31-Il senso

Il senso dei vegetali costituiva la porta d’ingresso, attraverso cui affluivano all’istinto l'insieme delle informazioni e delle percezioni che riguardavano l'intera realtà extravegetale. Ma esso, allo stesso tempo, rappresentava il centro della loro elaborazione, della loro analisi e della loro valutazione critica, perché al riguardo venissero emessi giudizi utili alla specie e ne scaturissero alcune indicazioni atte a proteggere la medesima. Visto dall'esterno, il senso si presentava cosparso di recettori sensibilissimi, i quali ininterrottamente percepivano i dati esterni e li convogliavano nel suo centro elaboratore per la loro identificazione. In quel luogo gli stessi dati venivano anche vagliati e stimati in base alla loro resa, che veniva espressa in termini di utilità pratica verso la specie.

I dati giudicati nocivi venivano all’istante rigettati all’esterno e in seguito veniva negato loro perfino l'accesso al centro elaboratore. Al contrario, quelli riconosciuti utili venivano fatti oggetto di un trattamento speciale. Dopo essere stati accolti favorevolmente, essi erano avviati a una ulteriore elaborazione. Questa volta, però, essa aveva per oggetto il dove e il quando collocare tali dati esterni, nonché il modo migliore d'impiegarli.

Sul piano dell’operatività, infatti, il solo riconoscimento della loro utilità non poteva ritenersi un atto definitivo, ma soltanto un primo passo verso la loro proficua utilizzazione, da conseguirsi a breve, a medio o a lungo termine. Comunque, prima ancora che i dati percettivi selezionati fossero utilizzati in qualche modo dall’istinto, innanzitutto occorreva che la loro percezione avvenuta nel senso divenisse appercezione nel conscio, essendo esso l’organo preminentemente deputato a una funzione del genere. Ma, non essendo ancora giunto il momento di trattare un simile passaggio, evitai di addentrarmi in quell’argomento.

Allora decisi di rimandare il suo studio a tempo debito, anzi mi ripromisi di avviarlo simultaneamente a quello del conscio. Intanto, però, dovevo pensare a ultimare lo studio del senso, dal momento che del suo organo sensorio mi restavano da mettere a punto ancora alcuni particolari. A mio avviso, la loro focalizzazione mi avrebbe fatto individuare e visualizzare meglio quelle tecniche operative che imprimevano una rassicurante affidabilità all’intero processo selettivo.

Captati dai recettori, i quali ne valutavano anche il potenziale in termini utilitaristici, i dati percettivi appartenenti al mondo extravegetale erano indirizzati verso il reticolo di elaborazione. In esso, subito dopo, si procedeva prima alla loro selezione e poi al loro smistamento, logicamente dopo essere stati diversificati secondo talune categorie di progettazioni. Il reticolo di elaborazione, a dirla in breve, era il nucleo del senso ed era abilitato alla penetrazione profonda del materiale percettivo che vi veniva fatto confluire dall’esterno. Per penetrazione profonda, invece, s’intendeva un metodo di conoscenza appercettiva, la quale, avviata nel senso, finiva per realizzarsi nel conscio.

Nel senso essa si concretizzava con una serie di tecniche atte a rendere l’oggetto percettivo più fluidico, più flessibile, più arrendevole, insomma più sviscerabile. Erano preposti alla conduzione di dette tecniche i selettori del nucleo, che erano stati investiti direttamente dall'istinto di quell’arduo compito, quale si dimostrava appunto la penetrazione profonda. Essi, a ogni modo, in tale attività, fruivano della stretta collaborazione del conscio. Ma molto presto io sarei venuto a conoscenza, tra l'altro, anche del tipo di sussidio che esso forniva loro.

Mi chiedevo in che cosa consistessero le tecniche selettive che venivano attuate dai selettori del nucleo. Anzi, di preciso volevo sapere quali erano le medesime e come si svolgevano. Prima però di accedere alle loro specifiche attribuzioni, bisognava prendere coscienza che esse perseguivano lo stesso obiettivo, anche se la loro metodologia di aggancio e di manipolazione del dato percettivo si presentava alquanto differente. Per cui tali manovre di esecuzione si sarebbero rivelate inconsistenti, se il risultato di ognuna fosse restato fine a sé stesso e non si fosse integrato con quello delle altre.

Difatti le tecniche selettive acquistavano un valore nella loro complementarità e nella loro interazione, poiché solamente con quel significato veniva interpretata la loro opera dalla generale infrastruttura operativa del nucleo. Perciò esse, fin dalla loro nascita, erano state sottoposte al vincolo dell’interdipendenza, perché fosse chiaro fin dal principio che ogni atto finale del nucleo poteva solo identificarsi con l’apporto sommativo di tutti i loro contributi individuali.

Le tecniche selettive in questione erano le seguenti quattro: la radiazione, la compenetrazione, l’associazione e lo smistamento. La loro applicazione, controllata e curata da altrettante forze, ciascuna con una propria mansione, non avveniva in subalternità e non si presentava un processo di quattro operazioni distinte e conseguenti. Invece era da considerarsi un unico atto sincretico e sincrono, nel quale le varie manovre e le diverse qualità eterogenee si fondevano per raggiungere, in un medesimo tempo, uno stesso obiettivo omogeneo.

Con la radiazione, il materiale percettivo veniva scomposto e disintegrato, attraverso un bagno di forze disgreganti. Le quali facevano pure un resoconto dei suoi singoli elementi costitutivi e ne formulavano una prima classificazione, secondo proprietà e ipotesi che privilegiavano il loro migliore impiego. Con la penetrazione, una parte del conscio si trasferiva nel nucleo del senso e si compenetrava con il materiale percettivo, che era stato già disintegrato e sommariamente classificato come anzidetto. Cioè, si realizzava un fattivo amalgama tra una percezione acquisita dall’istinto, la quale si presentava ancora con la sua veste aleatoria e provvisoria, e un surrogato di coscienza. Quest'ultimo era stato già preventivamente predisposto dal conscio per l’effettuazione e l’utilizzazione di quell’altra tecnica selettiva, che prendeva il nome di associazione. Comunque, l'una e l'altro, sebbene non fossero ancora stabilmente attivi e ben definiti, facevano del loro meglio per condurre a buon fine l'opera già avviata dal conscio.

Quanto all’associazione, essa s'identificava con il risultato del suddetto connubio, in seno al quale i singoli dati percettivi anonimi si associavano a dei concetti individualizzanti e qualificanti, che ne evidenziavano e ne plasmavano le attitudini e i destini. Una volta che erano state ottenute l'individualizzazione e la qualificazione dei dati medesimi, alla fine si procedeva allo smistamento delle varie categorie di progettazioni. Per la verità, i dati, di cui sopra, soltanto poco prima avevano cominciato a rappresentare non più elementi casuali e amorfi, bensì progetti coscienti e oculati di un piano predeterminato condotto ad arte.

Il quarto e ultimo processo della selezione, ossia lo smistamento, attendeva al buon esito delle varie utilizzazioni possibili delle percezioni; ma solo dopo aver decretato i modi e le regole del loro impiego e della loro destinazione. In simultaneità, esso progettava in base alle categorie scaturite dalla selezione, di cui era venuto in possesso, grazie all’apporto similcosciente del conscio. Il quale aveva anche conferito alle stesse un carattere di tipo appercettivo.

A quel punto, si poteva ritenere conclusa la fase ultima del processo di autocoscienza delle percezioni. Nel senso, essa trovava la sua massima esplicazione e la sua attuazione più piena, la quale adesso era da considerarsi affrancata da ogni incertezza. Anche al conscio, però, in tanta realizzazione assai significativa, andava riconosciuta la sua parte non indifferente di merito.

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