46-La geometria dei raggi cosmici

I raggi cosmici, presi singolarmente, conservavano tutti la medesima distanza dai loro quattro raggi finitimi; inoltre, presentavano uno schema geometrico abbastanza semplice, pur essendo il loro sviluppo pressoché infinito. La disposizione spaziale degli stessi permetteva che l’identico schema potesse essere ottenuto, partendo indifferentemente da ciascuno di loro. Intorno a ogni raggio, infatti, si sviluppavano una serie infinita di prismi retti quadrangolari. In tali solidi, presi consecutivamente, i raggi, che costituivano i loro spigoli laterali ed erano tutti omogenei, ubbidivano a una progressione aritmetica di ragione 4. Era poi da farsi presente l’alternanza di polarità in tali prismi consecutivi e aventi lo stesso asse di simmetria, poiché essi venivano a essere alternativamente uno positivo e un altro negativo, oppure viceversa. In quel modo, i prismi risultavano positivi tutti quelli di posto pari e negativi tutti quelli di posto dispari. Ma non era escluso l’esatto contrario, siccome si poteva avere lo scambio di posto fra gli uni e gli altri. Tutto dipendeva da se si partiva da un raggio di polarità positiva oppure da uno di polarità negativa.

Se si prendeva come centrale un raggio elettromagnetico positivo, altri quattro raggi elettromagnetici negativi formavano intorno a esso un primo prisma retto quadrangolare; mentre altri otto raggi elettromagnetici positivi disegnavano intorno al primo un secondo prisma dello stesso tipo, cioè quadrangolare retto; mentre altri dodici ancora, ovviamente negativi, riproducevano intorno al secondo un terzo solido dalle stesse caratteristiche geometriche. E così via di seguito, in un alternarsi infinito di prismi quadrangolari retti ora negativi ora positivi, i quali avevano lo stesso raggio positivo nel loro centro.

L'identica cosa avveniva, se si considerava come centrale un raggio elettromagnetico negativo. Nel qual caso, ci s’imbatteva in una diversa disposizione delle polarità, ma essa riguardava esclusivamente il numero di posto occupato dai vari prismi. Ossia, se prima erano risultati positivi tutti quelli di posto pari (il secondo, il quarto, ecc...) e negativi tutti quelli di posto dispari (il primo, il terzo, ecc...); dopo, considerando al centro un raggio elettromagnetico negativo, veniva a verificarsi esattamente l'opposto. Infatti, si assisteva a una inversione di polarità, diventando positivi quelli di posto dispari e negativi quelli di posto pari.

Il numero dei raggi, che formavano gli spigoli laterali di ciascun prisma, partendo dal raggio centrale, veniva dato dal prodotto del suo numero d’ordine per 4. Perciò, se il primo prisma era formato da quattro raggi (1x4=4), il quinto prisma risultava formato da venti raggi (5x4=20); e così per i restanti prismi. La grandezza di ogni prisma, dunque, dipendeva dalla quantità dei suoi raggi. Cioè, restando la distanza fra di loro perennemente invariabile, ne conseguiva che più erano i raggi che concorrevano a formare la sua superficie laterale, più esso risultava con un perimetro di base più grande e con una capacità volumetrica maggiore.

A ogni modo, bisognava fare delle osservazioni anche sulla distanza che intercorreva fra due raggi omogenei attigui non separati da un altro di opposta polarità. Essa, per poter permettere ai due fasci di raggi elettromagnetici di coprire interamente tutte e due le superfici di un cosmo, costrette a essere sempre l’una quadrupla dell’altra, risultava di un centimetro sulla superficie minore e di quattro centimetri su quella maggiore. In effetti, però, mentre i raggi negativi, che partivano dalla superficie minore, stavano distanti l'uno dall'altro due centimetri in partenza e otto in arrivo; quelli positivi, che partivano dalla superficie maggiore, erano distanti l'uno dall'altro otto centimetri in partenza e due in arrivo.

Quanto si è appena dichiarato, naturalmente, veniva a discordare da ciò che si era affermato prima sui raggi cosmici, in merito sia al loro proiettarsi in avanti sia al tipo di solido geometrico a cui essi davano luogo. Secondo la prima versione, infatti, tali raggi procedevano paralleli. Per questo, dal loro parallelismo, non potevano che scaturire dei prismi del tipo già menzionato. Adesso, invece, una volta accertata la convergenza dei raggi positivi e la divergenza di quelli negativi, venivano scalzati dal mio nuovo accertamento sia il loro presunto parallelismo sia il conseguente tipo di figura solida che era derivata da esso per logica.

Non volendosi guardare troppo per il sottile, essendo la lunghezza dei raggi cosmici impressionante e in continuo aumento, essi potevano ben ritenersi come se fossero davvero paralleli. Infatti, siccome quello scarto medio di soli tre centimetri tendeva a divenire sempre più insignificante, esso finiva col perdersi lungo una così sterminata distanza esistente tra le due barriere cosmiche, la quale dopotutto si andava accrescendo all'infinito. Mentre, in attinenza al loro schema geometrico, per lo stesso motivo, si poteva ben parlare di prismi quadrangolari retti, anziché di tronchi di piramide quadrangolari regolari. Infine, in relazione alla distanza che intercorreva fra due raggi eterogenei attigui, passando l'uno per il centro di un quadrato e l'altro per uno dei suoi vertici, essa veniva a essere la metà di radical 2 cm sulla barriera cosmica interna e il doppio di radical 2 cm su quella esterna.

Un ultimo mio proponimento sulla conoscenza dei raggi cosmici riguardò la distanza esistente tra le singole coppie di raggi contigui sia omogenei che eterogenei, ma in rapporto all’espansione del loro cosmo. Ossia, io intendevo essere messo al corrente di ciò che avveniva in proposito, a ogni formazione di un nuovo cosmo. Prima avevo appreso che, a ogni raddoppiamento delle distanze intercorrenti fra le due superfici dei vari cosmi, corrispondeva un quadruplicamento di queste ultime e un ottuplicamento dello spazio situato in mezzo a loro. Al riguardo, mi andavo domandando se i predetti raggi subivano anch’essi un diradamento proporzionato all’estensione delle due superfici cosmiche con conseguente aumento di distanza fra gli stessi. Oppure il problema si risolveva in un diverso modo, evitando ogni loro rarefazione e ogni loro ulteriore distanziamento?

Ebbene, la distanza fra i raggi cosmici, pur costretta a oscillare continuamente tra limiti sempre superiori alla norma, per ragioni imputabili all’evoluzione universale, mai e poi mai poteva divenire doppia di quella regolarmente richiesta lungo il loro tragitto. Per tale ragione, prima che ciò potesse verificarsi, uno stesso numero di raggi elettromagnetici partivano da entrambe le superfici cosmiche e si frapponevano giusto in mezzo agli altri già esistenti, riuscendo a coprire all'istante l’immensa distanza che li separava dalla superficie opposta. Raddoppiandosi, i raggi cosmici riportavano alla normalità l'accresciuta distanza fra di loro. Una sistemazione dei raggi cosmici di questo tipo, oltre a vanificare qualsiasi tentativo di avvicinamento e di congiunzione da parte di due o più raggi di uguale polarità, li potenziava enormemente sia nella loro unitarietà che nella loro totalità.

Senza dubbio, se unione voleva dire più forza e più potenza, la stessa cosa non valeva per i raggi elettromagnetici di un cosmo. La cui forza e la cui potenza scaturivano unicamente dalla loro coatta separazione. Anche se, approfondendo di più il problema, quel tipo di separazione finiva col diventare una vera garanzia di unione. Essi, solo restando separati nel modo che avevo appreso, restavano effettivamente uniti, nonché immensamente efficienti e potenti.

Singolarmente presi, i raggi elettromagnetici potevano considerarsi le cellule dell’organico tessuto cosmico, al quale conferivano compattezza e solidità di struttura, insieme alla capacità di creare la più alta espressione energetica. Inoltre, essi erano inattaccabili da ogni massa fisica e da ogni energia diversa dall’antimateria, poiché si risultavano indistruttibili e non potevano essere recisi realmente da nessuna forza e da nessuna materia. Dunque, anche quando essi si presentavano discontinui, a causa di certi campi di forza interferenti, c’era l’autoproiezione teletrasportata ad assicurarne l’effettiva continuità.

Premettendo che non era possibile che qualche massa fisica libera potesse trovarsi a vagare nello spazio intergalattico e ammettendo per assurdo che ciò accadesse, ebbene, bastava una sola coppia di raggi eterogenei a produrre su di essa, anche se di grandezza uguale a quella di una stella, dei danni irreparabili, fino a causarne l’istantaneo collasso. Per fortuna, c’era la barriera galattica a proteggere le stelle e i sistemi stellari dai raggi della morte e a far sì che nelle galassie vi entrasse solo l’energia vitalizzante. La quale si andava generando fra di loro inesauribilmente e senza soste.

Invece, presi nella loro totalità, i raggi elettromagnetici di un cosmo costituivano un mezzo concretamente espressivo della più alta qualità di energia, qual era appunto quella insita fra le due barriere cosmiche, che si presentava scissa nelle due polarità positiva e negativa. Anzi, era proprio il loro contrapposto irraggiamento a incastro, che c'era in seno a un parallelismo quasi perfetto, a dare origine a quelle forze contrastanti. Le quali, pur essendo nate per combattersi, erano invece impossibilitate a farlo. Così esse, nell’impossibilità di dar sfogo alla loro naturale conflittualità e di scatenare lo sconvolgimento più caotico e destabilizzante, al contrario finivano per dare origine a tanta abbondanza di energia di primissima scelta. Questa costituiva, per l’infinito numero di galassie, una fonte inesauribile di vitalità e di armonia; ma soprattutto garantiva alle stesse una perpetua esistenza.

A quel punto, mi veniva consentito di riprendere lo studio di un sistema stellare. Infatti, adesso avevo a mia disposizione delle conoscenze che potevo definire più specifiche e più idonee a farmelo intendere e comprendere, specialmente per quanto riguardava le sue leggi fisiche e meccaniche.

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