desiderio di analizzare svisceratamente il primo prodotto pensante dell’attività creatrice di Dio. Il mio impulso verso tale apprendimento mi proveniva dal mio convincimento, secondo il quale una simile analisi avrebbe accresciuto in me ancora di più la conoscenza dello stesso Xurbiz.

Gli Angeli, essendo stati creati nell’Eternon, all’atto della loro creazione, non avevano potuto fare a meno di fruire di tutti quegli attributi e poteri, senza i quali essi giammai sarebbero potuti esistere in un luogo del genere. Per questo, una volta avvenuta da parte di Dio la scelta del luogo in cui aveva stabilito di creare le sue legioni angeliche, la stessa scelta poi ipso facto aveva subordinato la sua attività creativa a dei canoni imprescindibili. I quali erano connaturati nella sua realtà e vi facevano esistere la creazione, a patto che quest’ultima fosse avvenuta nel loro rispetto.

Xurbiz, evidentemente, era al corrente di quei canoni e del suo obbligo a rispettarli, se voleva creare nella sua realtà. Come anche sapeva che, per sottrarsi a tali canoni, doveva soltanto assegnare un diverso luogo di destinazione alle sue creazioni. Invece egli aveva voluto creare gli Angeli proprio secondo il modello che gl'imponeva la sua realtà, considerato che solamente in quel modo essi avrebbero rappresentato la più perfetta e la più invidiabile di tutte le sue creazioni, per cui sarebbero risultati degni della sua Maestà Divina.

Quanto al numero di tali norme, esse erano soltanto tre e Xurbiz era obbligato a osservarle senza scartarne nessuna, se intendeva creare nella sua realtà e ricavarne dei modelli di perfezione che superassero tutti gli altri per bellezza e per intelligenza. La prima delle tre norme, a cui doveva sottostare il desiderio creativo di Dio, nel caso che avesse deciso di esprimersi nella sua realtà, era quella di dotare ogni sua creazione della prerogativa dell'indistruttibilità. Prescindendo dalla quale, nessuna sua creazione giammai vi avrebbe trovato posto. Infatti, qualunque essere venisse creato da Dio nella propria realtà, esso risultava automaticamente provvisto della suddetta prerogativa. Quella norma scaturiva dal fatto che, non potendo la divina realtà essere distrutta perfino dallo stesso Dio, ne conseguiva che neppure la più piccola parte di essa occorsa per un suo atto creativo poteva essere parimenti distrutta.

Per quella ragione, tutti gli Angeli, fin dal loro primo concepimento, erano risultati esseri indistruttibili e perpetui. In merito, c’era da precisare che l’indistruttibilità delle creazioni eternoniane non escludeva la dominabilità delle medesime da parte del loro Creatore, nel caso che Egli lo avesse ritenuto giusto e necessario. Né poteva essere negata a Xurbiz una siffatta iniziativa, essendo il dominatore assoluto e incontrastato di tutta la sua realtà e, quindi, anche di ogni creazione che vi venisse fatta esistere. Ciò stava a significare che le creature dell'Eternon, se da una parte potevano sfidare la volontà del loro Creatore, senza correre il rischio di venirne sopraffatte e rigettate nel nulla di origine; dall’altra, non potevano sottrarsi al suo dominio. Così, ogniqualvolta venivano ravvisati gli estremi di una loro colpa o di un loro reato, nei loro confronti esso prevedeva un giudizio e la comminazione di una pena a esso commisurata, sempre secondo giustizia.

La seconda norma, che veniva imposta a ogni atto creativo di Dio dalla sua realtà, stabiliva che da esso dovevano provenire solo creature indefettibili, indeteriorabili e imperfettibili. Ma l’imperfettibilità, nelle creature eternoniane, non era da ritenersi una qualità negativa, intendendola come incapacità a raggiungere la perfezione. Invece essa andava interpretata con una diversa accezione che risultava diametralmente opposta, per cui il suo significato poteva essere soltanto sommamente positivo. In tali creazioni, per intenderci meglio, l’imperfettibilità stava a indicare che esse erano dotate già di una perfezione non plus ultra. La quale, presentandosi già realizzata al massimo, non aveva bisogno di alcun ulteriore perfezionamento.

La perfezione delle creazioni dell’Eternon, inoltre, risultando parte della realtà divina, dal punto di vista qualitativo, non poteva presentare difetti di sorta, essendo immune da ogni deterioramento. Ecco perché i suoi fruitori, all’atto della loro creazione, erano risultati perfettissimi e inattaccabili perfino dal loro stesso Creatore, nel caso che Egli avesse voluto degradare la loro perfezione in un modo qualsiasi.

Anche a tale proposito, però, era importante fare una puntualizzazione. L'inattaccabilità delle creature eternoniane da parte di Dio non voleva dire che, qualora le medesime si fossero insuperbite a tal punto da volersi paragonare con la stessa perfezione divina, giungendo addirittura a sfidarla, sarebbero state lasciate agire impunemente, ossia senza scontare la meritata condanna. Tali creature avrebbero sempre dovuto fare i conti con il dominio di Xurbiz. Esso, se non poteva intervenire contro la loro essenza qualitativa, poteva benissimo indirizzare ogni sua azione punitiva contro il loro modo di essere. In questo caso, le avrebbe coinvolte nella sua punizione esistenzialmente, obbligandole a uscire dalla sua realtà e trasformando radicalmente la loro esistenza in senso peggiorativo.

La terza e ultima norma vigente nella sua realtà, quella che il volere creativo di Dio era anche costretto a rispettare, consisteva nell’obbligo da parte sua di fare originare da sé solamente creature fornite di spiritualità atemporale. Si trattava di una spiritualità vivente per sempre il presente, completamente avulsa dal tempo, ossia senza né un futuro né un passato, proprio come si esprimeva l’intera realtà divina. Per quanto riguardava quest’ultima norma, io comprendevo benissimo la necessità di una natura spirituale nelle creature dell’Eternon; ma mi riusciva molto difficile comprendere la necessità dell’assenza del tempo nelle medesime. Sì, non riuscivo a rendermi conto del significato di un'assenza temporale nelle creazioni metafisiche, né riuscivo a immaginare quali effetti potessero loro derivare da essa.

Alla fine, anche queste ultime mie due incomprensioni finirono per appianarsi in me. Così potei pervenire alla chiara consapevolezza sia del perché dell’assenza del tempo nelle creature eternoniane sia degli effetti che sarebbero originati da essa. Il problema dell’atemporalità delle creature dell’Eternon, in un primo momento, mi si presentò come un qualcosa di assurdo e d’inconcepibile. Ma poi compresi che, prima di affrontare un problema di quel genere, dovevo avviare innanzitutto lo studio che riguardava il diretto interessato, ossia il tempo. Infatti, ero convinto che, solo percorrendo in quel modo il mio iter speculativo, alla fine avrei visto il problema in corso snodarsi nella mia mente in forma logica e comprensibile. Allora mi sarebbe stato permesso di uscirne con le idee ben chiare e precise.

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