52-La meccanica di un sistema stellare

All’origine della loro formazione, da quanto avevo appreso, i pianeti e i satelliti possedevano tutti il loro moto di rotazione, la cui velocità era direttamente proporzionale alla lunghezza del rispettivo raggio; ma poi tale velocità nei vari astri veniva a subire una decelerazione. La quale si rivelava indirettamente proporzionale alla loro lontananza sia dalla stella sia dagli altri corpi celesti del sistema e direttamente proporzionale tanto allo stato di solidità quanto alla somma di tutte le forze di attrazione che venivano a coinvolgerli. Solamente i satelliti, non avendo una propria orbita circumstellare, erano soggetti a un maggiore rallentamento della loro velocità rotazionale. In questi astri, essa poteva pure esaurirsi completamente, siccome i rispettivi pianeti esercitavano su di loro un’attrazione così forte, che la prima ad avvertirla e a subirne le dirette conseguenze era proprio la velocità di rotazione di ciascuno di loro.

Un fatto del genere era già successo alla nostra Luna, la quale, essendo stata privata dalla nostra Terra del suo movimento attivo di rotazione, veniva costretta a volgerle sempre la medesima faccia. Il movimento rotazionale passivo, che era rimasto al nostro satellite, non riusciva a farlo esprimere in modo diverso. Per fortuna, il suo moto orbitale circumterrestre le faceva mostrare al nostro Sole l’intera sua superficie. Così, anche se si presentava in forme e dimensioni diverse, la Luna, con il suo magico e fantastico alone notturno, riusciva a conferire fascino e a donare incanto alla maggior parte delle notti terrestri, ossia quando il tempo meteorologico lo permetteva.

Anche le stelle avevano il loro moto di rotazione, il quale all’inizio si esprimeva anch’esso con velocità in proporzione diretta alla lunghezza del suo raggio. Ma poi la loro velocità rotazionale era andata scemando, per ragioni intrinseche ed estrinseche. Tra le prime, si erano dimostrate rilevanti le continue esplosioni, che si avevano in seno alla loro massa e si presentavano ancora come le più determinanti in tal senso. Esse, infatti, riuscivano ad arrecare, oltre che un enorme dissesto all’uniformità del loro moto rotatorio, anche una decelerazione graduale allo stesso movimento rotazionale. Invece, fra le varie cause estrinseche, che si presentavano perlopiù di scarsa rilevanza, quella più efficace delle altre risultava la compattezza delle totali forze di attrazione esercitata su una massa stellare da tutti gli astri che si trovavano a orbitare intorno a essa.

Il moto rotatorio delle stelle, però, non poteva decelerare oltre un certo limite, detto limite di aggregazione della materia allo stato gassoso. Se lo si superava, la loro massa infiammata si disgregava in tantissimi falò e si sparpagliava in breve tempo nello spazio circostante. Allora in quel luogo la sua sorte sarebbe stata segnata inesorabilmente, poiché essa avrebbe subito una rapida e completa trasformazione in un minutissimo pulviscolo spento, con la sola prospettiva di vagare per i baratri dello spazio profondo. Ma un evento del genere poteva considerarsi un'ipotesi pressoché irrealizzabile, visto che c'era la barriera stellare a vanificare pure la più piccola probabilità che esso potesse avverarsi.

A evitare una evenienza del genere, tale barriera spesso causava nella massa stellare fortissime esplosioni, al fine d'imprimerle un significativo impulso rotatorio. Perciò simili manifestazioni esplosive, da parte loro, miravano a potenziare il moto rotazionale della stella e a farle raggiungere quella velocità che allontanava da essa il pericolo di una disgregazione. Logicamente, un intervento di quel tipo veniva operato dalla barriera stellare, tutte le volte che la decelerazione del moto di rotazione di una stella veniva a lambire il segnale di guardia verso il basso.

Lo stesso fenomeno poteva verificarsi altresì nelle restanti specie di astri, se questi, prima del loro intero processo di spegnimento e di solidificazione, andavano incontro a un forte calo di velocità nel loro moto rotatorio. Quando ciò avveniva per un motivo qualsiasi, si assisteva alla nascita di meteore o di asteroidi, i quali potevano avere un'esistenza molto lunga oppure durare brevissimo tempo. Quest'ultimo caso si verificava, quando essa andava a schiantarsi sopra qualche pianeta o qualche satellite dello stesso sistema, in un arco di tempo più o meno breve. Molto spettacolare appariva allora il loro impatto con l’atmosfera planetaria o satellitare, dove la violenza dell’attrito li tramutava in piccole piogge di luci scintillanti, intanto che precipitavano sulla superficie del pianeta oppure di qualche suo satellite. Oltre alla loro indubbia spettacolarità, c’erano da segnalare alcuni casi di enormi disastri, cioè quelli provocati dagli asteroidi più grandi su talune parti delle superfici menzionate.

Indubbiamente, il moto orbitale dei pianeti e quello dei satelliti si dimostravano più attraenti e più interessanti del loro movimento rotatorio. Essi offrivano ai rispettivi astri un campo d’azione, la cui vastità dipendeva sia per gli uni sia per gli altri dalla loro lontananza dalla stella e dal pianeta di appartenenza. Difatti più i pianeti erano distanti dalla loro stella, più vasta veniva a essere l’area che essi si trovavano a coprire nella loro rivoluzione. Nello stesso tempo, risultava più grande la forza che i pianeti contrapponevano all'influenza della loro stella, anche se congiuntamente, alla proporzionalità diretta della loro massa. Quanto ai satelliti, la cui azione di contrapposizione era quasi totalmente rivolta ai relativi pianeti, essi consentivano loro di avvalersi di un maggiore campo d’azione e di disporre di una forza di contrasto più grande nei confronti della loro stella. Ma, anche in quel caso, essa era in proporzione diretta della loro massa e in proporzione inversa della loro distanza dai pianeti.


In principio, i pianeti non gravitavano intorno alle rispettive stelle e i satelliti si dimostravano allo stesso modo nei confronti dei propri pianeti. Le loro masse infuocate erravano per lo spazio senza meta e in preda a un fortissimo desiderio di fuggire da ciò che le aveva generate. Ma la loro vita errabonda era destinata a durare davvero poco, poiché ben presto la barriera stellare, dopo averle catturate, aveva instaurato ordine e armonia nel caos dei loro moti erratici. Così le aveva incanalate in orbite pressoché fisse e ne aveva permesso il raffreddamento e la solidificazione, in un tempo che era stato direttamente proporzionale alla loro distanza dalla propria stella, ma inversamente proporzionale alla loro massa.

In realtà, la loro cattura e la loro quasi stabile sistemazione non significavano per tali masse né soppressione di libertà né prigionia; bensì si rivelavano salvezza e avvenire più sicuro, considerato che non sempre libertà voleva dire stare bene. Inoltre, i loro viaggi intorno alle rispettive stelle, che compivano orbite complanari sterminate e leggermente spiraleggianti verso l’esterno, offrivano a esse la possibilità di solcare e di visitare un'incommensurabile quantità di spazio. A causa di ciò, esse non avevano nulla di che lamentarsi, per ciò che riguardava il loro vivo desiderio di un più ampio respiro.

Le orbite planetarie intorno a una stella, come pure quelle satellitari intorno a un pianeta, non erano circonferenze esatte, come la logica poteva lasciar supporre. Ma, siccome seguivano una linea più o meno equidistante dalla barriera stellare, la cui forma era ellissoidale, esse risultavano delle ellissi con diversa eccentricità. A formarle, a ogni modo, concorrevano la massa e la velocità dei pianeti o dei satelliti, con la loro proporzionalità diretta; nonché la loro distanza dalla rispettiva stella o dal proprio pianeta con la loro proporzionalità inversa.

Nella loro formazione, inoltre, c’era il concorso, con la loro proporzionalità diretta, della somma delle eventuali masse che orbitavano intorno a esse. I satelliti, però, erano esclusi da questa seconda proporzionalità. Stando così le cose, non soltanto variava la distanza dei singoli pianeti di un sistema dalla loro stella; soprattutto nel suo moto di rivoluzione, ciascuno di loro veniva ad assumere distanze diverse da essa, le quali contribuivano al fenomeno delle stagioni.

A proposito delle distanze dei diversi satelliti dai rispettivi pianeti e di questi dalle proprie stelle, esse seguivano un tipo qualsiasi di progressione, aritmetica o geometrica che fosse, oppure non poteva assolutamente essere individuata fra di loro una qualunque relazione matematica? La risposta, secondo quanto mi risultava, poteva essere sia affermativa che negativa, poiché una relazione matematica tra le loro distanze poteva essere rintracciata soltanto all’origine della loro formazione e non dopo parecchi milioni o miliardi di anni. Ciò, perché l’universo, come creazione relativamente perfetta, non era immutabile ed eterno. Anzi, esso, nella sua perenne espansione, specialmente all’interno di una barriera galattica, era destinato a trasformazioni di ogni sorta. Ovviamente, erano escluse quelle che, a onta delle tre leggi universali, potevano arrecare una totale destabilizzazione alla solida compagine che si rinveniva in una galassia.

In origine, dunque, mentre un nutrito stuolo di satelliti orbitava intorno al rispettivo pianeta a distanze crescenti e determinate da una progressione aritmetica, tutti i pianeti orbitavano intorno alla loro stella a distanze pure crescenti, ma definite da una progressione geometrica. Per quanto riguardava i pianeti, di regola la distanza iniziale del più vicino di loro alla stella corrispondeva a circa 40-50 diametri di quest’ultima. Invece le distanze dei pianeti che seguivano il primo, ovviamente presi in successione, erano pressoché il doppio di quella del pianeta che lo precedeva. Ma in seguito, a causa del moto orbitale prettamente spiraliforme verso l’esterno di tali astri, le suddette distanze non crescevano più uniformemente e si andava quasi annullando l’iniziale progressione geometrica di ragione 2. Ciò era dovuto particolarmente all’implicazione di diversi fattori. Tra quelli di rilevanza maggiore, si avevano la velocità orbitale di un pianeta, la sua distanza dal centro dell’orbita, la sua massa e la forza di attrazione esercitata su di esso dagli altri astri.

Senza dubbio, i fattori, che andavano assumendo un peso maggiore sulla crescita della distanza di un pianeta dalla propria stella e anche quella di un satellite dal proprio pianeta, erano la loro velocità orbitale e la loro distanza dal centro dell’orbita. Esse, consentendo ai pianeti e ai satelliti più vicini un maggior numero di orbite a parità di tempo, permettevano loro in proporzione pure un più rapido allontanamento dal centro. Quanto detto prima avveniva, nonostante la variazione di distanza da un’orbita all’altra di ciascun pianeta e di ciascun satellite si basasse principalmente sulla loro distanza dal centro già esistente. Per cui la suddetta distanza, a ogni orbita effettuata, si accresceva quasi della metà della sua miliardesima parte, pur con minimi e progressivi ridimensionamenti. I quali si avevano, via via che aumentava la distanza dal centro dell’orbita, sebbene fossero dovuti anche ai fattori già considerati.

Procedendo le cose in quella maniera, ogni relazione matematica fra tali distanze veniva inderogabilmente annullata dal tempo. In essa, cioè, venivano a crearsi a poco a poco delle autentiche disfunzioni, le quali arrecavano squilibri e scompiglio nella regolarità matematica iniziale. Così quest'ultima, nel giro di milioni di anni, si vedeva mettere da parte da una folla di svariati fattori, i quali finivano per complicare l’esistenza allo stesso moto orbitale dei vari corpi spenti. Ma ciò non doveva spingere nessuno a pensare che la barriera stellare non si dimostrasse all’altezza della situazione nella sua opera di controllo. Non doveva neppure fargli ritenere che il suo compito di armonizzazione del sistema si fosse tramutato in un fallimento. Invece le cose andavano viste in tutt'altro modo.

In primo luogo, bisognava venire a conoscenza che l’apparente stravolgimento dell’andamento di un sistema stellare non era illimitato e che le modificazioni da esso arrecate al sistema non erano tali, da suscitare preoccupazione alcuna, mantenendosi esse al di sotto della soglia di attenzione, quella che era prevista dalla barriera stellare. In secondo luogo, l’irregolarità di quel processo apparentemente stravolgente al rialzo, arrivato a un punto che non poteva ancora essere ritenuto critico, cominciava a subire una retrogradazione e pian piano ritornava a dei valori più o meno accettabili. Così la nuova irregolarità dello stesso processo destabilizzatore all’inverso compensava la precedente. Essa, operando questa volta al ribasso in tale fenomeno anormale, neutralizzava tutti i pericoli che potevano derivare da una forzatura dello scompenso sia all’insù che all’ingiù e non permetteva ai vari effetti negativi di farsi vivi in nessun tempo.

Tra gli strani fenomeni inerenti alla meccanica di un sistema stellare, uno mi lasciava particolarmente perplesso e incredulo. Infatti, non riuscivo a capacitarmi del perché mai tanto i pianeti quanto i satelliti, nel loro moto orbitale, più si avvicinavano alla rispettiva stella e al proprio pianeta, più aumentavano la loro velocità di spinta in avanti. Eppure, a rigor di logica, venivo indotto a supporre il contrario, visto che essi andavano incontro a una forza di attrazione maggiore, da parte della rispettiva stella e del rispettivo pianeta. La quale di sicuro doveva risultare di un certo ostacolo e di un certo rallentamento al loro moto relativamente libero. Invece quel loro aumento di velocità, come ebbi a scoprire successivamente, era dovuto alla barriera stellare. Questa intendeva con esso sottrarre due astri al pericoloso sommarsi delle due attrazioni, la qual cosa poteva anche favorire un avvio irreversibile verso l’impatto.

In attinenza a un sistema stellare, c’era da fare l’ultima considerazione. Poteva accadere che un satellite, solidificandosi molto prima del suo pianeta e subendo anche un’alterazione sia di massa che di gravità, riuscisse a sottrarsi alla sua attrazione, magari trascinandosi appresso nella sua fuga verso l’esterno qualche altro satellite più piccolo che si trovasse a esso vicino in quel momento. Nel qual caso, la barriera stellare non li lasciava andare in giro per i fatti loro, ma obbligava il minore a orbitare intorno al maggiore. Nel medesimo tempo, intimava a quest’ultimo, in qualità di pianeta, a orbitare intorno alla stella. Inoltre, dove lo riteneva necessario, essa apportava una modifica nella distanza del pianeta in questione dalla sua stella, costringendolo a orbitare molto più vicino a essa.

Ultimato lo studio di quei fattori, dal cui giusto dosaggio dipendevano per metà la nascita, lo sviluppo e la perpetuità degli organismi viventi sopra la superficie di un astro spento, mi riservai di affrontare in un'occasione più opportuna la problematica inerente all’altra metà dei fattori suscettibili dell’essenza vitale. Precisamente, ciò sarebbe avvenuto durante l’analisi approfondita delle diverse componenti che riguardavano il problema della vita sul nostro pianeta. Nel frattempo, in merito a tale argomento, potevo solo anticipare il chiarimento che i fattori studiati poco prima, quando erano presenti nella formula giusta, si potevano definire delle evenienze non ostili al processo vitale, alla cui felice combinazione concorreva sempre l’opera della barriera stellare. Invece l’altra metà dei fattori, che avrei studiato e appreso in altro tempo, erano quelli che si potevano veramente considerare gli unici elementi in grado di dare origine alla vita. Inoltre, ne favorivano la continua evoluzione, attraverso selezioni di ogni specie, le quali si sarebbero dimostrate sempre più complesse e più prodigiose.

A quel punto, avendo portato a termine lo studio della perfezione cosmica, la quale mi aveva dato modo di conoscere le leggi che governavano i moti della materia in generale in seno a un cosmo, volli tuffarmi immediatamente nell’indagine della materia in particolare. Comunque, intendevo indagare in special modo su quella di cui si presentavano costituiti i tanti astri spenti.

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