47-Il sistema stellare e la prima legge universale

Ogni sistema stellare, come pure ogni stella libera, non occupava sempre la medesima posizione nello spazio galattico. Ma, come avevo potuto constatare nei miei precedenti studi, esso orbitava intorno alla stella motrice in un tempo che dipendeva in particolar modo dalla sua lontananza dalla superstella. Infatti, la lunghezza della sua orbita e il tempo impiegato a percorrerla diminuivano col decrescere di tale lontananza. Anzi, era proprio tale stella che, a guisa di un potentissimo motore di somma perfezione, faceva muovere gl'ingenti sistemi stellari e le miriadi di stelle libere che caracollavano senza interruzione nell’immenso spazio galattico a essa circostante. Essa aveva una massa così enorme e imponente, che il suo movimento di rotazione sviluppava intorno a sé una forza oltremodo straordinaria. Basti pensare che una stella di quel tipo riusciva a trascinarsi appresso, quasi fossero degli aridi fuscelli, l’intera congerie degli astri galattici! Comportandosi in tal modo, la stella motrice faceva avvertire il suo incontrastato predominio fino agli estremi limiti della galassia.

Soltanto in quelle remotissime regioni, il suo strapotere finiva per scemare completamente, poiché vi trovava la barriera galattica. La quale non solo le intimava il suo alt imperioso, ma anche le impartiva i suoi ordini perentori. L’insuperabile barriera galattica, infatti, rappresentava la legge regolatrice e armonizzante di tutti i corpi galattici, compresa la superstella. Questi, che erano riuniti in gruppi omogenei, ricevevano da essa direttive e leggi ad hoc, siccome esse erano specifiche per ciascun gruppo. Per questo ogni suo singolo componente si esprimeva in armonia con tutti gli altri e secondo quelle finalità che già erano state assegnate alla loro pluralità.

Finalmente mi apprestavo a diventare conoscitore proprio delle sagge direttive e delle leggi rigorose, la cui conoscenza ritenevo di somma utilità nel mio studio di un sistema stellare. Esse erano state impartite dalla barriera galattica ai vari membri di un sistema retto da una stella. Il quale, come riuscivo a comprendere, rappresentava la parte più importante di una galassia e vi si configurava come il motivo principale per cui era stata creata la stupenda macchina dell’universo. Al riguardo, bisognava precisare che era solamente in un sistema simile che la materia trovava il suo regno e si realizzava, secondo la sua vera natura. Comunque, la sua fondamentale missione era quella di predisporsi ad accogliere il suo re, cioè l’uomo, essendo consapevole che soltanto l’intelligenza di costui l’avrebbe liberata dalla sua morta inazione, trasformandola in un qualcosa di vitale e di attivo.

In seguito avrei anche appreso in che modo quella trasformazione poteva essere operata dall’uomo e com'essa poi sarebbe andata migliorando via via nel corso dei millenni. In quel momento, però, ciò che mi premeva di più era lo studio dei diversi moti che risultavano impressi nei singoli membri di un sistema stellare. Ai quali, invece, era precluso qualsiasi tentativo di valicare la loro barriera stellare.

La caratteristica principale di un sistema stellare era il moto di tutti i suoi componenti, i quali lo effettuavano molto variamente e non sempre ubbidendo a delle leggi universali. Si trattava di speciali leggi che obbligavano ogni cosa e ogni essere vivente a seguirle ovunque e in ogni tempo. Difatti la loro materia, soggetta com’era ai vari influssi di forze non sempre omogenee, poteva seguire unicamente alcune delle leggi insite in un cosmo. Per la precisione, essa si faceva coinvolgere da quelle di carattere universale, alle quali non le era possibile sottrarsi in nessun modo, anche se non si trovava d’accordo con loro. Quanto alle altre sue leggi, ossia quelle non universali, benché più particolari e circostanziate dalla specifica composizione della materia, esse dovevano lo stesso sottostare alla guida e al controllo della barriera stellare, sotto la cui giurisdizione erano destinate a rimanere per sempre. Tale barriera, da parte sua, si mostrava perennemente vigile, perché le stesse non degenerassero e non divenissero pericolose per l’intero sistema stellare.

Per quelle ovvie ragioni, i diversi astri di un sistema stellare non potevano assumere un atteggiamento di completa autonomia ed era loro proibito di darsi a vagabondaggi sfrenati e sconsiderati. I quali avrebbero potuto compromettere la loro stessa sopravvivenza, oltre che quella degli altri corpi celesti. In compenso, però, i medesimi astri potevano contare su una molteplicità di movimenti che, indipendentemente dalla loro natura orbitale o erratica, fornivano a essi grazia, armonia e una vibrante vitalità. In realtà, il movimento era più che una semplice vita per quei tanti mondi materiali. Essi, in caso contrario, non avrebbero potuto fruire di parte di quella portentosa bellezza e di quella insuperabile spettacolarità, delle quali l’universo si ritrovava a essere il depositario assoluto.

La prima legge universale, a cui sottostavano remissivamente tutte le stelle e i vari membri di ogni sistema stellare, era quella dell’antigravitazione. La quale era una forza insita nella materia da sempre e dotava tutti i corpi galattici di un’attrazione reciproca direttamente proporzionale alla loro massa e inversamente proporzionale alla loro distanza dagli altri corpi. Una forza del genere non era altro che una pura energia primigenia. Essa era entrata a far parte della materia contemporaneamente alla sua creazione. Come tale, cercava di sottrarsi a ogni norma regolatrice e a ogni atto che non fosse la diretta conseguenza della sua volubile brama di produrre nella materia soltanto caos e dissesto. Quella dell’energia primigenia, dunque, era una forza cieca che mirava a coinvolgere la materia in veri e propri scontri catastrofici. I quali avevano come obiettivo l’ammassamento della totale materia cosmica in un luogo dove non potevano esserci che incertezza, instabilità e indeterminatezza. Per loro fortuna, un obiettivo simile non sarebbe mai stato raggiunto dall’energia primigenia della materia, per il semplice fatto che la psiche universale non aveva deliberato in tal senso, fin dall’inizio della sua creazione.

In relazione alle barriere galattiche e stellari, essendo costituite di energia pura ed essendo prive in modo assoluto di materia, esse non erano per niente soggette al fenomeno gravitazionale. Perciò le une e le altre non si esercitavano tra di loro nessunissima forma di attrazione e non subivano alcun influsso, da parte della legge antigravitazionale. In verità erano proprio simili barriere a impartirla categoricamente ai loro astri, seguendo un fine predeterminato. Inoltre, le barriere galattiche non solo non venivano condizionate da quella legge che era esclusivamente destinata alla materia; ma neppure venivano influenzate dalle altre due leggi universali. Le quali anche si effettuavano nello spazio in esse racchiuso e presto si sarebbero fatte conoscere da me. Ciò, perché tutte e tre le leggi universali avevano origine esattamente da dette barriere, la cui funzione era quella di garantirne l'esistenza e d’imporle alle loro numerose popolazioni astrali.

Oltre alle tre leggi universali, c’era anche la legge cosmica. Essa esisteva per dominare sulle barriere galattiche e veniva loro imposta dalle relative barriere cosmiche. In virtù di tale superlegge, la quale era il risultato delle forze combinate delle due barriere del loro cosmo, le galassie si muovevano nello spazio cosmico al pari della sua infinita evoluzione espansiva. In un movimento del genere, esse non accusavano alcuna alterazione del loro spazio interno e alcuno stravolgimento del loro ordine e del loro rapporto di distanza, poiché questi restavano identici a quelli iniziali. Grazie alla legge cosmica, restava perpetuamente costante e inviolato il rapporto delle distanze esistenti fra ogni galassia e tutte le altre. La qual cosa lasciava inalterato anche l'ordine che si era costituito nella galassia, fin dalla sua origine.

In virtù della medesima legge, che si effettuava attraverso i raggi energetici emessi dalle barriere cosmiche, ogni barriera galattica poteva continuamente usufruire del quantitativo energetico, del quale veniva via via ad abbisognare per poter conseguire il suo obiettivo primario. Si trattava di un obiettivo intento a mantenere a un livello sempre ottimale le energie da essa utilizzate. In questo modo promuovevano l’effettuazione delle diverse leggi poste a governo di una così copiosa ed eterogenea schiera di astri che componevano una famiglia galattica.

Ritornando alla prima legge universale, come già ero venuto a sapere, non era essa a scatenare dei campi di forza attrattiva nei diversi corpi celesti. Anzi, tale forza veniva costretta dalla legge in questione ad autocontrollarsi, in maniera che ogni suo impulso evitasse di sconvolgere l’ordine cosmico, dopo aver violato la legge che lo teneva in piedi. Quel suo intervento s’imponeva, poiché nella materia dei vari astri di un sistema stellare e in quella delle varie stelle di una galassia si celava una forza primigenia ribelle, la quale tendeva continuamente a un duplice scopo. La sua azione, infatti, da una parte, era rivolta a spingere tutti gli astri spenti a esercitarsi tra di loro un’attrazione reciproca, nonché a suscitare fra le stelle una brama identica. Dall’altra, mirava a far ricongiungere i corpi spenti alla stella che distribuiva loro luce e calore. Inoltre, spingeva le stelle a unirsi alla rispettiva superstella, cioè quella che le faceva caracollare nello spazio galattico.

Mi veniva da credere che da tutta la materia galattica, dopo essere stata smembrata e frammentata in tanti corpi celesti così diversi per forma, per grandezza e per costituzione, venisse poi avvertita, come un irrefrenabile impulso, l’irrinunciabile esigenza di vedersi far parte nuovamente di un unico blocco compatto e indivisibile. Nello stesso tempo, essa sembrava scegliersi, come meta d’incontro e di ricongiungimento, proprio l’immensa e potentissima superstella, la quale era da considerarsi il motore trainante di una galassia. Se la materia non avesse avuto nessuno che fosse preposto a censurare e a ostacolare i disegni irrazionali della sua energia primigenia, allora sì che si sarebbe potuto dire addio allo splendore e all’armonia dell’universo!

In un primo momento, con la materia libera di azionarsi a suo piacimento e assecondata in tutto e per tutto dalle sue forze primordiali, senz’altro si sarebbe assistito a collisioni apocalittiche tra i diversi mondi. Allora essi prima sarebbero andati in frantumi e successivamente sarebbero stati fagocitati dalle rispettive stelle. In un secondo momento, invece, si sarebbe assistito alla sparizione delle stelle, poiché esse si sarebbero lasciate inglobare nella loro superstella, facendo perdere di sé ogni minima traccia. Difatti, comportandosi in quel modo, le medesime avrebbero avuto ridotto il loro immenso splendore a meno di una favilla.

Alla fine, così, ogni cosmo avrebbe perduto la sua inimitabile spettacolarità e sarebbe piombato per sempre nel buio più tetro e nella desolazione più squallida e indescrivibile. Invece, grazie a Xurbiz, il quale aveva posto le barriere galattiche a protezione del cosmo da un simile evento funesto, in esso le cose non sarebbero mai andate come è stato ipotizzato poco fa. Le barriere galattiche, coadiuvate dalle innumerevoli barriere stellari, agivano in modo perché tutte le cose procedessero per il loro verso giusto, ossia conformemente al loro destino. A tal fine, costringevano i loro astri a sottostare ovunque alla legge dell’antigravitazione e li preservava dalle catastrofi più micidiali e annientatrici.

Della legge antigravitazionale, naturalmente, presto avrei appreso tutti gli effetti benefici che essa produceva in un sistema stellare. Ma prima volevo liberarmi di una perplessità, che ero venuto a nutrire sul conto delle superstelle e che mi aveva colto da poco. Anzi, se un fatto del genere avesse richiesto da parte mia un ulteriore loro approfondimento, mi sarei dato ad approfondirle ben volentieri e senza lesinare tanto sulla mia disponibilità quanto sul mio tempo a disposizione.


Poco prima ero rimasto sbalordito e disorientato allo stesso tempo, di fronte all’epilogo terribile a cui sarebbero andate incontro le stelle, se fosse stata loro conferita la più completa autonomia. Ebbene, avevo visto che la conseguenza di un simile conferimento alle stelle non poteva essere che la naturale e automatica confluenza delle stesse nella rispettiva superstella. Quasi le spingesse a ciò una vera smania di suicidio collettivo! Viceversa, si poteva anche accettare la tesi, secondo cui ogni superstella, essendo una ingorda divoratrice di stelle, faceva il possibile per risucchiare quelle che le appartenevano, volendo cercare d'incorporarle totalmente nella propria massa!

Era proprio questo particolare che ora mi faceva rimanere di stucco. E non per il fatto che una stella motrice potesse essere capace di contenere la totalità delle sue stelle gregarie, per altro già scontato. Invece mi stupivo, per avere appreso che queste ultime, una volta che vi si fossero riversate, avrebbero smesso per sempre di esprimersi con un tipo di brillamento. Cioè, molto sinteticamente, tantissime stelle non sarebbero più esistite dal punto di vista luminoso, facendo piombare gli spazi cosmici e le loro galassie nella tenebra più assoluta.

A tale proposito, mi andavo chiedendo perché mai, a una evenienza del genere, si sarebbe dovuto verificare un fenomeno simile, se ogni superstella era miliardi e miliardi di volte più grande di una normale stella? Come tale, al contrario essa di sicuro sarebbe dovuta essere in possesso di una luce così superlativamente sfolgorante, da farla avvistare fin dagli estremi limiti della propria galassia. Inoltre, una volta che le sue stelle gregarie vi fossero confluite e si fossero fuse con essa in maniera integrale, da una simile fusione senz’altro sarebbe dovuto derivare alla superstella quasi il raddoppiamento sia delle sue risorse energetiche che della sua luminosità. Allora perché, in tale circostanza, ogni cosmo sarebbe dovuto piombare nella più totale oscurità, se a illuminarlo sarebbero rimaste le numerose superstelle, le quali dopo avrebbero potuto disporre di masse pressoché raddoppiate?

Senza dubbio, una contraddizione del genere mi riusciva di difficile digestione e rappresentava per me un problema che non potevo né ignorare né lasciare insoluto. Anzi, la logica m’imponeva d’indirizzare la mia sete di conoscenza giusto in quella direzione e non in un'altra.

Alla fine, così, l'approfondimento di una stella motrice mi rivelò le sue reali caratteristiche, una delle quali venne a sorprendermi in modo particolare. Secondo la quale, nella superstella c'era l'assenza più assoluta di ogni emanazione di luce e di calore. Quel fenomeno, oltre che stravolgermi e incuriosirmi molto, mi faceva anche rendere conto del perché un astro di quel genere non si faceva per niente avvertire visivamente da nessuna parte della propria galassia. Eppure non avevo mai fatto caso a esso fino a quel momento, siccome ero stato intento a dare una giustificazione e un fine a fatti che consideravo ben più importanti, essendo di primissimo piano!

Una superstella, dunque, si presentava molto diversa dalle proprie stelle satelliti, almeno per quanto riguardava il suo grado di luminosità e di calore irradiato. In queste ultime, esso raggiungeva dei valori che, anche se differenti tra di loro, si dimostravano comunque tutti straordinariamente alti e strabilianti. In una stella motrice, invece, pur essendoci energie di una immensità più ingente che avrebbero dovuto sprigionare più luce fulgente e più calore bruciante delle altre, non avveniva emanazione alcuna di luce sfolgorante e di calore fiammeggiante, facendo allibire qualunque suo studioso.

Al riguardo, bisognava far presente che, in una superstella, l’assenza di ogni emanazione di luce e di calore non stava a significare anche la mancanza in essa di tali due proprietà. Invece nel suo centro esse raggiungevano veramente gradi e ritmi d’irraggiamento dell’ordine di un quintilione di quintilioni di volte superiori a quelli che si avevano in una comune stella. Solo che la sua luce e il suo calore, sebbene fossero di un'entità così incommensurabile, non riuscivano ad attraversare il suo strato esterno, il cui spessore era altissimo ed era costituito da una marea esorbitante di particelle, le quali avevano una forma sferica ed erano di colore affumicato.

Esse si manifestavano molto refrattarie all'una e all'altro, anche quando la luce e il calore si presentavano nella loro massima espressione. Si trattava di un ammasso enorme di piccole sfere della grandezza di una ciliegia, le quali scivolavano rapidamente le une sulle altre, proprio come facevano le molecole dell’acqua sopra una superficie in declivio. Esse occupavano un volume che si poteva considerare quadruplo di quello della parte stellare dove la luce e il calore spadroneggiavano con la loro insuperabile potenza.

Così quelle infinite particelle sferiche, intanto che agivano all’interno di uno spazio enormemente profondo con la loro ininterrotta opera di scorrimento, finivano per oscurare l’incandescente massa interna della stella motrice, senza depauperarla di alcuna forza energetica. Semmai le consentivano d’incrementarla in modo smisurato, visto che esse facevano accrescere di molto la sua massa, la quale già si presentava talmente grande, da rendere impossibile ogni sua misurazione. A proposito dello spesso strato formato da siffatte leggerissime sferette di color fumo, c’era da segnalare quanto segue.

Se una stella si fosse abbattuta sopra di esso, la si sarebbe scorta sprofondarvi allo stesso modo che si comportava un pesante macigno che veniva lasciato cadere sopra uno strato di sabbie mobili. Sì, essa sarebbe stata vista sparire nel suo interno con la stessa silenziosità manifestata dal masso, con lo stesso suo insignificante attrito e con la stessa sua lenta velocità di sprofondamento. Un fatto del genere si sarebbe avuto, perché la stella in nessun modo sarebbe riuscita a provocare su tali particelle il minimo surriscaldamento e scompiglio.

Inoltre, se un grammo di materia qualsiasi priva di energia fosse venuto a trovarsi nel campo gravitazionale di simili particelle, magari anche per un solo istante, sarebbe avvenuto quanto adesso viene riferito. Ebbene, quell'insignificante quantità materiale avrebbe all'istante immagazzinato un'energia di potenza così eccezionale, che avrebbe fatto invidia perfino a una stella di modeste dimensioni.

Quelle notizie, che avevo appena apprese su di essa, davano l’esatta e sbalorditiva idea di quanta energia fosse fornita una superstella. La quale, per questo motivo, era stata incaricata di far funzionare correttamente la complessa macchina di una galassia, sebbene questa si mostrasse vastissima e colma di varie problematiche.

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