9-Le origini di Adamo e il suo esame introspettivo

Mi affacciai a questo mondo, solo quando il mio essere, nella sua integrità, si sentì scuotere in un nuvolo di polvere. Non so dirti in modo preciso sotto quale aspetto e dentro quale sostanza vivessi io prima, ammesso che avessi avuto un tipo qualsiasi di esistenza. Ricordo soltanto che nel mio intimo, a un certo punto, qualcosa si mosse, traballò, mi rese cosciente della mia coscienza. Allora mi sembrò che un polverone mi girasse rapidamente tutt’intorno, a guisa di una spirale che effettuava il suo rapido movimento rotatorio. Nel frattempo il mio pensiero si andava appesantendo della materialità del mio corpo, il quale cominciava a nascere in seno a un tipo di sostanza non bene identificata da parte mia. Forse roteava anche il mio corpo, ma non avvertivo dentro di me alcun moto intento a girare su sé stesso, che potesse darmene la conferma. Ciò che me lo faceva supporre era il fatto che ero oppresso da vertigini e sentivo che il respiro mi si troncava a livello gastrico, causandomi una specie di nausea.

Alcuni attimi dopo, invece, cominciai ad avere la sensazione che mi stessi liberando da una certa materia pastosa e viscida. Difatti la mia impressione era come se delle scaglie melmose di una certa consistenza mi si staccassero di dosso, denudando il mio corpo e apportandogli un’armonia di forme e di movimenti. Nello stesso tempo, si andava instaurando in esso la corretta coordinazione dei vari sistemi e apparati, nonché dei singoli organi. Poi, a un tratto, in seguito a una mia manovra completa d’inspirazione e di espirazione, osservai che qualcosa dentro di me si era messo a vibrare. Subito dopo, come se si fosse tramutato in una scintilla, esso si diede anche ad accendere i vari miei sensi. Mi parve quasi che questi ultimi, dopo essere stati attivati, si fossero dati a una pazza gioia e volessero a qualunque costo mettere a soqquadro ogni parte del mio corpo e ogni angolo della mia psiche. Ma non appena quella loro vigoria si fu accresciuta a dismisura, i miei occhi furono colpiti da un forte bruciore. Esso durò fino a quando le loro palpebre non si dischiusero di botto, consentendogli di avventarsi sulle molteplici grazie della natura circostante.

Solo quando mi fu concesso il dono della vista, potei iniziare a godere di così numerose e frementi attività naturali, le quali mi pullulavano intorno con ilarità, per cui cercai di utilizzarle a mio completo soddisfacimento. Dai miei occhi, allora, si diedero a guizzare tantissimi sguardi di stupore, d'indagine e di assalto incontrollabile a ogni cosa che prima mi era apparsa inesistente. Dalla mia avidità di conquista conoscitiva, invece, mi proveniva un vivace brillamento di suggestioni indescrivibili. Queste, da parte loro, non facevano altro che aprirmi l’intelletto, l’anima, il cuore, insomma ogni parte materiale e astratta del mio corpo, alla reale essenza delle cose e a un sentito interessamento per tutte loro. Finalmente scorgevo la mia mente, che era rimasta fino allora arida e completamente chiusa a ogni forma di pensiero, fecondarsi di un macchinoso lavorio. Inoltre, la vidi elevarsi a potere d’inventiva, mentre si vivificava attraverso una intelligente e gagliarda opera di associazione d'idee. In me, cioè, si andò consolidando quel senso dell’esistenza, attraverso la mia partecipazione attiva e contemplativa sia al mondo concreto delle cose esistente all’esterno di me sia al mondo astratto dell’intelletto che era situato dentro di me. In quel modo, entrambi i mondi venivano a radicarmi in una visione capillare della mia esistenza, intrinsecamente ed estrinsecamente intesa. Nel contempo, m'infondevano una gran voglia di agire e di esplicarmi nei modi e nei significati più disparati del mio umano esistere e divenire. Inoltre, mi studiavo attentamente nell’intimo e mi ponevo delle domande intorno a esso.

Mi chiedevo perché mai in precedenza non lo avessi notato in me, chi me lo avesse trapiantato e che cosa fosse stato di esso, quando io non esistevo materialmente. Il mio intimo, oramai, rappresentava ogni cosa per me; era perfino superiore al mio corpo, che ne veniva a costituire lo strumento, attraverso cui si concretizzavano le sue intenzioni e i suoi molteplici desideri. Riflettendoci bene, io mi muovevo o compivo una qualsiasi altra azione, unicamente perché un comando interiore, che corrispondeva alla voce del mio intimo, me l'ordinava o m'invogliava a farlo. Tutto quanto veniva svolto da me, anche quando v’intravedevo una partecipazione cosciente del mio io, era il mio intimo a volerlo e a dettarmelo, in modo a volte esplicito altre volte implicito.

Pur consapevole di un fatto del genere, non riuscivo a rendermi conto minimamente in quale rapporto coesistevano in me il mio intimo e il mio io. Comunque, prendevo atto che il primo era il promotore delle mie decisioni a voler essere; mentre il secondo appariva una specie di coscienza passiva. La quale, come mi avvedevo, era deputata a registrare fedelmente la continua applicazione, da parte del mio intimo, delle rigorose leggi della natura. A mio avviso, tutti e due si garantivano una reciproca assistenza e un mutuo soccorso, rigorosamente perseguiti da entrambi per scopi puramente utilitari, poiché si garantivano una vicendevole convenienza. Se il mio intimo voleva significare desiderio e conseguente azione diretta a soddisfarlo; il mio io, dopo aver registrato fedelmente l'uno e l'altra, faceva loro da faro prezioso. Così veniva a illuminare tale desiderio e a memorizzare anche l’azione che ne scaturiva di fatto. Naturalmente, esso ricorreva al contributo indispensabile del corpo, quando intendeva metterli entrambi in atto.

Dunque, l’integrale mia persona risultava costituita da: a) un’esigenza di pensare e di agire, il cui fulcro propulsore era situato nel mio intimo; b) di un’ansia insopprimibile di soddisfare in concreto tale esigenza, dandone mandato al mio corpo; c) di una contemplazione passiva, che era insita nel mio io profondo, dei due momenti attivi appena citati. In virtù dei quali, il mio essere si rendeva esistente e perfettibile. A proposito del mio io, non sapevo né dove immaginarlo collocato né se ritenerlo superiore oppure inferiore al mio intimo. Come anche ignoravo se esso fosse soltanto un riflesso della mia stessa coscienza attiva, ossia del mio intimo o avesse una corrispondenza di un certo tipo, magari significativo, con qualche altro essere esistente fuori di me. Comunque, era indubitabile il fatto che esso non mi veniva mai meno, nemmeno per un solo istante. Inoltre, il mio io sovrastava tutti i miei pensieri e costituiva lo specchio fedele della realtà, attraverso il quale si potevano scorgere ogni mia intraprendenza intellettiva e ogni atteggiamento espressivo del mio corpo.

Da quelle mie prime riflessioni, arguivo che nel mio io stava la chiave della mia esistenza, poiché esso mi offriva il modo di vedermi vivo, pensante e operante, vale a dire esistente. Secondo il mio modesto parere, qualora il mio io mi fosse venuto meno, avrei potuto dire addio al mio essere e al suo mondo. Come pure avrei potuto anche cominciare a disperare delle dolci consolazioni che mi provenivano benaccette da esso. Così comprendevo che, senza il vigile e lungimirante suo sguardo, probabilmente me ne sarei ritornato al mio nulla di origine. Quest'ultimo aveva tenuto celati al mio io per chissà quanto tempo tanto il mondo, in cui esso si esplicava, quanto la stessa essenza che lo faceva esistere. In attinenza a ciò che riguardava il mio intimo, invece, io notavo che in esso c’era il più pieno appagamento di qualunque esigenza, per cui non sentivo alcuna necessità e alcuna voglia di qualsiasi cosa. Anzi, in me era totalmente assente l’idea dell’insoddisfazione. La mia vita si attuava senza desideri, senza avidità di conquiste e senza intenti di perfezionamento, in quanto in me già avvertivo tutte queste cose e le esprimevo con il più alto grado di qualità che si potesse desiderare. Volendo essere più sintetico e preciso, in me non esisteva la mera aspirazione a godere di qualcosa; ma c'era esattamente l'effettivo godimento di esso, siccome si presentava già attuato nella mia persona nel modo più pieno, più sublime e più salutare.

Anche sul conto del mio corpo, mi toccava fare una valutazione che mi si dimostrasse la più obiettiva possibile, visto che anch’esso mi apparteneva, per cui rappresentava moltissimo per me. Ma in quale misura? Lì per lì, non mi risultava facile stabilirlo, non riuscendo ancora a studiare il mio corpo e ad assegnargli un giusto valore. Era certo, comunque, che esso esisteva per concretizzare il mio pensiero, attraverso l’esecuzione materiale dei suoi comandi e il soddisfacimento concreto delle sue esigenze. Perciò, per quanto gli era possibile, esso si conformava a ogni suo desiderio sempre fedelmente e alla perfezione; nonché s’immedesimava con il pensiero, senza pretendere nulla in cambio da esso. Il mio corpo, infatti, non accusava né appetiti né esigenze di tipo fisiologico o psichico; ma tutto in esso si svolgeva nell’assenza più assoluta di esigenze e di bisogni. Soltanto quando era il mio intimo a pretendere che nel mio corpo nascesse qualche esigenza psichica o qualche bisogno fisiologico, ma soltanto per imitare le abitudini degli animali, in quel caso si facevano avvertire in esso la fame, la sete, il sonno, la necessità di riposo, il desiderio di carezze; e così via dicendo.


In sèguito il mio interesse si spostò sulla natura circostante, ma soprattutto sul colossale e incantevole quadro dell’intero universo. Io allora mi c'immersi così profondamente e voracemente, che quasi mi ci vidi annientare. In verità, non sapevo ancora se fosse stata una forza insita in me a proiettare il mio pensiero oltre me stesso. A ogni modo, l’ipotesi più accreditata era che fosse stata una forza esterna ad attrarlo a sé con sovrumana ingordigia. Essa doveva essere situata nella natura di tutte le cose che si manifestavano intorno a me. A tale proposito, va precisato che tale mia ignoranza si perdeva senza lasciare tracce in quel mio bollore di sguardi indagativi, i quali attanagliavano con furore e pazzia quanto di concreto e d’inesplorato risultava intorno a essi. Loro scopo prevalente era quello di pervenire a un convincimento che si rendesse logico in una visione esistenziale più significativa e più comprensibile. Automaticamente, perciò, ne derivarono vari interrogativi.

Perché esisteva quel meraviglioso mondo esterno a me? Esso, racchiudendomi nelle sue arcane bellezze, da una parte, mi cullava soavemente l’animo; dall’altra, invece, impensieriva il mio intelletto con continue e mordenti domande. Perché esisteva quella immensa volta celeste? Essa, durante il giorno mi dava a estasi sublimi, inesprimibili e soffuse di prorompente ardore di elevazione e di perfezione. Durante la notte, invece, m’immergeva in un clima di vivide emozioni, le quali m’infiammavano lo spirito e me lo trascinavano attraverso siti remoti che erano capaci d’infondergli una sorta di pacata tranquillità, sempre novella e rasserenante. Perché esisteva quel mare, la cui volubilità si vedeva costretta a sfogarsi entro determinati confini, dopo che era stato separato dalle feconde terre? Attraverso le sue onde aggressive, esso manifestava la sua ansia d’invaderle, di sommergerle e di far loro assaggiare la sua forza distruttrice, anche se senza mai riuscirci. Quindi, quali erano le ragioni di tutte quelle bellezze affascinanti e suggestive, nonché di quei fenomeni naturali, che a volte si dimostravano sconvolgenti e altre volte si presentavano prodigiosi ed edificanti? A dire la verità, se esistevo io ed esistevano pure tante bellezze della natura, dovevano esserci senz’altro un motivo e un fine che giustificassero la nostra coesistenza.

A dirla in breve, era accertato che la presenza di quel mondo naturale, nel quale mi andavo immergendo con numerosi tuffi speculativi, mi d