43-Forza magnetica e forza di spinta in una massa

Fin dall’inizio del mio nuovo studio, avevo la consapevolezza che la mia esplorazione avrebbe riguardato in modo preminente l’energia. Essa, naturalmente, sarebbe stata intesa nella sua funzione sia di perenne attivatrice dei vari moti nella materia sia di forza magnetica agente sulla sua massa. Ma non sarebbe mancato un particolare riferimento alla mansione delle sue molteplici espressioni e alle leggi a cui queste obbedivano. La massa, invece, ci sarebbe entrata a far parte solo in qualità di destinataria, siccome si rivelava l'unica cosa concreta suscettibile d’influenza da parte della suddetta energia polivalente. Nello spazio, qualunque fosse la sua grandezza, l’energia non tendeva mai a uno stato di quiete; al contrario, cercava di conservare il moto che le aveva fornito la psiche universale, fin dal suo primordiale essere. Quindi, non era da scartarsi l’ipotesi che mi sarei potuto trovare di fronte a una lotta non solo tra una forza attiva e una massa inerte in sua balia; ma anche tra forze di natura diversa, le quali si trovavano ad agire sulla massa con intenti totalmente differenti. A ogni modo, molto presto lo avrei appurato e me ne sarei reso conto nella maniera più completa.

Tutti i corpi celesti erano forniti di una energia che vi si esplicava sotto forma di forza magnetica e di forza di spinta. Per questo motivo, in tali corpi essa mirava a un duplice obiettivo. In obbedienza al primo dei due, l'energia li spingeva a esercitarsi una continua e reciproca attrazione, la quale risultava inversamente proporzionale alla loro distanza e direttamente proporzionale alla loro massa. Invece, in obbedienza al secondo obiettivo, essa tendeva a mantenerli perennemente in moto, mostrandosi nel contempo vigile che mai si verificasse scontro alcuno tra le loro masse. In realtà, la forza di spinta, oltre a imprimere il moto a un corpo celeste, gli permetteva di opporsi fermamente e di resistere alla forza magnetica degli altri astri più grandi. In questo modo, essa faceva evitare che il sommarsi delle forze di attrazione di due di loro alla fine li spingesse a un inevitabile impatto dagli epiloghi catastrofici.

Ma le forze di spinta di due masse, da sole, quasi certamente non sarebbero state in grado di fronteggiare le forze di attrazione delle medesime, se non ci fosse stato l’intervento esterno di un terzo tipo di forza, il quale faceva evitare a essi uno scontro rovinoso. Perciò la psiche universale, pur di non permettere alle forze di attrazione di prendere il sopravvento sulle forze di spinta, evento che poteva significare la vittoria del caos sull’armonia, era intervenuta ad annullare il divario energetico esistente fra i due tipi di forza. Infatti, essa aveva ristabilito fra di loro quell’equilibrio che veniva considerato indispensabile per garantire alle rispettive masse l’integrità e la perpetuità. La sua opera correttrice era riuscita a ottenere quanto anzidetto, relegando le varie masse a una tale distanza le une dalle altre, da rendere quasi nulli fra di loro tutti i possibili rischi di un impatto apocalittico. Un'evenienza simile, infatti, si sarebbe potuta ipotizzare, esclusivamente nel caso che le due masse si fossero trovate molto vicine, siccome la loro eccessiva vicinanza si dimostrava la sola capace di destare un compiacente e pericoloso impulso a lasciarsi andare nella loro mutua attrazione.

Così anche il vuoto cosmico, calcolato in distanza, pur non avendo alcuna influenza sulla massa dei corpi celesti, costituiva per qualunque fonte energetica una misura e una riduzione espressiva. Per la qual cosa, ogni tipo di energia ne usciva di fatto ridimensionato, non potendo i suoi effetti esprimersi inalteratamente nello spazio cosmico circostante. Per l'esattezza, la loro efficienza si dimostrava inversamente proporzionale alla distanza del loro campo d’azione, aumentando essa col diminuire di quest'ultima. Quindi, era principalmente la distanza a condizionarla e a graduarla in modo decrescente, via via che essa affondava nel baratro spaziale che le si andava espandendo davanti.

Ma qual era la vera forza, che a ogni costo cercava d’impedire a un qualsiasi corpo celeste di darsi a un vagabondaggio attraverso l’infinito spazio cosmico e lo costringeva a una vita comunitaria con un altro che aveva una massa più grande? Quest'ultimo, a sua volta, non lo lasciava nemmeno per un attimo, simile a un cane che non mollava il suo osso. Senza tener conto dell’energia derivante dalla psiche universale, potevo anche concepire la forza di attrazione dell’astro con massa maggiore come un'immensa e invisibile rete elastica. La quale, dopo avere avvinghiato l'astro con massa minore, lo teneva avvinto a sé e gli precludeva ogni sua fuga arbitraria. Da parte sua, l’astro più piccolo, dopo aver teso al massimo la succitata rete nella sua fuga iniziale, non le aveva poi permesso di ritrarsi, opponendole una forza uguale e contraria.

Continuando a restare nel campo delle supposizioni più suggestive, potevo ancora immaginare che l'astro in questione in seguito avesse continuato a tenere la rete in cui restava prigioniero nella medesima tensione. Così non si era lasciato trascinare da essa là dove l’impatto sarebbe risultato senza dubbio catastrofico almeno nei suoi confronti, se non proprio per entrambi. Di regola un elastico, una volta teso al massimo, poteva andare incontro a uno dei seguenti risultati: o si spezzava oppure ritornava con impeto su sé stesso. Solo nel caso che il suo capo tirante venisse fissato a un punto di attacco di un altro corpo immobile o lo si teneva sempre alla massima tensione da una nuova forza uguale e contraria, la regola veniva messa nell’impossibilità di esprimersi secondo la sua naturale esplicazione.

Stando a una mia accreditata teoria, però, quello non era da ritenersi il motivo principale per cui i vari corpi celesti non se ne andavano ciascuno per la propria strada, con il rischio di poter andare incontro in ogni momento a terribili collisioni o a fatali evenienze di altro genere. Invece ve ne potevano essere altri, i quali non mi erano ancora noti; ma che spettava a me scoprirli. Perciò, senza indugio, mi diedi alla loro ricerca.

La giusta distanza che intercorreva fra i due astri della contesa, pur tenendo conto della grandezza delle loro masse e delle forze di attrazione e di spinta esistenti tra loro, al massimo poteva permettere che essi si esercitassero una vicendevole influenza. La quale era tale, da risultare in proporzione diretta alla loro massa e in proporzione inversa alla loro distanza. Per cui un'influenza di quella specie al massimo poteva tradursi in una leggera deviazione e in una piccola oscillazione momentanee sul moto di spinta dell’astro influenzato, nonché in una modificazione superficiale dello stesso. Ma mai sarebbe potuto andare oltre quegli effetti abbastanza limitati.

Allora, se la forza di spinta contribuiva soltanto in minima parte a far sì che i diversi corpi celesti roteassero nello spazio cosmico, senza mai imbattersi in catastrofici scontri, in virtù di quale altra forza primaria si attuava un fatto del genere? Quale nuovo ruolo veniva a rivestire la psiche universale in tanta attraente e armonica manifestazione di un sistema stellare? Eppure quest’ultimo doveva a essa la sua gradevole e impeccabile armonia!

Per dare una risposta esauriente a tali interrogativi, in quel momento non ancora in mio possesso, occorreva che io riprendessi per il tempo necessario lo studio di un cosmo. Anzi, era giusto che lo approfondissi in quella sua parte, la quale avrebbe poi costituito la porta di accesso alla mia comprensione della complessa meccanica di un intero sistema stellare. Di un cosmo, per essere più preciso, mi bastava riesaminare solamente una piccolissima parte, ossia una qualunque delle sue innumerevoli buche galattiche, nelle quali erano stati disseminati milioni di sistemi stellari. Ero convinto che l’approfondimento di una simile buca si sarebbe tradotto in un congruo aiuto al mio intento di trovare una risposta precisa per ciascuno degli interrogativi sorti in me poco prima. Soltanto così alla fine sarei pervenuto a una spiegazione della totale armonia che era insita in un sistema di quel tipo.

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