2-SPEON, INSEGUITO DAI KIRPUS, S'IMBATTE IN IVEONTE E TIONTEO

Un pomeriggio, Iveonte e Tionteo avevano appena cominciato a riposarsi, tenendo ciascuno il proprio capo poggiato sulle mani intrecciate, allorché capitò loro di assistere a un episodio assai commovente. Dalla fitta vegetazione, essi videro sbucare un giovane dall'apparente età di una ventina d'anni, il quale avanzava tutto trafelato nella loro direzione. La stanchezza e il terrore erano chiaramente visibili sul suo volto, nonostante fosse ricoperto da una patina di sudicio sudore. Il poveretto, nella sua corsa precipitosa, ebbe appena il tempo di giungere a pochi passi da loro, allorché lo si scorse piombare di colpo al suolo, come se fosse stato un macigno! A essere più precisi, in quegl'istanti a loro due parve proprio che il soffio vitale lo avesse abbandonato per sempre. Vedendolo crollare per terra, i due giovani in un attimo si alzarono e gli furono addosso. Essi erano intenzionati a farlo rinvenire, qualora egli fosse rimasto vittima di un collasso cardiocircolatorio. Ma dopo avergli tastato il polso, Iveonte formulò su di lui la seguente diagnosi:

«Il ragazzo è ancora vivo, Tionteo: egli ha solo il battito cardiaco molto lento! Penso che sia stato l'eccessivo affaticamento a causargli la bradicardia e il conseguente svenimento! Comunque, ora vado a perlustrare la zona qui intorno. Voglio rendermi conto di ciò che gli abbia potuto infondere un tale spavento, da spingerlo alla sua dannata corsa. Nel frattempo, amico mio, cerca di fargli riprendere i sensi con uno spruzzo di acqua sulla fronte, il quale si rivela un ottimo rimedio per farlo rinvenire.»

La perlustrazione dei dintorni, da parte d'Iveonte, diede esito negativo. Egli non aveva riscontrato nei paraggi la presenza di alcun indizio che potesse far pensare a qualche pericolo incombente o dare adito a sospetti. Ogni angolo era risultato tranquillo e del tutto privo di anormalità, in quanto né vi si aggiravano inseguitori né vi si annidavano belve feroci. La qual cosa aveva indotto il giovane a porre fine alle sue ricerche e a ritornarsene presso l'amico, che aveva lasciato a prestare le sue cure allo sconosciuto giovane.

Quando Iveonte rientrò al campo, l'ospite peregrino si stava riavendo proprio in quell'istante. Le sue membra non erano più immobili e i suoi occhi sbarrati mostravano due pupille alquanto dilatate. Il suo volto, invece, seguitava a mostrare una paura tremenda, la quale faceva pensare che qualcuno o qualcosa continuasse a ossessionarlo terribilmente. Insomma, chi o cosa poteva averlo atterrito in quella maniera?

Poco dopo, però, quando era trascorso qualche minuto, delle convulsioni s'impadronirono dello sconosciuto. Inoltre, varie frasi sconnesse, le quali erano dovute al delirio che si era impadronito di lui, cominciarono a diluviare senza sosta sulle sue labbra. In riferimento alle parole che egli andava pronunciando staccate e in modo frenetico, di sicuro esse riassumevano quanto gli era accaduto qualche tempo prima. Il cui ricordo continuava a perseguitarlo a livello inconscio e gl'infondeva quel gigantesco timore che lo faceva delirare in modo pietoso.

Il contenuto delle sue parole era il seguente: "Voglio andare via! Ridatemi la mia Cresia! Lasciatemi fuggire! Mi stanno inseguendo! Povero il mio genitore! I fratelli Kirpus stanno arrivando! Nascondetemi, per favore! Voglio ucciderli tutti quei maledetti malfattori! No, non voglio morire! Nessuno può fermarli! Sono dei veri mostri! Sento che si stanno avvicinando! Povero me! Sono prossimo a morire, siccome essi mi uccideranno!"

Infine nello sconosciuto giovane delirante subentrò una calma apparente, per cui lasciò pensare che si fosse acquietato. Lo confermò la sua coscienza, che era tornata a brillare in lui. Lanciando poi intorno a sé degli sguardi di stupore e di paura, si espresse ai suoi ospiti:

«Mi dite chi siete e dove mi trovo? Non sapete che non potete tenermi presso di voi, se non volete andare incontro agli stessi rischi che sto correndo io? Per il vostro bene, vi consiglio di lasciarmi andare via e di abbandonare questo posto, anche se non vorrei!»

«Ti trovi fra amici!» gli rispose subito Tionteo «Perciò cerca di stare sereno e smettila di agitarti senza alcun motivo! Devi sapere che presso di noi sei al sicuro e nessuno mai potrà farti del male, come pensi tu. Tanto meno potrà farlo a noi! Te ne devi convincere, caro giovanotto, se vuoi ritornare a essere tranquillo!»

Intanto che gli rispondeva in quel modo, il Terdibano avvicinò anche la borraccia con l'acqua alle sue labbra screpolate, facendolo dissetare quanto bastava. Da parte sua, Iveonte, con la selvaggina che si era procurata durante la breve ricognizione, gli preparò un pranzetto coi fiocchi, il quale valse a fare riacquistare le forze perdute all'ospite. Costui, una volta che si fu ristorato per bene, ringraziò vivamente Iveonte e Tionteo per l'ottima ospitalità che gli avevano riservata e per l'interessamento dimostrato nei suoi confronti. Dopo, seguitando a disperare della propria salvezza, soggiunse:

«Volesse il cielo che potessi ricambiare la vostra grande generosità, amici! Invece, avendo io i giorni contati, so già che non potrò mai sperare in un miracolo del genere! I miei inseguitori, che sono i truci fratelli Kirpus, a quest'ora della giornata dovrebbero già trovarsi nelle vicinanze. Per cui presto mi raggiungeranno, mi uccideranno senza pietà e faranno del mio corpo uno scempio mai visto! Questa è la cruda verità!»

«Chi sono i fratelli Kirpus? Possibile che riescano a infonderti un così enorme terrore?» gli domandò Iveonte «Ma prima di parlarci dei tuoi terrorizzatori, voglio che tu ci dica il tuo nome. Intanto mi appresto a riferirti quelli nostri. Iveonte è il mio, mentre quello del mio amico è Tionteo. Adesso puoi andare avanti a parlarci dei terribili tuoi terrorizzatori, poiché vogliamo renderci conto con chi abbiamo a che fare.»

«Io mi chiamo Speon. In riferimento ai fratelli che mi stanno inseguendo, si tratta di esseri umani, anzi disumani, privi di scrupoli. Essi hanno una forza immane, per questo, pur essendo in nove, non hanno paura di affrontare nemmeno cento uomini. I Kirpus terrorizzano il mio villaggio, che è Borchio, e tanti altri villaggi viciniori al mio, commettendo atti di prepotenza e di abuso verso i loro abitanti, i quali perciò sono diventati loro succubi. Solamente per divertirsi, ogni giorno fanno strage di gente innocente, infierendo contro le loro vittime in modo inumano. Perciò è meglio evitarli, finché ci sarà possibile!»

«Adesso vuoi dirci che male gli hai fatto, Speon, per avere essi stabilito di ucciderti? Tu non mi sembri un tipo capace di far del male a chicchessia.»

«È forse un peccato amare, Iveonte? Ebbene, ho soltanto amato la loro sorella Cresia, la quale è pure fervidamente innamorata di me! Ci vedi forse qualcosa di brutto nel nostro innocente e nobile sentimento amoroso, che entrambi stavamo coltivando in modo tenero e genuino? È questo il motivo, per cui essi mi vogliono morto a qualsiasi costo!»

«No, non è un peccato amare, Speon. Anzi, l'amore è un bene meraviglioso, poiché lo spirito umano vuole vivere esclusivamente d'amore e di giustizia. Ma chi ti assicura che i suoi fratelli hanno deciso di ammazzarti, per la qual cosa adesso ti stanno dando la caccia? Potresti sbagliarti in merito! Allora la loro persecuzione sfrenata potrebbe essere soltanto una tua fisima! Non lo credi anche tu, giovanotto?»

«Chi me lo dice, Iveonte!?... È possibile che si dubiti ancora di ciò, da parte vostra!? Scusate la mia stizza, miei benefattori! Voi la pensate in questo modo, solo perché non siete a conoscenza di come sono andate realmente i fatti, che hanno coinvolto la mia esistenza e quella di mio padre. Adesso, però, pur di convincervi, passo a farvi una sintesi della loro catastrofica evoluzione. Ammesso che il tempo a mia disposizione mi permetterà di farvi l'intera cronistoria dei fatti avvenuti nel mio villaggio di Borchio!»

Così il giovane fuggiasco, del quale abbiamo appena appreso il nome, che è Speon, mostrandosi tremendamente afflitto, si diede a narrare ciò che gli era accaduto nei giorni precedenti presso il suo villaggio. Il suo racconto, come tra poco ci renderemo conto, sarebbe risultato raccapricciante e detestabile ai suoi due indignati ascoltatori.


"Premetto che la mia nascita fu accolta dalla scomparsa di mia madre Sippa, poiché ella disgraziatamente morì, subito dopo avermi partorito. Allora la grande sventura spinse mio padre Vusto a darmi il nome di Speon, il quale, nella lingua locale, significa appunto sventurato. Quindi, ora sapete anche perché porto questo nome, il quale non mi è affatto simpatico! Il mio genitore, che era un avveduto mercante di gioielli preziosi, per ben diciassette anni mi condusse con sé nei suoi lunghi viaggi, durante i quali mi fece percorrere e conoscere molte regioni vicine e lontane. Ma, raggiunta una certa età, egli si ritirò per sempre in Borchio, il quale era il suo villaggio natio, allo scopo di cercarvi un po' di riposo. Oramai egli si era fatta un'ottima posizione con il commercio, per cui veniva enumerato tra le persone più facoltose del villaggio.

Quanto a me, nel triennio di permanenza nel mio villaggio, senza perdere tempo, ho badato a coltivarvi diverse amicizie. La più simpatica di tutte, però, mi è risultata quella che ho allacciato con il mio intimo amico Burdino. Invece fu soltanto un anno fa che conobbi la mia donna del cuore. Mi riferisco alla mia adorabile Cresia, la quale risulta l'unica sorella dei fratelli Kirpus. Da quel momento in poi, cominciai ad avere con lei alcuni incontri segreti, i quali avvenivano ogni volta nella capanna del mio fedele compagno.

Alcuni giorni fa, sebbene ci fosse il pericolo di una loro terribile reazione, la mia ragazza e io, di comune accordo, abbiamo preso la decisione di palesare il nostro fidanzamento ai suoi fratelli. Per precauzione, abbiamo ritenuto opportuno che io non mi esponessi direttamente in quel nostro palesamento, senza prima averne conosciuto l'esito. Perciò abbiamo architettato il piano, di cui adesso vi metto a conoscenza. Cioè, sarebbe stata la sola Cresia a informare i fratelli del nostro amore, assumendosi pure il compito di persuaderli ad accondiscendere a esso.

Nel frattempo, in attesa di conoscere l'evoluzione degli eventi, mi sarei tenuto nascosto nella capanna del mio amico. Il quale era stato incaricato di mettermi subito al corrente di come sarebbero andate le cose, dopo che la mia ragazza avesse parlato di noi ai suoi bizzarri fratelli. Da essi, senza esagerare, potevamo aspettarcene delle brutte, perfino quelle ritenute inimmaginabilmente tragiche.

Attendevo l'arrivo di Burdino con impazienza, intanto che ero in preda a una forte agitazione, allorché l'ho scorto all'improvviso che correva verso di me. Egli appariva con un volto livido e terrorizzato. Così, dopo essermi giunto davanti tutto trafelato, il mio amico ha cominciato a dirmi con voce piuttosto concitata:

«Amico mio, di sicuro una divinità dovette ispirare tuo padre, quando ti diede il nome che porti, poiché sventurato tu lo sei anche di fatto! Non appena Cresia ha riferito ai suoi fratelli la vostra relazione amorosa, essi si sono dati a procurarle un sacco di male. Le sue urla disperate potevano essere udite da ogni parte del villaggio! Quando poi la tua ragazza ha smesso di urlare, ho visto i Kirpus uscire dalla loro abitazione e dirigersi verso quella tua. Essi correvano così velocemente, da sembrare proprio che volassero. La loro corsa mi ha fatto pensare che venissero qui a farti la pelle! Ma non avendo trovato te fra le mura domestiche, i Kirpus se la sono presa con il tuo anziano genitore. Pensa che, comportandosi da veri carnefici, lo hanno massacrato di botte, proprio come se fosse un cane rognoso, fino a quando il disgraziato tuo padre non è crepato ed è morto!»

«Povero il mio babbo!» mi sono messo a lamentarmi «A causa mia, lo scalognato mio genitore, senza avere alcuna colpa, ha dovuto subire il martirio che quei bruti avevano assegnato a me! Ma in seguito, Burdino, i maledetti Kirpus cosa hanno fatto? Vuoi farmelo sapere, per favore?»

«Dopo avere assassinato tuo padre e bruciato la tua casa, i nove fratelli se ne sono allontanati in gran fretta; ma non so dirti di preciso dove si sono diretti questa volta. Se non mi sbaglio, penso che essi fossero ancora sulle tue tracce. Comunque, sono convinto che quegli esseri disumani ti stanno dando una caccia spietata, rovistando in tutte le case di Borchio! Perciò prenditi il mio cavallo e scappa via alla svelta. Ti consiglio di andare il più lontano possibile, se non vuoi che quei brutali esseri ti facciano subire la stessa fine che hanno fatto fare a tuo padre Vusto. Anzi, se non ti sbrighi, essi ci raggiungeranno e verranno anche a sapere che ti sto ospitando e aiutando. In quel caso, ci andrò di mezzo anch'io! Spero proprio che quelle belve non vengano mai a conoscenza che si flirtava insieme nella mia capanna, tu con la loro germana e io con la sua amica Tirna! Se dovesse trapelare la minima notizia su tale fatto, anch'io dovrei considerarmi inevitabilmente spacciato!»

Il resoconto del mio amico mi è risultato un'atroce pugnalata al cuore, mi ha privato di ogni forza, mi ha reso incapace di risolvermi in una qualunque maniera. Soltanto in quel momento, ho compreso che cosa volessero dire ingiustizia e malvagità. Allora mi sono scagliato con furore contro madre natura, la quale le permetteva senza opporsi e preferiva compiacersene.

Per un istante, mi è balenata nella mente perfino il pensiero di andare incontro agli assassini del babbo, al fine di farmi trucidare da loro. Volevo farlo, a dispetto di quella natura senza cuore, che, a quanto pareva, provava un gusto diabolico a vedere il più forte soffocare il più debole. Invece dopo la paura della morte mi ha distolto dal mio proposito suicida. La qual cosa mi ha spronato a saltare in sella al cavallo, che il mio amico Burdino mi aveva messo a disposizione, e a intraprendere celermente la mia vergognosa fuga verso l'ignoto.

In seguito, mentre galoppavo a gran velocità, è successo che la bestia da me cavalcata è inciampata in una grossa radice epigea. Così, nel ruzzolone che ne è seguito, essa si è rotta una gamba. Per cui, dopo aver finito il mio cavallo per non farlo soffrire, sono stato costretto a continuare a piedi la mia fuga. In verità, non rammento quanti giorni sia durata la mia corsa a perdifiato in questi luoghi boschivi; però non ho scordato che l'innocente mio genitore e la mia Cresia hanno subito il supplizio per colpa mia!"


Terminato il suo tragico racconto, Speon si rivolse ai suoi due benefattori e disse loro:

«Adesso, per il vostro bene, fatemi abbandonare questo luogo; altrimenti la mia presenza metterà nei guai pure voi, che non lo meritate! La qual cosa, come avete udito, è già accaduta al mio povero babbo! Probabilmente, ci saranno andati di mezzo anche le altre persone che erano legate a me, prima fra tutte il mio amico! Chi può saperlo? Ma tutto è possibile!»

Iveonte, opponendosi al consiglio di Speon, subito gli rispose:

«Ti sbagli, amico, se sei convinto che ti lasceremo andare via da solo, facendoti ritrovare tra le grinfie dei feroci fratelli Kirpus. Al contrario, spero proprio che quelli si facciano vivi al più presto da queste parti: così li riceveremo a dovere! Adesso, però, non interessiamoci più di loro e badiamo unicamente a dormire, dal momento che si è fatta già notte inoltrata e tutti e tre abbiamo bisogno di una bella dormita.»

Il buio delle tenebre, come si poteva osservare, dopo essersi propagato diffusamente tra la vegetazione circostante, aveva annerito i dintorni. Per questo i tre giovani, senza perdere altro tempo, si distesero sopra delle soffici coltri e si misero a dormire. Volendo specificarlo meglio, non tutti si erano addormentati nel campo, siccome il timoroso Speon era ancora sveglio, non potendo esserci per lui un sonno sereno. La sua mente, a un tratto, si mise a percorrere, in lungo e in largo, le zone che erano battute dai soli pensieri cupi e tristi. I quali, a volte, si trasformavano davanti ai suoi occhi in raffigurazioni spettrali dall'aspetto orrido e molesto. Anche i suoi due filantropi, che lo avevano generosamente accolto, vennero a rappresentare per i suoi pensieri un materiale invaso da sospetti e colmo di pericoli. Egli arrivò perfino a fare su di loro le elucubrazioni più assurde, all'interno di una lunga serie di brutti interrogativi.

Chi erano i suoi due soccorritori? Poteva pensare che fossero dei feroci lupi travestiti da miti agnelli? Per quale motivo gli volevano impedire di allontanarsi da loro? Inoltre, perché desideravano tanto che i fratelli Kirpus si facessero vivi presso di loro? Probabilmente, volevano consegnarglielo, con il chiaro intento d'ingraziarseli e di essere lasciati in pace da loro. Sì, quella era l'unica verità! Ecco perché, a ogni costo, doveva riprendere la sua fuga interrotta, se intendeva salvarsi. Anzi, ne avrebbe programmato la ripresa per quella stessa notte.

Dopo che si fu accertato che i due giovani dormivano profondamente, il sospettoso Speon lasciò il campo con alquanta cautela. Egli era ansioso di riprendere il largo prima possibile, volendo sprofondare al più presto nella tetra vegetazione circostante, allo scopo di nascondersi in essa. Ma pochi istanti dopo, Iveonte, essendosi svegliato, avvertì alcuni passi che si allontanavano dal loro campo. Istintivamente, com'era da prevedersi, egli lanciò una rapida occhiata verso il loro ospite, il quale la sera prima aveva preso posto accanto all'amico Tionteo. Così si rese conto che di lui non c'era rimasta neppure l'ombra.

Perciò, anche se non sapeva come spiegarselo, non gli fu difficile comprendere che il giovane stava tagliando la corda a loro insaputa. Allora, temendo che il poveretto potesse andare incontro a guai seri, si precipitò a rintracciarlo, prima che fosse troppo tardi. Per fortuna, l'inseguimento non risultò né difficile né faticoso, come sarebbe dovuto essere nella boscaglia, anche se ci stava la luna piena a rischiararla in parte. Infatti, esso si risolse in tempi molto rapidi, grazie al provvidenziale intervento di un anaconda, che involontariamente volle dargli una mano.

Era da poco che Iveonte si era messo a ricercare Speon, allorquando delle grida supplichevoli si diedero a squarciare la quiete notturna. Esse attrassero anche l'attenzione del nostro eroe, il quale si affrettò a raggiungere il malcapitato, che le emetteva in preda alla paura. Fu in quel modo che il giovane altruista venne a trovarsi al cospetto del corrivo Speon. Egli lo scorse che stava lottando con l'enorme boide, che badava a tenerlo serrato nelle sue spire fortissime. Il gigantesco serpente, che aveva una lunghezza di sette metri, dopo aver ridotto all'impotenza la sua debole preda, aveva incominciato a strozzarla, per poi divorarsela lentamente e con calma.

A quello spettacolo impressionante, Iveonte non esitò ad avvicinarsi all'ofide e a recidergli la testa con un colpo netto di spada. Solo dopo essere stato decapitato, l'affamata bestiaccia allentò all'istante la presa su colui che si accingeva a far diventare la sua ennesima vittima. Alla fine, liberandolo dalla sua possente stretta, essa si lasciò cadere al suolo priva di vita. Quando poi il fuggiasco si fu ripreso dal tremendo spavento, Iveonte, dopo averlo rianimato, gli domandò:

«Perché mai, Speon, hai tentato di fuggire proprio da coloro che cercano di aiutarti di vero cuore? Devi convincerti che accanto a noi puoi considerarti più che al sicuro e nessuno mai riuscirà a torcerti un solo capello! Non lo sai che io e il mio amico abbiamo stabilito di mutarti sostanzialmente il nome, cercando di renderti l'esistenza il più piacevole possibile? Cosa pretendi di meglio da noi?»

Il giovane diffidente, di fronte al sincero altruismo del suo salvatore, rimase perplesso e confuso; né gli veniva di proferire alcuna parola a sua discolpa. Mentre se ne restava muto, in cuor suo si andava chiedendo se esistesse un linguaggio più schietto e più degno della massima fiducia di quello adoperato dal suo salvatore. Infine, vergognandosene, si convinse di aver commesso due madornali errori. Il primo dei quali gli aveva fatto erroneamente scambiare dei benefattori zelanti con dei traditori del prossimo; mentre il secondo lo aveva spinto ad allontanarsi di proposito da loro. Per la quale ragione, cercò di rimediare immediatamente agli errori commessi, confessando a entrambi la propria colpa e pentendosi di essa. Così si diede a rispondere a Iveonte:

«Sono scappato, mio salvatore, non con il proposito di allontanare da voi il medesimo pericolo che minacciava me; ma per il solo fatto che ero convinto che voi mi avreste consegnato ai miei inseguitori, non appena essi ci avessero raggiunti. Adesso, però, sono cosciente di essermi sbagliato e non potete immaginare quanto il mio animo se ne dolga! Dunque, ammesso che siate disposti a concedermelo, vi chiedo umilmente perdono del mio scorretto comportamento nei vostri confronti.»

«Cerca di rammaricartene il meno possibile, Speon, perché la tua diffidenza non è scaturita dalla ragione, bensì unicamente dalla paura. Perciò devi considerare la tua coscienza moralmente a posto, anziché colpevole di qualche sua mancanza. Se non fosse stato così, di certo non mi avresti svelato i tuoi cattivi pensieri, quelli che ingiustamente avevi fatto su di noi. Adesso, quindi, puoi tranquillizzarti!»

Le parole d'Iveonte rasserenarono sufficientemente il giovane borchiese. Così, dopo essere giunti al loro campo, poté anche riprendere sonno senza alcuna difficoltà. Invece Tionteo, non essendosi accorto di nulla, seguitò a dormirsela profondamente. La qual cosa suggerì all'amico dorindano di non destarlo e di raccontargli l'accaduto l'indomani mattina, quando ci sarebbe stata la nuova sveglia.

A questo punto, prima di andare avanti con la nostra storia, è opportuno avere qualche ragguaglio sulla famigerata famiglia dei Kirpus e su ciò che essa aveva rappresentato e continuava a farlo nei villaggi della zona, a iniziare da Borchio.