67-Il rapporto esistente tra Dio e l'uomo

Affrontati e compresi i vari argomenti attinenti all’essere e al divenire tanto nell’universo quanto negli esseri viventi che alcuni astri spenti ne permettevano l'esistenza, fu consequenziale in me la nascita dell’ultimo problema che intendevo risolvere. Esso mi si proponeva per una questione di assoluta necessità, poiché riguardava il rapporto esistente tra l’Ente Supremo, che era stato Colui che mi aveva creato, e me, che ero la sua creatura. Ma, oltre al nostro rapporto, avevo da scoprire parecchie altre cose che dovevano dare una giustificazione alla mia presenza nell’universo. Dalla quale il mio Creatore di sicuro si attendeva qualcosa, essendo essa finalizzata a degli obiettivi ben precisi che ignoravo ancora completamente.

Nella nuova impresa che stavo per intraprendere, naturalmente, avrei continuato a confidare nel suo aiuto prezioso. Esso mi avrebbe agevolato nel prendere visione dei miei futuri compiti e degli obblighi che avrei avuto verso di Lui nel mio progredire storico. Allora, al fine di pervenire meglio alla conoscenza di simili verità, decisi di suddividere il mio studio in tre filoni d’indagine: 1) il rapporto esistente tra Dio e l’uomo; 2) le aspettative di Dio dalla sua creatura privilegiata; 3) il fine ultimo dell’uomo nell’universo.

Passando a trattare il primo degli argomenti citati, non potei esimermi dal rivolgermi la seguente domanda: Esisteva davvero tra il mio Creatore e il mio essere un tipo di rapporto, il quale non era rinvenibile anche tra Lui e gli altri esseri viventi, come le piante e gli animali? Per il momento, ero portato a credere che, almeno per questi ultimi esseri, non potesse esserci alcun rapporto con Xurbiz, siccome essi erano stati creati senza una intelligenza e senza la capacità di argomentare con rigore logico. La cui ragion d’essere era esclusivamente quella di contribuire all’evoluzione dell'essere umano. Infatti, secondo il mio parere, un vero rapporto poteva instaurarsi soltanto tra esseri ragionevoli e intelligenti.

Invece, per quanto riguardava l’uomo, nella fattispecie la mia persona, le cose cambiavano radicalmente, potendosi rinvenire in lui tutte quelle doti adatte a instaurare un rapporto con un proprio simile oppure con Colui che era stato il suo Creatore. Ciò, anche perché avevo appreso che nel mio corpo albergava un’anima. Questa era l’essenza spirituale che anelava a riscattarsi dal proprio corpo per iniziare a condurre la sua naturale esistenza in un ambiente che poteva essere solo spirituale. La qual cosa comprovava che l’uomo, insieme con la propria anima ricevuta dall’Essere Supremo dalla nascita per un determinato fine, obbligatoriamente doveva avere un rapporto con Lui.

Né poteva esserci una tesi a esso avversa, che tendesse cioè a contrastarne e a inficiarne ogni valido presupposto e la base. Quindi, a me solamente spettava metterlo in chiaro, conoscerne i contenuti e valutarli nella loro effettiva consistenza, oltre che accettarli secondo la mia coscienza e il mio libero arbitrio. Per ovvi motivi, era evidente che si trattava di un rapporto che si effettuava tra l’erogatore dell’esistenza, il quale era Dio, e il fruitore di essa, che ero io o chi si ritrovava a essere esistente al pari di me, in qualità di sua creatura.

Comunque, a proposito di quel tipo di rapporto, dovevo iniziare a convincermi di un particolare molto importante. Il mio Creatore non era stato costretto a fornirmi di essenza vitale, tanto meno egli aveva avvertito tale suo atto creativo come un preciso dovere. Per questo, se era addivenuto a un desiderio simile, Dio non poteva che averlo fatto per un puro atto d’amore; però a condizione che anche la sua creatura umana ne prendesse coscienza. In pari tempo, la medesima doveva regolarsi di conseguenza nei suoi atteggiamenti durante l’intero arco della sua esistenza, in qualità di persona che ha già raggiunto il tempo della ragionevolezza.

Dunque, fra i due protagonisti del rapporto in questione, non poteva esserci che una relazione di dipendenza, nella quale l’essere umano dipendeva dall’essere divino, non potendosi pensarla altrimenti, se il primo era stato creato dal secondo. Ma, sebbene la dipendenza risultasse un fatto logico, essa non obbligava la creatura a esprimersi secondo la volontà del suo Creatore. Costui, infatti, le permetteva ampia libertà di azione, perfino quella di potersi ribellare alle sue leggi. In questo caso, però, il prevaricatore non sarebbe riuscito a farla franca, per cui avrebbe espiato le proprie colpe commesse con una pena commisurata alla loro gravità.

A quel punto, avendo preso coscienza che era legittimo che ci fosse una dipendenza tra il Creatore e ogni sua creatura umana, cercai di comprendere di che tipo essa fosse. A ogni modo, già la prevedevo niente affatto vessatoria, da parte del primo verso la seconda, dal momento che la creatura aveva cominciato a esistere in seguito a un atto d’amore del suo Creatore. Ma, pur nella sua libera espressione, ossia esente da ogni costrizione sia formale che sostanziale, una dipendenza del genere non poteva essere asettica e priva di compromessi chiari e inconfondibili. Se la si ammetteva per logica, altrettanto logici andavano considerati anche quei modelli di comportamento che la creatura avrebbe dovuto assumere verso il proprio Creatore, come atto di riconoscenza. Grazie ai quali, essa avrebbe soddisfatto quei canoni che rendevano la dipendenza un dato di fatto naturale e immune da qualsiasi conflittualità, a meno che non fosse la stessa creatura a decidere di propria iniziativa di non rispettare quanto era in essa previsto.

In quel caso, l'essere umano stabiliva d’ignorarla per motivi di ribellione al suo Creatore, imprimendo alla sua dipendenza un carattere apertamente conflittuale. Ossia si assisteva a una chiara rottura fra il Creatore e la propria creatura, però senza che si producesse alcuno sfascio nel loro rapporto. Infatti, esso continuava a esserci, anche se in un clima divenuto oramai teso e alquanto problematico.

Per la verità, negli obiettivi del Creatore, non erano previste delle divergenze tra sé e la sua creatura; ciò nonostante, ugualmente esse ci sarebbero potute stare, per espressa volontà della creatura. Allora il Creatore non si sarebbe potuto opporre, se si fosse verificata un'evenienza di quel tipo nel loro rapporto, avendola egli investita della massima libertà di agire sia nel bene che nel male. Inoltre, ci sarebbe stata la consapevolezza che dopo avrebbe dovuto rendere conto a Lui del suo comportamento, sbagliato o giusto che fosse, per essere premiata nel primo caso e punita nel secondo caso.

Dopo quanto precisato, restavo ancora all’oscuro del rapporto esistente tra il Creatore e la propria creatura, che in questo caso potevo essere solo io. In un certo senso, esso avrebbe pure specificato la mia dipendenza da Lui e com’essa veniva regolata in seno al nostro rapporto. Perciò mi affrettai a venirne a capo, siccome volevo conoscerlo senza che ci fossero fraintendimenti, siccome intendevo servire il mio Creatore nel migliore dei modi. Allora, grazie al suo aiuto, mi s’illuminò la verità sul nostro rapporto, la quale me lo fece interpretare nella sua forma autentica, quella che avrei dovuto imprimermi nella mente per sempre. Il motivo? Io potevo solo rifarmi a esso in ogni istante della mia esistenza, se non volevo allontanarmi dalla retta via e restare nelle grazie del mio amorevole Creatore.

Come avevo preso coscienza in precedenza, era stato un atto d’amore a spingere l’Essere Supremo a crearmi, dopo avermi messo a disposizione un universo così immenso e stupendo. La qual cosa adesso mi faceva chiedere perché mai Egli lo avesse fatto e cosa pretendesse da me in cambio di tanta sua premura nei miei confronti. Io ci tenevo ad apprenderlo al più presto, essendo bramoso di ricambiargli il bel dono da Lui ricevuto, il quale mi stava permettendo di goderne in modo meraviglioso, senza mai mostrarmi pago di esso. Ma sarebbe stato meglio, se mi avesse messo accanto un altro essere come me, al fine di godere insieme di tanto benessere della natura.

In seguito sarebbe stato così oppure la mia solitudine non avrebbe mai avuto fine? Per la verità, non ne ero certo; però avvertivo che molto presto non mi sarebbe mancata la compagnia di un mio simile, dal momento che anche le svariate specie animali non si presentavano come esemplari unici. Al contrario, le scorgevo a coppie (un maschio e una femmina) oppure raggruppate in famiglie, a causa di una o più riproduzioni che c’erano state fra di loro. Quindi, prima o poi, anche a me sarebbe stata assegnata una compagna, affinché pure noi due, dandoci a procreare senza sosta, avessimo la nostra discendenza e facessimo proliferare il genere umano all’infinito.

Comunque, per il momento non mi andava di approfondire un argomento del genere, considerato che mi ero già ripromesso di trattare quello che concerneva il mio rapporto con il Creatore, essendo esso per me di primaria importanza. Ciò nonostante, avevo continuato a rimandarlo, dando la precedenza ad altri argomenti meno rilevanti. Adesso, però, non mi sarei più fatto distrarre da qualcos’altro e sarei andato direttamente alla sua trattazione.

Dopo avermi creato, logicamente Xurbiz non aveva voluto che io andassi alla deriva, facendomi ritrovare in balìa di me stesso, senza uno scopo e senza una destinazione in quel mondo, del quale iniziavo a prendere conoscenza. All'inverso, egli si era voluto incaricare perché tutto il mio esistere e divenire avesse un fine e mirasse a degli obiettivi che mi aveva additato come preferenziali, se volevo conservare il rapporto che si era appena instaurato tra entrambi. La stessa cosa sarebbe stata anche per le generazioni future, che mi sarebbero succedute nello scorrere dei secoli.

Riguardo a tale rapporto vigente tra di noi, esso prevedeva l’indiscussa sua superiorità sul mio essere, essendo io una sua creatura, anche se libera di autodeterminarmi e dotata di autodecisione. La quale superiorità implicava la mia sottomissione al suo volere in ogni tempo e in ogni luogo, se intendevo far durare per sempre il nostro rapporto amichevole. Altrimenti, non sarei riuscito a evitare la sua immediata risoluzione e, di conseguenza, l’intervento punitivo da parte del mio Creatore. A ogni modo, oltre a riconoscere la sua superiorità, essendo Egli Colui che mi aveva creato, ero tenuto a sottostare ad alcuni obblighi che mi provenivano da Lui in forma autorevole e impositiva. Per cui essi erano da accettarsi non come mezze misure, ma come imperativi categorici che non ammettevano atteggiamenti inefficienti, in quanto affogati nel dubbio e nell’indecisione.

Tali obblighi avevano per nome adorazione, ubbidienza e gratitudine. In base ai quali, come segni di riconoscenza, ero tenuto ad adorare il mio Dio con tutte le mie forze e con quell’amore particolare che non potevo dimostrare a nessun altro mio simile. Come pure ero obbligato a ubbidirgli con il massimo impegno e con la massima premura. Inoltre, gli sarei dovuto essere grato in modo smisurato e per sempre. Da parte del mio Creatore, invece, in seno a tale rapporto, si avevano l’amore e la giustizia. Il primo lo aveva spinto a concepire me, ma non prima di aver creato l’universo che mi doveva accogliere. Con la seconda, faceva prevedere che ci sarebbe stato il suo controllo sul mio operato, che Egli avrebbe giudicato in modo assolutamente imparziale. Ossia, mi avrebbe premiato o punito, a seconda del mio comportamento, siccome esso poteva risultare buono o cattivo. In quel suo giudizio basato sulla giustizia, non ci sarebbe stato posto per la misericordia, in quanto essa contrastava con la sua qualità di giusto, quale appunto l'Essere Supremo ci teneva a essere.

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