41-Il tempo nei due tipi di spazio

Conosciute le principali caratteristiche di entrambi gli spazi, passai ad analizzare il tempo, che vi aveva preso il proprio dominio. Allora, al riguardo, mi posi subito le domande che seguono. Esso che cosa significava per entrambi e perché vi esisteva? Inoltre, quali erano le sue caratteristiche più importanti, ammesso che ne avesse e riuscisse a esprimerle nell’uno e nell’altro? A un mio primo sguardo indagativo, per la verità alquanto veloce e superficiale, il tempo mi apparve invisibile e intangibile, direi quasi inesistente. L’unica differenza, che riuscivo a notare tra lo spazio e il tempo, consisteva nel fatto che il primo mi forniva l’idea e la dimostrazione della contenenza, la quale poteva considerarsi un’altra sua caratteristica molto importante.

Il secondo, invece, sembrava non suggerirmi alcuna idea su di esso: né di contenenza né di reale progressione nel medesimo spazio. L'entità temporale, insomma, mi si presentava come del tutto assente nello spazio, non scorgendovi alcun fatto accreditabile che potesse farmi supporre un suo condizionamento dell'elemento spaziale.

Fu soltanto in seguito a un suo esame più approfondito che il tempo mi si rivelò nella sua effettiva esistenza. Dopo compresi che, per individuarlo, non bisognava andare in cerca di qualcosa che non facesse parte della materia o dei vari fenomeni naturali, cioè avulso da loro. Anzi, se lo si voleva percepire correttamente, occorreva osservare con attenzione proprio le cose appartenenti allo spazio e i fenomeni che vi si svolgevano. Il tempo, come mi rendevo conto, era la pura testimonianza della continua trasformazione delle cose e dei fenomeni dello spazio positivo. In quanto tale, esso era da ritenersi nella sua attualità, poiché era realmente presente; invece diveniva passato e futuro solo di riflesso. Perciò l'elemento temporale andava considerato al passato, se riferito alla storia delle stesse cose e degli stessi fenomeni; oppure al futuro, se riferito alle previsioni fatte su di loro.

Secondo quanto avevo appena constatato, derivavano al tempo altre due importantissime caratteristiche, ossia l'irrecuperabilità del suo riflesso passato e l’impossibilità di anticipare il suo riflesso futuro. In base alle quali, non si poteva richiamare uno stato già trascorso delle cose e dei fenomeni dello spazio. Così pure era impossibile anticipare un loro stato ancora da verificarsi con tutti gli elementi della concretezza a sua disposizione. A nessun essere vivente, a nessuna cosa e a nessun fenomeno, quindi, era permesso d’immergersi nei due riflessi del tempo, che erano quello passato e quello futuro, non essendo delle realtà compatibili con il presente e rivelandosi addirittura inesistenti per esso.

Per il quale motivo, le cose, che non esistevano realmente nel presente, non vi potevano neanche vivere di fatto; come pure era impossibile che vi fossero vissute effettivamente. Per il presente, non esistevano né quelle cose che erano esistite né quelle che sarebbero esistite in seguito. Di conseguenza, il tempo era impossibilitato a coesistere con i suoi due riflessi, pur considerandoli nel loro presente. Anche perché nello spazio non potevano esserci che un unico tempo e un’unica situazione delle cose e dei fenomeni a esso appartenenti.

Ammesso che una simile circostanza fosse stata possibile, tutta la realtà sarebbe stata una continua contraddizione. Perciò non ci sarebbero state per essa né storia né evoluzione, non avendo queste ultime ragion d’essere. Il motivo? Sia l’intero processo storico dell’umanità sia quello dell’intera evoluzione naturale futura si sarebbero ritrovati a vivere il medesimo tempo. Da tutto ciò, alla fine, mi sarebbe derivato anche il seguente martellante interrogativo: In una situazione del genere, quale degl'infiniti modi di essere delle cose e dei fenomeni appartenenti a tempi diversi sarebbe stato l’unico incontrastato dominatore della realtà spaziale presente? Anche perché era inconcepibile pensare che sarebbero potuti coesistere nello stesso tempo presente.

Come mi avvedevo, la loro coesistenza sarebbe equivalsa alla loro inesistenza. A quel punto, ammetterli tutti sarebbe stato lo stesso che escluderli in toto, poiché ogni modo di essere delle cose e dei fenomeni sarebbe stato continuamente cancellato e annullato da tutti gli altri messi insieme. La realtà spaziale, quindi, era stata creata per contenere cose e fenomeni in grado di esistere sempre e solamente al presente; mentre il tempo non poteva fare altro che conformarsi a essa. Per questo, per il fattore temporale, ciò che era avvenuto o doveva ancora verificarsi non poteva affatto esistere; né era ottenibile in qualche modo nel reale suo presente.

Incontrai invece una modesta difficoltà, quando mi trovai di fronte al seguente dilemma: Quale dei due elementi, ossia il tempo o lo spazio, aveva il predominio sull’altro? La risposta non si presentava assolutamente agevole, per il semplice fatto che l’uno e l’altro parevano contenersi a vicenda. Non riuscivo a concepire uno spazio senza tempo e un tempo senza spazio, visto che entrambi dovevano essere balzati fuori dalla stessa circostanza e dovevano avere un comune inizio, oltre che avere una identica meta. Per tale ragione, la continua propagazione spaziale faceva presupporre anche una continua progressione temporale. A volte, però, sembrava che il tempo e lo spazio si fondessero e costituissero un composto indissolubile.

Ma non era e non poteva essere così, a causa di certe loro opposte caratteristiche, le quali facevano differenziare moltissimo quei due elementi costitutivi dell’universo e il loro evolversi in esso. Ad esempio, lo spazio era cedevole e transitabile dalla materia a diverse velocità; mentre il tempo, anche se era altrettanto cedevole, era transitabile dalla materia unicamente alla sua costante velocità. Per esso, cioè, non esistevano né accelerazione né decelerazione, bensì soltanto il sommarsi degli infinitesimi di secondo sempre uguali a sé stessi.

C’era poi da far presente che lo spazio permetteva alla materia l’inversione del senso di marcia, ossia le consentiva di rifare il percorso all’indietro, insieme a molti altri che si diramavano in tutte le direzioni. In una parola, le consentiva la pluridirezionalità. Il tempo, da parte sua, non permetteva alla materia che il solo senso in avanti, essendo una sua caratteristica la unidirezionalità, la quale si dimostrava eternamente invariabile. Dunque, era assurdo pensare che la materia potesse muoversi nel tempo sia nell’uno che nell’altro senso laterale, oppure in quello verso sotto o verso sopra. Né vi poteva seguire il percorso a sghimbescio degl'infiniti raggi di una sfera, come poteva fare appunto nello spazio.

In tal caso, il tempo avrebbe dovuto contenere, tutte in una volta, migliaia e migliaia di realtà aventi ciascuna un proprio spazio reale. Il quale sarebbe dovuto risultare a forma non più di una sfera, ma di un settore sferico. Per cui si sarebbe avuto un unico spazio colmo d’infiniti irraggiamenti spaziali, anziché un unico tempo zeppo d’infiniti riflessi temporali. Neppure nella psiche universale sarebbe stata possibile una realtà spazio-temporale intesa in questo modo. Infatti, esprimendo essa una pura astrazione, giammai avrebbero potuto prendervi posto una materia e una energia concrete. Le quali erano le sole cose che a tale psiche era stato imposto di generare e di utilizzare nello spazio positivo del Caducon.

Stando così le cose, non riuscivo ancora a intravedere delle valide ragioni che mi giustificassero la supremazia dello spazio sul tempo o viceversa. Le loro caratteristiche da me trattate non mi avevano fornito nessun elemento utile, grazie al quale avrei potuto ritenere con sufficiente sicurezza l’uno superiore all’altro, dal punto di vista della qualità. Comunque, ero fermamente convinto che lo spazio doveva essere superiore al tempo. A quel punto, quindi, occorreva che io ricominciassi daccapo tutto il mio studio riguardante quei due elementi. Così facendo, avrei cercato d'individuarvi quel possibile errore che avevo commesso e che mi aveva spinto a un nulla di fatto, almeno per quanto concerneva la loro giusta valutazione.

Poco dopo, ero sul punto di ridarmi allo studio dei due principali costituenti di un cosmo, quando mi saltò alla mente il madornale errore in cui ero incappato prima, che non mi aveva dato modo di raggiungere il mio obiettivo. Esso era consistito nel fatto che prima avevo studiato lo spazio e il tempo unicamente nella loro relazione con la materia e con l’energia, senza condurre il loro studio anche al di fuori delle medesime. Invece, per trovare la soluzione del mio problema, mi sarebbe bastato studiarli indipendentemente da tale loro relazione. Ero convinto che uno studio di quel tipo avrebbe fornito la giusta risposta al quesito che mi ero posto in precedenza circa l’importanza da attribuire al tempo e allo spazio, al fine di stabilire la reale supremazia di uno dei due sull’altro. Ma adesso che ne ero consapevole, cercai di rimediare subito all’errore da me commesso in precedenza.

L’intero universo esisteva, grazie allo spazio positivo, il quale lo conteneva e poteva fare a meno di tutti i corpi celesti rotanti, orbitanti o roteanti nell’immensità delle galassie. Era lo spazio, perciò, a permettere loro l’esistenza e non viceversa. Se non ci fosse stato lo spazio, neanche la materia e l’energia sarebbero potute esistere; ma che invece esistevano, poiché c’era lo spazio a dare loro ricetto. A dimostrazione di tale asserto, c'era l'evidenza che lo spazio esisteva, già quando la materia e l’energia non erano state ancora generate. Inoltre, lo spazio positivo, essendo per qualità immutabilmente sempre sé stesso, poteva fare a meno del tempo e di tutti i suoi riflessi, sia che essi fossero immersi nel passato sia che fossero protesi nel futuro.

Non la stessa cosa si poteva dire sul conto del tempo, il quale aveva preso posto nello spazio insieme con la materia e con l’energia, appunto per registrare e rappresentare i loro continui mutamenti. Tale funzione non avrebbe avuto più senso, se fossero venute meno l’una e l’altra. Il tempo, quindi, pur essendo teoricamente al di sopra della materia e dell’energia, in pratica veniva a dipendere da entrambe, per cui doveva loro l’esistenza. Per questo motivo, esso si rivelava inferiore allo spazio e non poteva non accettarne la supremazia.

Dopo che ebbi analizzato il tempo dello spazio positivo e ne ebbi ricavato una conoscenza più che soddisfacente, mi venne spontaneo chiedermi se anche lo spazio negativo avesse il suo tempo e, nel caso di una risposta affermativa, quali fossero le sue caratteristiche. Ebbene, anch'esso, avendo una sua energia, assolutamente non poteva fare a meno del tempo. Questo, però, non rappresentava in esso un presente molto attivo, in quanto doveva limitarsi esclusivamente ad assistere al suo continuo arretramento e alla sua impotenza a opporsi all’avanzata del suo antagonista, che era lo spazio positivo. La qual cosa succedeva, nonostante la sua energia antimateria facesse di tutto per invaderlo e annientarlo.

Nello spazio negativo, non avveniva alcuna specie di trasformazione; bensì vi regnava solo il primordiale caos, il quale era alimentato senza sosta dall’energia antimateria. Questa sfogava la sua rabbia ferina e selvaggia in ripetuti assalti contro l’impenetrabile barriera elettromagnetica che racchiudeva e proteggeva il primo cosmo; però senza mai riuscire a sfondarla. L'energia dell’antimateria, dunque, si esprimeva ininterrottamente nella sola maniera che sapeva e che poteva, nonché con i suoi soliti risultati nulli. Perciò permetteva al suo tempo ben pochi riflessi, i quali appartenevano tutti al solo passato.

Fra le caratteristiche del tempo negativo, oltre a quelle che aveva in comune con il tempo dello spazio positivo, cioè gli stessi criteri di direzione e di transitabilità, c’era da aggiungere ancora la sua negatività, la quale lo faceva uniformare in tutto allo spazio negativo. Da quella sua natura negativa, infatti, gli derivavano dei limiti e delle restrizioni, a cui non poteva essere sottoposto il tempo positivo, come la sua incomunicabilità con quest’ultimo, la sua inefficienza a produrre sull’antimateria dei cali sia quantitativi che qualitativi e la sua incapacità di predominare su qualsiasi realtà presente del suo cieco spazio.

Il tempo negativo si esprimeva in uno spazio completamente al buio e alla cieca, dove, se anche ci fosse stata una sua influenza, questa non la si sarebbe potuta intercettare in alcun modo. Ragionandoci bene, il suo presente in effetti era da considerarsi quasi assente nel suo spazio, siccome esso tendeva sia a non essere sia a non far essere alcuna cosa. La stessa l’antimateria, per la quale il medesimo esisteva, sembrava respingerlo e non tenerlo in nessuna considerazione. Probabilmente, se le fosse stato possibile, di sicuro se ne sarebbe disfatta volentieri e senza neppure perdere tempo.

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