1-SPEON, INSEGUITO DAI KIRPUS, S'IMBATTE IN IVEONTE E TIONTEO
Da una settimana Iveonte e Tionteo avevano abbandonato i territori edelcadici, quando avvertirono l'esigenza di una sosta per concedersi un po' di riposo. A essa si sentirono spinti specialmente dalla canicola del pomeriggio, la quale si faceva avvertire più sfibrante degli altri giorni. Perciò, smontati dai loro cavalli, che erano stanchi per la lunga cavalcata sostenuta, cercarono un luogo ombroso, sotto il quale poter ripararsi dal sole e riposare al fresco.
Mentre poi restavano entrambi seduti in quell'angolo di bosco da loro scelto, tenendo la schiena appoggiata ai tronchi di due alberi contigui, fu Iveonte a rompere il silenzio per primo:
«Perché non mi parli di te e della tua famiglia, Tionteo? Nei giorni trascorsi, ti ho detto ogni cosa riguardante la mia vita. Non ho potuto riferirti alcuna cosa della mia famiglia, siccome ne ero anch'io all'oscuro, come lo sono tuttora. Ma non appena sarò di ritorno dall'isola di Tasmina, ti parlerò pure in merito a essa!»
«Se lo desideri, Iveonte, lo farò senza indugi, non avendo problemi di sorta a parlarti di me. Innanzitutto, però, voglio farti presente che discendo da stirpe reale. Mio nonno Eleunto, quando è stato sovrano di Terdiba, veniva benamato dall'intero suo popolo, siccome era un sovrano reputato saggio e giusto dai suoi sudditi.»
«Hai detto re di Terdiba, Tionteo?! Se lo vuoi sapere, non lo avrei mai immaginato, amico mio! Perciò mi obblighi a stupirmene, trovando la cosa piuttosto strana.»
«Invece è proprio così, Iveonte! Davvero non avevi ancora appreso che Terdiba è la mia città natale, dove sono nati e vissuti i miei antenati? Ebbene, ora lo sai. Vuoi dirmi adesso come mai me lo hai chiesto, mostrando anche un certo stupore? Un motivo ci sarà stato senza meno, per farmi fatto una simile domanda!»
«Mi sono meravigliato, Tionteo, per una ragione molto semplice, che ora passo a fartela conoscere. Anche il padre di Astoride era re di Terdiba, com'egli ha raccontato a me e a Francide. La qual cosa m'induce a credere che tu sia un suo parente stretto! Non ho pensato che tu fossi suo fratello, solo perché egli era l'unico figlio maschio; però potresti essere suo cugino, cioè figlio di un fratello del padre. Adesso conosci la ragione della mia domanda.»
«In un certo senso sì, Iveonte. Ma vuoi dirmi a quale Astoride ti sei voluto riferire? In passato, ho avuto un amico con questo nome; però sto parlando di tantissimi anni fa. Non l'ho più rivisto, da quando gli uccisero il padre! A quell'epoca si disse che pure a lui era stata assegnata la stessa sorte paterna dallo zio fratricida!»
«Tionteo, mi riferisco all'amico mio e di Francide, quello che hai conosciuto anche tu ad Actina! Egli era il figlio di Elezomene, l'ex re della tua città. Allora si tratta del tuo amico oppure no? Se è lui, vorrei sapere da te perché non siete parenti, visto che entrambi vi siete dichiarati appartenenti a stirpe reale. Questo particolare mi lascia sorpreso e perplesso! Devi riconoscerlo che esso non poteva non curiosirmi!»
«Allora, Iveonte, si tratta senz'altro della stessa persona. Quindi, tu e il re Francide avete appreso direttamente dal mio carissimo amico le notizie che riguardavano la sua persona e quelle pertinenti alla sua città, la quale sarebbe anche la mia! Invece circa il fatto che non siamo parenti ma solo amici, pur essendo stati re di Terdiba tanto mio nonno quanto suo padre, perché tu lo comprenda bene, c'è bisogno del racconto di una lunga storia. Se ti va di ascoltarla, mi metto subito a tua disposizione.»
«Prima che inizi la tua narrazione, Tionteo, voglio farti presente che Astoride è diventato nostro amico solo da poco tempo.»
«Avrei dovuto saperlo, Iveonte, che il vostro amico era Astoride in persona! Peccato che io nella reggia di Actina abbia avuto scarsi contatti con lui. E ogni volta in circostanze nelle quali egli non è stato mai chiamato per nome! Ma mi spieghi com'egli si è trovato a essere amico tuo e del re Francide, se prima non lo era, come hai voluto chiarire? Eppure in Terdiba erano tutti convinti che suo zio, dopo aver fatto ammazzare il fratello, aveva incaricato dei soldati di condurlo fuori città e di ucciderlo! Per fortuna, a quel tempo i fatti che riguardavano Astoride non andarono come alcune voci intesero far credere all'intero popolo. Per cui adesso egli si ritrova a essere vivo e vegeto, nonché è ben sistemato nella Città Santa!»
«Io e Francide lo salvammo da una morte certa, quando andammo a impadronirci della Spada dell'Invincibilità nel Castello Maledetto. Per sua buona ventura, lo raggiungemmo il giorno prima che era stata decretata la sua morte. Dopo averlo liberato da un crudele destino, egli divenne nostro inseparabile amico! Ecco quanto devi ancora sapere su di lui!»
«Sia benedetto il divino Matarum! Tutti e due siamo stati compagni d'infanzia molto affezionati. Fu al compimento del nostro settimo anno che Astoride sparì dalla circolazione, cioè subito dopo che si attentò alla vita di suo padre. A Terdiba si vociferò che suo zio Romundo, per evitare una sua futura vendetta, aveva voluto sbarazzarsi pure del figlio, consegnandolo a un manipolo di soldati senza scrupoli, con l'obiettivo di portarlo fuori città e ucciderlo in qualche luogo sperduto. Invece, come ho appreso da te, ciò non accadde, per cui egli vive ancora. Ti ricordi, Iveonte, che nella Taverna del Pipistrello, appena mi trovai faccia a faccia con lui, gli dissi che egli mi rammentava una persona? In verità, anche Astoride ebbe la mia stessa impressione, rispondendomi che pure io gli ricordavo qualcuno. Ora comprendo perché in entrambi ci furono quelle reminiscenze del nostro remoto passato!»
«Sì, me ne ricordo benissimo, Tionteo! A questo punto, però, attendo che tu mi parli della vostra vita trascorsa insieme.»
«Lo faccio subito, Iveonte, poiché intendo parlarti di ogni cosa della mia vita, compresa quella vissuta insieme con il mio amico Astoride.»
Qualche attimo dopo, in un clima di serena atmosfera, cominciò a esserci il succinto racconto del giovane Terdibano, che viene qui riportato.
[Mio nonno era un re giusto e valoroso. Egli aveva un solo figlio, di nome Gurtuda, cioè il mio futuro genitore, il quale era un uomo per niente amante delle armi. Al contrario, era una persona libertina e dissoluta, sempre dedita a frolli costumi e a frivole ambizioni. Inoltre, lo scapestrato mio padre non aveva mai voluto partecipare a nessuna guerra, della qual cosa mio nonno provava molta vergogna. A tale proposito, vantandosene senza scorno alcuno, lo scriteriato suo figlio andava dicendo per le vie della città: "Mio padre è proprio un matto. Invece di pensare per sé, pensa per gli altri. A me non piace stare dietro alle guerre, come fa lui; ma preferisco le belle donne, siccome soltanto loro ti fanno venire la voglia di vivere!" Per il qual fatto, mio nonno ne soffriva parecchio e malediceva il giorno che era diventato padre di un discendente così smidollato e depravato. A suo parere sarebbe stato meglio, se il figlio fosse nato morto. Così egli non avrebbe gettato sulla propria famiglia tanto l'onta quanto il disonore!
Un giorno mio nonno Eleunto dovette condursi a Dorinda, avendo deciso di partecipare alle nozze del giovane re Cloronte, il figlio del leggendario re Kodrun. Prima di partire per la stupenda Città Invitta, la quale allora era la più potente delle città edelcadiche, egli aveva affidato la reggenza al figlio Gurtuda. Nello stesso tempo, aveva chiamato in disparte Elezomene, che era il suo braccio destro, e gli aveva raccomandato di non fare assolutamente entrare nella reggia alcuna donna durante la sua lunga assenza. Invece, non appena mio nonno lasciò Terdiba, in città subito incominciarono a sorgere i primi dissidi tra mio padre Gurtuda ed Elezomene. L'uno invitava nella reggia eserciti di donne, al fine di trascorrervi le notti in orgiastici conviti. L'altro, in ottemperanza agli ordini ricevuti dal suo re, cercava di opporsi con la forza ai notturni bagordi, dei quali il degenere figlio del sovrano si compiaceva.
A un certo momento, il mio cervellotico e licenzioso genitore arrivò persino a fare arrestare Elezomene e a farlo fustigare. In quella circostanza, gli esecutori materiali dell'arresto, pur essendo contrari a un simile provvedimento, alla fine non ebbero altra scelta che quella di ubbidire a chi aveva dato tale ordine, poiché il re aveva affidato a lui la reggenza. Al suo ritorno da Dorinda, mio nonno, non appena venne a sapere di quanto era successo a Terdiba durante la sua assenza, si addolorò a non dirsi dell'ingiustizia subita dal suo braccio destro. Allora decise di farla pagare con severità all'indegno suo figlio. Costui, però, aveva già provveduto a rendersi irreperibile, avendo trovato rifugio presso alcuni suoi amici, i quali lo nascosero alla furia paterna.
Non molto tempo dopo, il mio povero nonno si ammalò gravemente, la qual cosa mise sul sentiero di guerra le barbare accozzaglie dei Bogonghi, le quali minacciavano di mettere a ferro e a fuoco le nostre terre finitime. A quella grave minaccia, il padre del mio genitore, studiata la circostanza e riflettuto sul tipo di re che urgeva sul trono di Terdiba, nominò Elezomene suo legittimo successore, spodestando pubblicamente l'indegno figlio Gurtuda. Contestualmente a quella nomina, egli specificava che, se dal suo scapestrato unigenito in avvenire fosse nato un nipote che avesse un carattere opposto a quello paterno, allora sarebbe stato lui a succedere al re Elezomene e non un discendente di quest'ultimo. Subito dopo aver dato tali disposizioni davanti ad alcuni dignitari di corte, mio nonno spirò, per cui si procedette alle sue esequie in pompa magna, alle quali partecipò il popolo intero.
Divenuto re di Terdiba, Elezomene ristabilì subito la pace ai confini dei nostri territori, sconfiggendo le varie tribù bogonghe in modo clamoroso. Dopo egli si diede a un saggio governo. In quella posizione di superiorità, Elezomene si sarebbe potuto benissimo vendicare dell'offesa ricevuta da mio padre; ma egli non ci pensò neanche lontanamente. Lo rispettava molto e nello stesso tempo cercava di fargli cambiare sia l'indole che il suo modo di vivere. In un primo momento, infatti, essi divennero grandissimi amici; poi Elezomene riuscì a trasformare del tutto mio padre, facendolo anche sposare con una sua cugina, di nome Plenia. Allora il matrimonio giovò da non credersi al mio genitore e lo fece diventare un vero uomo. La sorte volle pure che tutti e due avessero nel medesimo giorno un figlio dalle loro mogli. Quelli eravamo io e Astoride.
Ecco perché, dalla nostra nascita e fino al nostro settimo anno, noi due crescemmo come veri fratelli. Ciò fu dovuto anche al fatto che le nostre famiglie erano assai unite e si stimavano tantissimo! Ma dopo l'uccisione del benamato re Elezomene, la quale era stata commissionata dal fratello Romundo, fra noi due cessò ogni legame. Lo zio di Astoride, divenuto tiranno di Terdiba, innanzitutto si preoccupò di esiliare i familiari di mio nonno, l'ex re Eleunto, consentendo solo a me di restare ancora in città. Quanto ai miei genitori, essendo stati costretti dal nuovo re a emigrare, essi preferirono raggiungere la città di Actina e vi si trapiantarono. Ma in seguito pure io fui costretto a fare la medesima cosa, abbandonando Terdiba e raggiungendo i miei genitori.
Durante il mio soggiorno nella Città Santa, ebbi la fortuna d'incontrare la regina Talinda nel momento più a me propizio. Ossia, m'imbattei in lei, proprio mentre la sventurata era alle prese con un incidente che stava per risultarle fatale. Perciò, grazie al mio provvidenziale intervento, ella riuscì a salvarsi da morte certa. Allora, per disobbligarsi, la sovrana migliorò le condizioni della mia famiglia e di quanti erano stati esiliati con essa. A questo punto, ha termine il mio racconto.]
Quando il Terdibano ebbe terminato di narrargli una parte della sua vita, manifestando un certo giustificato rimpianto, Iveonte non volle esimersi dal fare alcune sue considerazioni sulle cose che aveva appreso da colui il quale da poco era diventato il suo nuovo compagno. In merito a esse, il giovane eroe si diede a fargli presente:
«La storia della tua famiglia, caro Tionteo, è stata molto interessante. In essa, però, ti sei messo un po' troppo dietro le quinte, omettendovi quella tua parte intima, che avrebbe dovuto colorirla e ravvivarla. Mi rinneghi forse come tuo fedele compagno, a cui tu possa confidare i segreti più profondi e nel quale possa trovare un sostegno per un tuo sfogo interiore? Diversamente, mi sono comportato io con te, quando è toccato a me fare la stessa cosa. Ti ho parlato della mia Lerinda e ti ho presentato il mio cuore e la mia mente denudati, così come io stesso credo che siano. Infine, ti ho dimostrato di stimarti alla pari dei miei due amici più grandi, che oggi sono Francide e Astoride. Quindi, mi chiarisci cos'è che ti fa ancora considerarmi un estraneo? Sappi che le difficoltà che ci attendono saranno tanto ardue quanto imprevedibili. Per questo, se vogliamo augurarci il successo, occorre prima che i nostri rapporti di amicizia si rinsaldino ulteriormente. Ossia, bisogna fare in modo che i nostri spiriti procedano in sintonia e combacino alla perfezione. Soltanto in questo modo, avverrà fra di loro una vera comunione d'intenti e di vivi desideri, per cui essa dopo ci farà comprendere anche solo con gli sguardi!»
«Iveonte, le tue osservazioni fatte su di me non sono infondate, ma si reggono su basi solide. Come vedo, a te non sfugge niente. Il tuo acuto pensiero penetra i sentimenti più reconditi dell'animo umano e se ne fa una visione abbastanza limpida. Ma ci tengo a precisarti che non ti ho voluto tenere nascosta la mia intimità con intenzione. In questi giorni di viaggio, ho avuto l'occasione di conoscerti a menadito e sono stato lieto di trovare in te una persona tanto generosa e onesta quanto coraggiosa e colta. Inoltre, sei colui al quale devo la mia vita, poiché, senza che tu fossi arrivato in aiuto del re Francide, adesso sarei un cadavere imputridito, essendo già morto, per la mia grave emorragia. Perciò devi convincerti che mai oserei arrecarti un torto di proposito!»
«Tionteo, allora perché hai evitato di parlarmi della tua donna, essendo sicuro che ne ami qualcuna nel tuo intimo? Vorrei saperlo, se non ti dispiace! Perciò me ne devi spiegare il motivo!»
«Se non ti ho parlato di me in particolare, Iveonte, la ragione è che me lo ha impedito il mio carattere introverso ed emotivo. Esso è stato sempre il compagno indivisibile della mia vita. Ma adesso, per uno scopo superiore, che è l'alimentazione di una sincera e sacra amicizia, dovrò fare tutto il possibile per scompagnarmi da esso. In questa maniera, potrò dedicarmi interamente a una nuova forma di esistenza, la quale sia capace di suscitare fra due esseri spiritualmente congiunti un reciproco appagamento e una trasfusione di nobili ideali. Avresti forse voluto proprio questo da me, mentre io ho evitato di farlo?»
«Finalmente, Tionteo, lo hai compreso e te ne ringrazio molto. Sappi che una vicendevole trasfusione d'ideali e di segreti cementa l'amicizia e la stima tra due persone. Per cui adesso sei pregato di sbottonarti, di parlare, di raccontare, di lasciarmi scandagliarti l'animo in profondità. Da questo istante, quindi, sono tutt'orecchi ad ascoltarti!»
All'invito del nostro eroe Tionteo fece seguire la sua narrazione concernente l'aspetto amoroso della sua esistenza. Essa, in un certo senso, sarebbe risultata altrettanto interessante; però, ancora una volta, non sarebbe stata quella che l'amico gli aveva chiesto e si aspettava da lui.
"Ebbene, Iveonte, pregiato gioiello della mia vita è Dildia, la sorella di Astoride. Amici d'infanzia e di adolescenza, pervenimmo più tardi, ossia nel pieno della nostra gioventù, a un sentimento nuovo, quello che tutti chiamano amore. Si tratta della parola più bella che ci possa essere in tutto il creato. Nel mondo forse non esistono innamorati più fervidi di noi due. Adesso ella è la mia vita, è la mia morte, è il mio tempo che fugge, è la mia attesa che aspetta, è la luce della mia anima. Le mie labbra vogliono pronunciare solo il suo nome; i miei occhi vogliono ammirare solo il suo volto; le mie orecchie vogliono ascoltare solo la sua voce; la mia mente vuole pensare solo a lei; il mio cuore vuole palpitare solo al tocco delle sue mani. Se ella è il sole, io sono la terra: perciò ho bisogno di lei per restare in vita.
Strano a dirsi, ma ella, allo stesso tempo, mi spinge sull'orlo dell'idea di annientarmi nel nulla. Ma è anche il motivo delle ininterrotte battaglie che vado facendo con me stesso: è il premio che ottengo vincendole; è la stessa soddisfazione che provo facendole. Si direbbe che il divino Matarum abbia posto in me metà del suo spirito, dal momento che la sento sempre compartecipe dei miei dolori, delle mie gioie, delle mie ansie. Anzi, la sento anche presente in tutto quanto in me dapprima si agita, ribolle, si sopreleva e si scaglia con furore animoso verso un qualcosa d'indefinibile; ma che dopo ridiscende, si ridimensiona nell'impeto e si rasserena.
La qual cosa mi va convincendo sempre di più che la mia Dildia alimenta l'intera mia vita interiore, per cui essa in lei si concentra, in lei si rafforza, in lei diviene ipersensibile. Dalla mia ragazza mi deriva altresì la consapevolezza che la vita è tanto più bella, quanto più essa ci viene contesa dalle grandi avversità. Il cui debellamento ci dà un senso di orgoglio, la giusta pretesa di essere, la vera essenza della vita. Io vivo per lei e vorrei trascorrere il mio tempo sempre insieme con lei; ma anche vorrei pensare come lei e condividere le sue idee!"
«Poetica e filosofica è la visione che hai della tua bella, Tionteo. Perciò sono stato affascinato da alcuni suoi aspetti. Se non m'inganno, il tuo linguaggio palesa che non vedi la tua Dildia da molto tempo e che qualcosa impedisce un vostro incontro. È come ti ho riferito in questo momento oppure mi sono sbagliato, per essermi sfuggito qualcosa?»
«Invece sei nel giusto, Iveonte, poiché hai perfettamente ragione. Sono ormai tre anni che il mio volto e quello della mia Dildia non riescono a scambiarsi i nostri sguardi avidi d'amore. Ciò non è dovuto a un nostro broncio o a un nostro diverbio; ma ce lo impongono dei divieti, i quali ci provengono da una persona senza dignità. Essi ci tengono separati con coercizione brutale e inesorabile.»
A quel punto, Tionteo dovette mettersi a raccontare anche la seconda parte della sua storia, per la precisione quella che gli si era presentata più travagliata, ma anche più umana. Essa, a dire il vero, era stata anche la più bella e la più vissuta intimamente, essendo risultata la più ricca di avvenimenti trepidi, nonché di forti e vive emozioni.
[Da bambini, io, Dildia e il fratello Astoride ci divertivamo un mondo, nella più piena spensieratezza. Insieme, praticavamo con immensa gioia tutti i giochi da noi conosciuti e mettevamo a soqquadro l'intera reggia. Un brutto giorno, però, quella fragrante allegria in noi venne troncata. L'uccisione di Elezomene, fatto assassinare dal fratello, e la scomparsa misteriosa di Astoride posero me e sua sorella in un clima di ambascia e di pensieri meditabondi. In quegli stessi giorni, la mia famiglia veniva esiliata da Romundo, l'uomo che, dopo essersi sbarazzato del germano re, in seguito si era fatto proclamare sovrano di Terdiba. Allora Clidia, la vedova del re Elezomene che era stata forzata da Romundo a sposarlo, pregò il cognato fratricida di permettere che almeno io, per il bene della figlia, potessi rimanere in Terdiba. Ella, che non voleva che la figlia Dildia soffrisse anche la mia lontananza, fu da lui accontentata.
Così per sette anni stemmo ancora insieme, godendoci teneramente il nostro amore, il quale era da considerarsi fraterno. Ma i due che seguirono, furono anni di strani fenomeni, essendo i nostri spiriti giunti a maturazione di coscienza. Per tale motivo, certi atti, i quali fino a quel momento erano stati ripetuti da noi irriflessivamente, iniziarono a comportare una forte appetenza di reciproci abbracci, come se da dentro di noi ci provenissero degli arcani impulsi legati al sesso.
Un giorno, infine, la forte passione si estrinsecò in una forma davvero elettrizzante, seducente, inconcepibile. A quel punto la felicità dell'amore sopraffece quella che era stata fino allora la gioia dell'affetto. In quei due anni che restammo ancora insieme, ci fu un caloroso svolgimento del nostro intenso amore. Oltre che maturi a livello di coscienza, lo eravamo diventati anche nello spirito e nell'intelletto. Per cui riuscivamo a raggiungere le più alte vette del sentimento amoroso, mentre estasiati lo registravamo nella nostra mente e lo suggellavamo nell'intimità dei nostri animi. La regina Clidia favoriva il nostro fervido amore, fino a compiacersene, per questo mai tentò di ostacolarlo oppure di mostrarsi contraria a esso.
Un mattino ella mi chiamò in disparte e mi disse assai preoccupata: "Tionteo, devi scappare da Terdiba. Siccome sei il legittimo erede al trono di Terdiba, Romundo ha deliberato di farti uccidere. Perciò raggiungi al più presto i tuoi familiari, i quali si trovano ad Actina!" Allora io, non volendo correre il rischio mortale che mi si prospettava dalla circostanza, le ubbidii subito e senza esitazione. Così, dopo un mese di viaggio, raggiunsi la Città Santa, dove rividi e riabbracciai i miei carissimi genitori. Essi mi accolsero con affetto e con calde lacrime di gioia. Comunque, pur restando tanto lontano da lei, sovente mi recavo a trovare la mia adorata Dildia. Con la quale avevo incontri clandestini, che mi facevano esporre ogni volta a grandissimi rischi. Nello stesso tempo, essi mi rendevano quel pezzo di esistenza un'autentica favola, facendomi beare in modo inesprimibile.
Le nostre avventure amorose durarono un triennio, cioè fino a quando Romundo non venne a sapere dei nostri incontri nascosti, da lui abiettamente definiti intrallazzi. Allora, accusandole di alto tradimento, fece imprigionare sia Clidia che la figlia Dildia. Da quel giorno maledetto, il quale mi cacciò nella disperazione più assoluta, sono trascorsi tre anni.]
Dopo che Tionteo ebbe svuotato l'intero fardello del suo intimo, facendolo con una sublimità incantevole, Iveonte decise di rimettersi in viaggio ancora per un paio di ore, cioè fino al tramonto, per cui ci fu una nuova galoppata molto serrata, la quale ebbe termine soltanto sul far della sera. Ma la giornata, verso la fine, fu assai piacevole. Infatti, il paesaggio circostante venne ad arricchirsi di un'attrattiva suggestiva, poiché essa era dovuta all'infuocato tramonto. Tale momento del giorno, a un tratto, si mise a cospargere dappertutto sprazzi di luce rossastra, i quali riuscivano a inserirsi anche nei luoghi più riposti della valle che percorrevano.
Anzi, a un certo punto, parve che essi si muovessero in un mondo totalmente fantastico. Per la quale ragione, i due giovani ne restavano strabiliati, poiché non era mai capitato a loro due di trovarsi in un ambiente così attraente e meraviglioso. Esso sembrò coinvolgerli interiormente, considerata la straordinarietà della sua stupefacente bellezza, la quale era da considerarsi un beatifico incanto. Inoltre, li suggestionò in modo stupendo, avviluppandoli in un dolce incantesimo, che si rivelava in quell'ora del giorno paralizzante e assai appagante. Per questo infondeva nei due amici viaggiatori una serenità dolce e sublime.
Il giorno dopo, il sole aveva raggiunto la sua massima altezza e aveva ricominciato a declinare all'orizzonte in modo impercettibile. Ma se la lenta discesa del fulgido disco solare non si lasciava seguire attimo dopo attimo dalla percezione sensoriale dell'uomo, non altrettanto si poteva affermare dei suoi dardi infuocati. Essi andavano colpendo qualsiasi cosa e apportavano alla temperatura locale un rialzo termico non indifferente, fino a farla diventare intollerabile a qualunque specie animale. Anzi, durante il lento trascorrere delle prime ore pomeridiane, la maledetta afa estiva si rivelava di parecchia molestia a quei pochi viaggiatori che erano costretti a percorrere tali zone bersagliate da un clima tropicale. Ma pur volendolo, essi non avrebbero potuto evitarla in nessuna maniera, non essendoci nella zona un percorso alternativo. Così, col passare dei minuti, tali luoghi si andarono trasformando in forni soffocanti, i quali disidratavano l'organismo umano e quello animale, se l'uno e l'altro non venivano sottoposti a frequenti abluzioni. Essi, però, per sopperire al loro depauperamento di acqua, avevano bisogno anche di reintegrare le loro scorte idriche con ripetute assunzioni di liquidi.
Il frequentatore di quei posti non correva il rischio di qualche insolazione, siccome egli, con una certa frequenza, poteva giovarsi di una folta vegetazione locale, la quale in quella regione era disposta a pelle di leopardo e si mostrava sempre esuberante in ogni suo angolo, essendo ricca di un ombroso sottobosco. Quest'ultimo si rivelava dispensatore di un consolante refrigerio a coloro che si trovavano a transitare per quei luoghi nella calda stagione estiva. Infatti, ciascuna delle vaste aggregazioni vegetali esistenti nella zona offriva ai viaggiatori di passaggio una frescura, la quale poteva risultargli unicamente benaccetta. Ai medesimi viandanti, nel caso che fossero degli arcieri provetti, la vegetazione del luogo, essendo ricca di una fauna pregiata, poteva fornire dei pasti prelibati, ottenuti con carni fresche ricavate da tali animali.
È chiaro che, se mi mettessi a descrivere le caratteristiche dei vari vegetali che crescevano nella zona e presentassi singolarmente le numerose specie della fauna locale, non me la caverei in quattro e quattr'otto. Dalla descrizione delle une e dalla presentazione delle altre, si ricaverebbero due trattati monumentali, il primo di botanica e il secondo di zoologia, per cui obbligatoriamente essi risulterebbero interminabili e assai noiosi. Ma la ragione principale, che mi obbliga a tagliare corto su questi due aspetti, dovrebbe essere chiara al lettore.
Egli sa che, perdendo tempo in lunghe pagine descrittive, non sarei più coerente con me stesso, essendomi ripromesso, prima d'iniziare a raccontare questa storia infinita, di non intercalare i fatti a lunghe e tediose descrizioni. D'altronde, è risaputo che le pagine, le quali sono ricche di particolari appartenenti ai suddetti ambiti dello scibile umano, finiscono sempre per rendere frammentaria l'intera vicenda e per sviare il filo del racconto. Non bastando ciò, esse vengono altresì a infondere un'apatia per la lettura in coloro che tentano di accostarsi con un certo interesse ai libri di avventura.
D'altro canto, non posso esimermi dal fare qualche superficiale accenno all'ubertosa zona geografica in questione, la quale apparteneva alla Regione dei Laghi. Tale denominazione era derivata a essa dal fatto che il suo esteso territorio era costellato di molti bacini lacustri, per l'esattezza venticinque. Essi venivano alimentati continuamente dai numerosi ruscelli, che prendevano origine dalle pendici della lunga catena montuosa di Belares. I piccoli rivi, che erano abbondanti di acqua, diramandosi poi serpeggianti dall'esteso rilievo montagnoso e attraversando l'intera regione che è stata appena menzionata, finivano per arricchirla anche di stupendi panorami.
C'è poi da far presente che i precitati laghi, essendo molto pescosi, costituivano una delle tre principali fonti di sostentamento delle popolazioni rivierasche e di quelle stanziate nelle vicinanze. Per questo ogni lago, per la sua ragguardevole pescosità, in un remoto passato aveva visto sorgere un villaggio sulle proprie rive o nelle sue prossimità. Inoltre, occorre chiarire che le altre due fonti, le quali garantivano la sopravvivenza ai singoli villaggi, erano l'agricoltura e la caccia. Per la quale ragione, per gli abitanti della zona, durante l'anno anch'esse risultavano risorse alimentari altrettanto primarie quanto lo era la pesca.
Gli agglomerati umani della Regione dei Laghi risultavano dello stesso numero dei bacini lacustri. Ognuno, all'epoca del nostro racconto, contava dalle cinquemila alle trentamila anime. Invece i nomi assunti dai villaggi nel passato, in ordine alfabetico, erano i seguenti: Araseto, Borchio, Braguno, Brenco, Celuezo, Dolasko, Elvuro, Fearoto, Frudenzo, Gelputo, Kolnapo, Lipposio, Mutrolo, Nitreolo, Olegano, Polsceto, Ponnimo, Rustako, Statinnio, Sustio, Teddolo, Tetromio, Usbonio, Vincuso, Zangero. Comunque, prima di ritornare al nostro bramato racconto, è giusto evidenziare anche che le riflessioni suesposte, le quali hanno riguardato preminentemente l'ambiente climatico, floreale e faunistico della regione in questione, erano state fatte da Iveonte e dal suo amico Tionteo. Entrambi, mentre l'attraversavano, non avevano potuto fare a meno di scambiarsele con un certo interesse.
Dopo due mesi esatti che erano partiti da Actina, che li avevano visti darsi a estenuanti galoppate, quando la giornata era prossima a mezzodì, Iveonte e Tionteo apparivano affamati e stanchi sui loro cavalli. I quali pure si presentavano estremamente affaticati e madidi di sudore. Perciò si erano proposti di trascorrere l'afoso pomeriggio sotto l'ombra di un grande albero; però dopo aver messo a tacere i mordenti crampi dei loro stomachi vuoti, essendo rimasti senza cibo per molto tempo. Infatti, un attimo dopo, i due giovani amici passarono ad attuare in concreto quanto avevano ideato in precedenza, rifocillandosi con moderazione e dissetandosi con abbondante acqua.
Una volta avvenuta la consumazione del pasto a base di carne, essi si sdraiarono supini sopra il verde e morbido tappeto d'erba, disponendosi l'uno accanto all'altro alla distanza di due metri. Stando poi in quella comoda posizione, che consideravano assai confortevole e riposante, prima ancora di darsi a un dolce sonnellino, Tionteo si rivolse al suo amico, dicendo:
«Lo sai, Iveonte, che, se Astoride e io fossimo stati fortunati ad Actina e ognuno avesse ravvisato nell'altro l'amico d'infanzia di un tempo, per noi sarebbe stato davvero molto bello. Entrambi ci saremmo emozionati, mentre ci guardavamo con il sorriso negli occhi e con una indefinibile trepidazione nel cuore. Astoride e io saremmo apparsi davvero due bambini, per cui non avremmo saputo da dove incominciare per esprimerci il nostro caldo affetto. In quel momento, ci sarebbe parso che la commozione stesse per esploderci nell'animo, poiché in noi essa sarebbe andata diventando immensa e incontenibile!»
«Me lo posso immaginare, caro Tionteo! L'animo umano, che si presta con compiacimento alle emozioni, di fronte a certi episodi di natura empatica, smette di fare l'inflessibile e ci consente di dare sfogo al nostro stato emozionale. Quasi fossimo noi dei bambini! Adesso, però, visto che la sonnolenza si fa avvertire preponderante, ci tocca accontentarla e metterci a dormire.»
La proposta d'Iveonte venne condivisa anche dal nuovo amico. Per questo si cercò di concretizzarla lì per lì, ammesso che non ci fossero stati dei problemi di sorta in tale circostanza.