1-Da una realtà a un'altra

Penso: che cosa? Non lo so. Probabilmente, niente. Comunque, vorrei saperlo, se mi è possibile! Nel frattempo, mi sento così annoiato e confuso, che quasi non riesco a discernere tutto quanto è preda del mio pensiero. Sì, è abitudine della mente pensare di continuo; anzi, in alternativa, si dedica a cullarsi in amene fantasticherie. Certe volte, inavvertitamente, essa sguinzaglia i suoi pensieri sulle tracce di spazi senza confini e di sentieri senza mete. A quel punto, la mia mente si mette a precipitare, coinvolgendo nella sua caduta l’intera realtà che la sostiene. Inoltre, la sua stessa identità si ritrova a fronteggiare dei ragionamenti che mi appaiono molto involuti. Per cui, facendola apparire dubbia, essi vorrebbero perfino forzarla a non riconoscersi più in ciò che ha sempre creduto di essere.

Dentro di me avverto un arcano impulso che, a ogni costo, vorrebbe reprimermi il pensiero nella mente, vorrebbe non farlo essere almeno per pochi istanti. A ogni modo, con tale suo proposito, esso ugualmente non intende prefiggersi uno scopo ben chiaro e preciso! Perciò sono indotto a dubitare anche della mia stessa esistenza, se considero il fatto che la morte giammai potrebbe costringermi a uno stato biopsichico differente da quello che mi sta tiranneggiando in questo momento, facendomi assomigliare a un essere che si è privato di ogni essenza vitale. Adesso che ci penso, non ho mai avvertito dentro di me un abbandono del genere, da parte di tutte le mie energie fisiche e intellettuali.

In verità, giammai sono andato incontro a uno sfascio di pensieri e a un crollo d'idee, come quelli che mi stanno succedendo attualmente. L'una e l'altra condizione, se ci rifletto, si presentano in me di proporzioni tanto vaste, da privarmi di ogni orientamento sia spaziale che temporale. Tutto all’improvviso, mi sono visto inabissare in un nulla angusto e sconfinato in pari tempo. A esso, perciò, non oserei mai affidare anche un attimo della mia esistenza, tenuto conto delle catastrofiche prospettive che a mano a mano vi si vanno delineando.

Volendo essere obiettivo, chi o che cosa potrebbe darmi la matematica certezza che la mia esistenza è effettivamente quella di un essere ancora vivente e non quella di un essere che è stato per sempre privato della propria vita? Dovrebbe forse convincermi della mia ipotetica morte il fatto che non odo più il pianto e i lamenti dei miei parenti? Certo che no! Infatti, si tratta di un dato oggettivo che non m'incoraggia a basarmi su di esso, poiché mi risulta scevro di assoluta certezza. D'altro canto, si sa che tuttora restano sconosciute le relazioni esistenti tra una persona estinta e il mondo sensibile dei viventi. Esse, per l’umanità che esiste, vive e produce, hanno sempre rappresentato un problema senza soluzione, come lo sono ancora oggi e continueranno a rappresentarlo nel tempo futuro. Si tratta di un enigma che riesce solamente a vanificare qualunque tentativo di sondaggio speculativo in tale direzione, da parte di chiunque intendesse spiegarlo.

Così il mio pensiero sbandato è costretto a proseguire il proprio vagabondaggio attraverso i tenebrosi sentieri del nulla, portandosi dietro una ingente scorta di tormentosi interrogativi. Vagando qua e là per gli anfrattuosi sentieri della mia tetra esistenza, la quale reclama la sua perduta capacità organizzativa, esso deve piegarsi ai perfidi disegni di un destino astruso e spietato. Quest’ultimo viene a soggiogare in continuazione il mio pensiero, privandolo di ogni impeto indagatore. In pari tempo, lo incanala verso traguardi che, anziché risolvere i problemi in esso esistenti, finiscono per complicarli ulteriormente.

Non bastando ciò, poco alla volta e in modo impercettibile, mi viene meno perfino la facoltà di riflettere sul mio stesso pensiero, la qual cosa mi spinge alla seguente amara considerazione: Che cosa mai ne sarà di me, siccome ho a disposizione un pensiero che è impotente ad agire ed è stato deprivato della sua capacità riflessiva? Non doveva forse essere essa a farmi ricercare i motivi della mia coatta inazione? In ultima analisi, se prima mi ero ritrovato a condurre un'esistenza alquanto negletta, adesso invece vengo forzato a protrarla in un clima inoperoso e fatiscente. Ecco qual è l'attuale verità!

Oramai vedo prospettarsi davanti a me esclusivamente un aggravamento della mia già critica situazione, considerato che non scorgo nessun vivificante riflettore orientato sul mio campo d’azione con il palese intento d’illuminarmi davanti il cammino. Quest’ultimo, poi, avendo rinunciato da tempo a ogni perseveranza, appare visibilmente irresoluto e incespicante nel protendersi verso l’ignoto che lo circonda.

Nel frattempo, séguito a dimenarmi nel vortice tumultuoso della mia mente, dove molte nullità e vuotaggini, in una lotta senza quartiere, si vanno scontrando, frammischiando e combattendo, poiché esse intendono avere il sopravvento le une sulle altre. Allora, presentandosi le cose in tal modo nei miei confronti, mi vado rendendo conto che nella mia vita non potrà esserci più una realtà trasparente come l’acqua sorgiva di una fonte, la quale mi possa alla fine chiarire le odierne mie vicissitudini. Quella, in cui sono naufragato, è in grado unicamente di additarmi labirinti senza uscite, disseminati delle più incredibili assurdità.

A quanto pare, le tante mie disgrazie sembrano proprio non bastare ancora, perché io possa ritenermi sufficientemente prostrato nel fisico e nello spirito. Ecco perché qualcuno è dell’idea che la mia situazione debba essere aggravata ancora di più, essendo intenzionato a vedermi soccombere per sempre alle laceranti sferzate dell’avversa sorte. Per tale motivo, senza che io me ne accorga, egli mi propina qualcosa che viene a debilitarmi in tutti i sensi, invadendomi e travolgendomi inesorabilmente, fino a causarmi un pauroso collasso intellettivo. Per questo alla fine, quando la mia mente risulta totalmente offuscata dal nuovo strano fenomeno, cado in una sorta di deliquio. Allora esso, ahimè, finisce per cancellare nel mio intimo perfino la percezione del nulla, non riuscendo più a rendermene conto.

Dopo un tempo, che mi è impossibile quantificare, mi ritrovo di nuovo esistente in qualche modo, ma con un pensiero che si presenta ancora scarsamente funzionante. Difatti posso soltanto constatare che la stanchezza, la noia e l’irresolutezza mi vanno martellando il fiacco fisico e l’abbattuto spirito. Entrambi, nell'odierna difficile circostanza, sembrano quasi ridestarsi da un profondo torpore. Esigua, direi inavvertibile, si dimostra invece l’attività del mio pensiero, il quale, da parte sua, si dimostra passivamente contemplativo. Questa volta, però, esso non contempla sé stesso, mentre è alle prese con le sue sconcertanti sofisticherie oppure mentre ricerca fonti di energie pulite, da usare come alternative a quelle inquinanti che vengono tuttora utilizzate. La sola contemplazione, che gli viene concessa, è quella in cui esso si vede sprofondare in una tremenda abulia e in un nonsenso della nuova squallida realtà che lo tiene rigidamente imprigionato.

A questo punto, mi rendo conto che la mia realtà è situata oltre la sfera del mio attuale potere percettivo, siccome non riesco né a scorgere né a sentire alcuna cosa intorno a me. Inoltre, mi vedo addirittura privato di ogni altro tipo di sensazione. Invece in me è rimasta soltanto una irrefrenabile voglia di uscire da questo labirinto d’incomprensibili paradossi, i quali m'impediscono d’incamminarmi verso la mia realtà certa, quella che corrisponde al ritrovamento del mio essere. In pari tempo, m’instradano verso vicoli ciechi, in fondo ai quali delle crude disillusioni mi stanno aspettando al varco, allo scopo di darmi il loro malaugurato benvenuto.

Trovandomi nell'attuale stato pietoso, mi sento di affermare senza ombra di dubbio che io non vivo la vita, ma mi trascino attraverso i lugubri sentieri della morte! Lo dimostrano gl’inafferrabili attimi, che disordinatamente mi assalgono e con insistenza mi violentano. Inoltre, mi devastano l’unica pista in grado di ricondurmi al mio mondo reale, quello che invano vado ricercando da ore con affanno. Allora non posso fare altro che aggirarmi tastoni attraverso un’esistenza priva di ogni incoraggiante prospettiva e servirmi di un pensiero destinato a brancolare per sempre nel buio della notte più cieca e folta di nebulosi grovigli!

Nella presente realtà, come mi avvedo senza errore, non riesco più a ritrovarmi in qualche maniera qualsiasi e in nessun luogo. Poco dopo, però, nel vano tentativo di rintracciarmi a ogni costo, continuo ad agitarmi inutilmente, riprendendo la mia lotta senza speranze contro un nemico che non ha alcun volto. Forse l’io mi è stato carpito in un inconcepibile momento di squilibrio mentale, anche se stento ad ammettere un’evenienza così terribile. Comunque, non riesco a spiegarmi diversamente quest’assurdità che all’improvviso si è messa a soggiogare la mia esistenza, arrecando a essa il massimo scombussolamento. Ma sarà mio dovere insistere nel ricercarmi, magari pure all’inferno, e continuare a farlo, fino a quando non mi sarò ritrovato per intero.

Senz'altro, compirò tutti gli sforzi che mi saranno consentiti, pur di rivedermi rientrato nella mia originaria realtà. Dovesse tale mia ricerca compromettere, o addirittura costarmi, quell’unica paradossale forma di esistenza che non mi viene ancora concessa! L’importante è che il mio Creatore, quando mi presenterò al suo cospetto, ritrovi nel mio corpo esattamente me e non un'altra persona! Altrimenti, come potrei giustificarmi con Lui, se egli m’invitasse a rendergli conto di un paradosso simile?

Le tante considerazioni che vado facendo su di me non sono ancora finite, quando finalmente comincio a percepirmi nel corpo. All'improvviso, una gelida sensazione si mette ad attraversarlo da capo a piedi, immergendo le mie membra redivive in un lago di brividi. È come se la mia persona fosse stata investita da un freddo quasi polare! Ho perfino la sensazione che dei soffici fiocchi di neve, adagiandosi lievemente sul mio corpo nudo, si vadano ammassando su di esso, ma senza riuscire a scuoterlo dalla sua immobilità. Il mio organismo, infatti, seguita a restare vittima impotente del più totale immobilismo e non riesce a liberarsene in alcun modo, per cui vengo ad assomigliare a un blocco di ghiaccio.

Di lì a poco, un persistente formicolio comincia a prendere possesso dell’intero mio corpo. Tale fenomeno viene interpretato da me come un evidente segno positivo, poiché m’induce a credere che in me il sangue stia finalmente riprendendo il suo corso vitale. Al riguardo, non posso sbagliarmi, poiché adesso avverto il gelo che mi va abbandonando in forma sempre più massiccia, fino a dissolversi del tutto, permettendo al mio corpo di ridiventare tiepido. Allora subentrano al suo posto dei benefici tepori, che mi consentono di riaffiatarmi con la mia vita sensitiva precedente, anche se parzialmente.

Non riesco ancora, però, né a intravedere in qualche posto né a concepire in qualche maniera ciò che dovrebbe essere di pertinenza della mia ragione. Anzi, dentro di me l'avverto carente in modo spaventoso. Ecco perché dubito finanche che essa possa riemergere da tanto dissesto della mia razionalità, condannato com’è a restare relegato nel mero nulla dei miei inconsistenti ragionamenti. Inoltre, sono portato a credere che il mio essere abbia oramai ceduto il posto al suo non-essere. Per cui quanto si verifica nella realtà circostante non viene captato da me, siccome esso si frantuma contro l’impenetrabile schermo che avviluppa e imprigiona il mio essere, che è divenuto oramai preda del suo non-essere.

Quale stregoneria mi tiene prigioniero in questa mia paralisi cerebrale, la quale mi blocca e mi acceca l’intelletto, vietandogli di protendersi oltre sé stesso? Chi ha soppresso la regolare funzionalità del mio cervello, che non riesce più a rendersi conto di ciò che prima lo interessava e rappresentava per esso un motivo di più per vivere? Ebbene, anche se vengono compiuti da me degli sforzi sovrumani per ritrovarmi, continuo a risultare succube del mio non-essere. La percezione del niente, per la verità, è la sola ad alimentare la paralizzante situazione del mio io, mortificandolo e deprimendolo più di quanto non lo sia già. In pari tempo, il mio intelletto non si decide a divorziare da quella sua impotenza costruttiva e indagativa.

Povero me, che risulto la vittima presa a bersaglio da una forza intransigente e perversa, la quale va dilaniando la reale mia ragione! Nelle attuali disagiate condizioni in cui verso, anche una mummia si sentirebbe più viva di me! Ho detto mummia?! Posso sapere che cos’è una mummia? Forse solo il buon Dio lo sa!

A un tratto, un clima soporifero forza i miei occhi a richiudersi. Per loro, a ogni modo, non viene a cambiare nulla rispetto a prima, ritrovandosi a non poter vedere ciò che già non scorgevano in precedenza. Difatti essi si sono chiusi al nulla per riaprirsi ancora al nulla. Ripensandoci bene, forse un cambiamento c’è stato nella mia attività visiva, poiché adesso il subentrato sonno è venuto a privare i miei occhi perfino della loro percezione del niente!


Al ridestarmi dal mio sonno, noto con grande stupore che, mentre dormivo, qualcuno di buonsenso si è adoperato per compiere intorno a me il miracolo che avevo tanto ambito. Difatti adesso i miei occhi, dopo essersi riaperti, possono beneficiare di una visione stupenda ed esilarante. Dovunque io volga lo sguardo, scorgo una natura ridente e gioconda, la quale mi si manifesta in tutta la sua magnifica spettacolarità. Il mattino si è totalmente sganciato dal tenebrore della notte e rivive ora momenti di festa, di fulgore e di gioia, crogiolandosi in un’atmosfera dolcemente idilliaca. L’aria è limpida, è salubre, è aromatica; per cui m’invita a respirarla con voracità! Il cielo si mostra nitido e di un azzurro smagliante; nonché risulta molto grato agli occhi. Direi che da esso mi provenga un profondo senso di serenità e di beatitudine, che si dà a diffondersi in ogni angolo della mia psiche. Gli alberi, a loro volta, verdeggiano orgogliosamente e si beano delle loro policrome fioriture. I canti degli uccelli, invece, sono delle dolci note per le mie orecchie, le quali perciò li accolgono con particolare attenzione e con immenso sollievo.

In questo luogo beato, insomma, ogni cosa mi si propone nella sua più integra efficienza, nonché nella sua veste più attraente e meravigliosa. Mi riesce ineffabilmente bello gustare tanta delizia, venire abbagliato da tanta effusione di luci e di colori, sentirmi nelle varie membra gagliardo come un leone e provare interiormente sensazioni che mi trasfondono nell’animo il gaudio eterno. Un alone sublime e paradisiaco avvolge questo lembo di terra in un velo permeato di sacralità e di purezza. Per tale ragione, si presenta impercettibile sia agli occhi che agli altri organi dei sensi. Inoltre, il medesimo si lascia captare solo dallo spirito, il quale, grazie a esso, si sente trascinare al centro di una sensazione ultraterrena.

In un posto simile, dove l'eterno giubilo è sovrano, gl’ideali non hanno ragione d’esserci. Qui essi esistono non come fini da perseguirsi, bensì come creature già realizzate, vivendo con il solo scopo di soddisfare le altrui esigenze. Infatti, tutte le idee più belle della nostra immaginazione, non appena sentiamo il desiderio di goderne, in questa regione diventano all’istante delle cose o degli esseri reali e palpabili. Perciò ci si donano nella loro integra perfezione e nella loro totale disponibilità. A dirla in breve, in questa oasi di celestiale amenità, si può parlare e conversare, cantare e danzare con la propria felicità. Basta desiderarla ed essa diventa realmente nostra, dedita con prodigalità a ogni nostro intimo soddisfacimento, sia esso materiale oppure spirituale.

Insomma, senza volere esagerare, qui è proprio come ritrovarsi a vivere nell’Eden, quel sito incantevole che Dio mise a disposizione di colui che viene considerato il primo uomo, ossia... Ma, proprio quando sto per pronunciare il nome di Adamo sulle mie labbra, alle mie spalle si fa sentire una voce di donna, che mi dice:

«Adamo, perché non smetti di dormire? Sappi che è già mezzodì e noi dobbiamo raggiungere la nostra dimora, essendo ora di pranzare!»

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