51-Gl'ingredienti della materia vivente

Il corpo celeste numero uno di un sistema stellare senza dubbio era la stella. Essa ne risultava l’elemento cardine e ne permetteva l’esistenza, in conformità del fine per cui era stata creata, ossia in qualità di promotrice della vita e di garante della sua infinita evoluzione. A quest'ultima era stato vietato di risultare diversa dalle aspettative della psiche universale. Logicamente, senza la luce e il calore di una stella dotata di energie compatibili con l’essenza vitale, nessuna forma di vita sarebbe stata possibile sopra un astro spento di un sistema stellare. Una precisazione del genere veniva fatta perché non tutte le stelle di una galassia erano dotate di energie simili. Anzi, direi che la maggioranza di loro facessero fermentare all’interno della loro massa energie perniciose e antivitali. Per fortuna nessuna di quelle stelle letali formava un sistema stellare; ma vivevano tutte la loro solitudine, nella rabbia feroce di non poter distruggere alcuna vita e alcuna materia con i loro maledetti raggi della morte. Perciò simili raggi erano costretti a frangersi impotenti contro la fortificata barriera stellare che era stata loro assegnata. La distanza minore di tale barriera dalla superficie della rispettiva stella era uguale al cubo aritmetico della lunghezza del suo diametro. Dalla sua remotissima postazione, essa controllava solo che i rag¬gi letali della stella non sconfinassero e non andassero a colpire qualche altro sistema che si trovasse situato nelle sue immediate vicinanze. Le stelle della morte, le quali si riconoscevano per la loro luce verdastra o azzurrognola o violacea, col passare del tempo andavano incontro a una radicale trasformazione. Difatti, in seguito all’assorbimento da par¬te loro di particolari energie che si sprigionavano dalle rispettive barriere, in tali stelle cominciavano a succedersi esplosioni di una potenza inusitata. La qual cosa faceva temere una loro imminente disgregazione e una dispersione dei loro infiniti frammenti ignei per l’im¬menso spazio galattico. In esse, invece, non si verificava nulla di tanto temuto e non si manifestava nessun collasso in seno alla loro massa. In ciascuna si avevano solamente colossali rigurgiti di smisurate masse incandescenti e rotondeggianti. Le quali venivano scaraventate nel vuoto circostante per milioni e milioni di chilometri, dove interveniva alla fine la barriera ad assegnare a quelle masse delle orbite fisse intorno alla stella-madre. Quando infine veniva a normalizzarsi di nuovo la loro attività endogena, quelle stelle, così micidiali che erano state un tempo, non si ritrovavano più con la stessa natura mortale di prima. Un effetto del genere si aveva, poiché le loro esiziali energie nel frattempo si erano trasformate, anzi erano state costrette a trasformarsi, in benefiche forze. Per cui esse dopo favorivano la vita in tutti i suoi stadi, da quello embrionale a quello con caratteristiche più complesse e selezionate. Comunque, esse, dopo aver dato origine a nuovi sistemi stellari in mo¬do differente da quello già appreso, da stelle della mor¬te si tramutavano in feconde stelle della vita. Anch'esse si riconoscevano facilmente, siccome brillavano di luce rossiccia o giallognola o lattea. Era inesatto affermare che le stelle della vita si di¬mostravano del tutto salutari verso ogni forma vivente del sistema stellare, qualunque fosse la sua composizione molecolare o il suo luogo di dimora. Pure da esse provenivano dei raggi molto nocivi, oltre alla luce e al calore, i quali erano gli elementi che in un sistema stellare risultavano fattori essenziali e imprescindibili, perché la vita vi si stabilisse e vi si stabilizzasse, nonché vi divenisse possibile ogni tipo di esistenza. In merito ai raggi anzidetti, essi potevano provocare su un organismo vivente dei danni molto seri e irreversibili, con un loro seguito affatto roseo. Nella materia vivente, riflettendoci bene, a quei danni organici sarebbe subentrata la sua totale demolizione, provocandone la definitiva morte. A ogni modo, per quanto riguardava il tempo che occorreva per far cessare l'esistenza in un essere vivente per i motivi indicati poco fa, esso aveva una durata diversa da caso a caso. Perciò poteva variare da pochi secondi a oltre un anno, a seconda della qualità dei mezzi autodifensivi in possesso dell’organismo vivente colpito dalle radiazioni e della serietà di contaminazione da cui risultava affetto lo stesso organismo. Anche il calore proveniente dalle stelle, se non dosato sulla superficie di un astro spento in modo da non fargli superare il limite massimo di sopportabilità da parte dell’organismo vivente che ne usufruiva, finiva per diventare anch’esso uno spietato persecutore della vita. Al contrario, la completa assenza di calore sopra un astro spento poteva dare origine a un tale raffreddamento della sua crosta, da proibirvi l’insediamento perfino della più elementare forma vitale. La temperatura, come constatavo, svolgeva un ruolo di grandissima importanza sopra un astro spen¬to che rispondeva ad hoc a tutte quante le caratteristiche fisiche richieste, perché la materia vivente prima attecchisse su di esso e poi vi proliferasse. Per cui un valore termico molto basso o molto alto precludeva alla materia considerata la vivibilità e ogni forma di esistenza. Così anche ogni sensibile variazione della temperatura in tal senso finiva per penalizzarla con la sua rapida cessazione di esistere nella sua veste reale oppure virtuale. Allora come riuscire a ottenere sopra la superficie di un astro spento quelle condizioni ideali, che permettessero alla materia vivente di nascere e di svilupparsi nelle sue infinite manifestazioni? In quale maniera, inoltre, riuscire a preservare le tante forme di vita dai raggi esiziali delle stelle che tendessero a minarne e a comprometterne la crescita oppure a sopprimerle, se già erano nate? Ecco quali problemi si presentavano a una barriera stellare, oltre che attendersi da essa una risoluzione. La quale, attenendosi alle disposizioni della psiche universale, cercava di risolverli magistralmente. Per la barriera stellare, la realizzazione di una temperatura più o meno costante e avente dei valori estremi compatibili con l’essenza vitale si presentava come il primo dei problemi, a cui occorreva dare una soluzione efficace. Ma in che modo risolverlo? Naturalmente, non si poteva affermare che un'azione risolutiva in tal senso era abbastanza semplice; al contrario, essa risultava irta di ostacoli e di difficoltà. Com'era risaputo, in tale realizzazione entravano in gioco vari fattori, quali erano lo spegnimento e la solidificazione del¬l’astro da prendere in considerazione, la sua distanza dalla rispettiva stella, la velocità dei suoi due moti di rotazione e di rivoluzione, la sua forza di gravità e infine l’inclinazione del suo asse. Forse solamente all’inclinazione non era da attribuirsi un carattere di essenzialità e d’indispensabilità, poiché la sua presenza significava soltanto temperatura incostante sopra una stessa zona di un astro, durante il suo moto intorno alla sua stella. Perciò, nell'arco di un anno, essa predisponeva soltanto una parte dell’astro spento a una variabilità di clima più o meno marcata. Quanto ai rimanenti fattori, essi avevano un carattere essenziale, ma unicamente se considerati nella loro complementarità in toto. Infatti, se solo uno di loro fosse mancato, tutti gli altri non sarebbero stati più in grado di assicurare in modo permanente una temperatura compatibile con la vita. Per il quale motivo, la compresenza di tutti i citati fattori, fatta eccezione del¬l’inclinazione, era ritenuta indispensabile sopra la superficie di un astro spento. Ciò, logicamente, se si pretendeva che sopra di essa si stabilisse quella temperatura che, secondo i canoni dettati dalla psiche universale, risultava unica promotrice della materia vivente. La distanza, invece, era l’unico fattore che, oltre a condizionare insieme con gli altri l’evolversi dei vari fenomeni che si verificavano sulla sua superficie, preservava ogni astro spento dal reale pericolo di una collisione fatale. Quest’ultima poteva essere soltanto la conseguenza di una sua vicinanza eccessiva alla propria stella, oppure a un altro astro del proprio stesso sistema stellare. Ma, al fine di scongiurare un simile evento funesto e di evitare che esso potesse accadere anche accidentalmente, dentro i confini di una galassia vigeva la nota legge antigravitazionale. La quale era stata emanata a suo tempo dalla barriera galattica per volontà della psiche universale. Quindi, una preoccupazione continua della barriera stellare risultava quella di farla rispettare pure all’interno dei suoi confini, tramite l'emanazione profusa di fasci energetici, i quali avviluppavano e guidavano i singoli astri in movimento nel proprio spazio. Tali fasci avevano iniziato a manifestare la loro influenza sui pianeti e sui satelliti dopo la loro formazione, indipendentemente dal modo in cui essa era avvenuta. Per la precisione, da parte loro, si era operata una specie di cattura nei confronti dei suddetti corpi celesti. I quali erano balzati fuori dalla loro stella o dal loro pianeta con una forza di gravità, la cui diretta proporzionalità era basata sulla lunghezza del loro raggio, anche se considerato con una sua determinata valenza aritmetica. In seguito, però, dopo l’avvenuto assestamento della loro orbita, la stes¬sa proporzionalità, sebbene in modo inverso, era stata estesa anche alla loro distanza dalla stella, considerata ugualmente con una propria valenza aritmetica. La qual cosa aveva fatto modificare ulteriormente il rapporto esistente nel loro possesso di forza di gravità. Comunque, la forza di gravità era posseduta anche da una stella, la cui proporzionalità era basata co¬me appresso: quella diretta sulla lunghezza del suo raggio e quel¬la inversa sulla sua distanza dagli astri che le orbitavano intorno. Ma anch'esse erano da considerarsi con proprie valenze aritmetiche non differenti da quelle riscontrate negli altri corpi celesti. Inoltre, là dove essa presiedeva a un sistema stellare, la sua forza di gra¬vità era più o meno equivalente alla somma delle forze possedute da tutti gli altri astri del sistema.

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