18-La perfettibile perfezione umana

Esaurito lo studio dell’unica perfezione relativa appartenente al metafisico regno eternoniano, passai ad affrontare anche lo studio delle sei perfezioni relative che facevano parte del fisico regno caduconiano. Naturalmente, cominciai a studiare per prima la più importante di loro, ossia la perfezione umana. Ero convinto che da essa, essendo quella di cui ero dotato, mi avrebbe affascinato in modo particolare, anche perché dal suo studio avrei ricavato una conoscenza di me più ampia e più approfondita, sotto ogni aspetto della mia vita.

L’uomo, infatti, essendo la creatura per eccellenza del Caducon, era predestinato a dominare su tutte le altre creazioni materiali. Perciò egli si presentava come l’unico essere del Regno del Caduco e del Mutevole ad avere un'essenza pensante corredata di somma intelligenza, almeno intesa nell’accezione più piena del termine. Il suo pensiero intelligente lo arricchiva di una perfezione munita di perfettibilità all’infinito. Si trattava di una perfezione che, lungo i sentieri del tempo, avrebbe conosciuto unicamente quei dinamismi intenti a incrementarla con ritmo esponenziale e avrebbe ignorato per sempre gli sterili momenti dell’inattiva staticità.

Appreso quanto riportato sopra, dopo mi chiesi fin dove potesse estendersi la perfettibilità dell’umana perfezione, nel suo perfezionamento infinito. Ma era ovvio che un fatto del genere non sarebbe potuto andare oltre la sua natura caduconiana, per cui essa poteva essere manovrata dall’uomo all'infinito e soltanto entro i confini della sua realtà fisica, ma giammai al di là di essa. Per questo la perfettibilità umana, vincolata com’era alle leggi della sua natura prettamente materiale, non consentiva al suo fortunato possessore-fruitore di varcare la soglia del Regno dell’Eterno e dell’Immutabile, facendogli conquistare l’imperfettibile perfezione di cui erano dotati gli Angeli. L’uomo, benché avesse un'essenza pensante propria dell’Eternon, non poteva avvalersi di essa allo stesso identico modo che ne fruivano le creature angeliche. Il motivo? Tale sua essenza soprannaturale era costretta a un'esistenza molto difforme dalla sua originaria natura.

Ebbene, un’opera così composita e straordinaria, quale appunto si presentava la creazione umana, era riuscita a Xurbiz, soltanto grazie al suo sovrano dominio su ogni cosa, fosse essa spirituale o materiale. Per cui egli non trovava difficoltà a estenderlo, oltre che sulla propria realtà, anche su quella situata esterna a essa. Logicamente, nessuno poteva nutrire dei dubbi sulla complessità dell’umana creazione, dal momento che la sua effettuazione aveva comportato la compresenza e la coesistenza, in uno stesso atto creativo, di due nature diametralmente opposte, che erano quella spirituale e quella materiale. Specialmente poi se si teneva conto del fatto che Xurbiz, per ottenere la loro convivenza pacifica, da un lato, aveva oberato d'incombenze la più riottosa delle due, cioè la parte materiale dell’uomo. Dall’altro, invece, aveva privato la sua parte spirituale della facoltà di usufruire dei poteri prodigiosi insiti in essa.

A quel punto, mi chiesi se potevo venire a conoscenza del modo con cui Dio aveva ottenuto una privazione del genere nell'elemento spirituale che apparteneva alla specie umana. La risposta mi fece apprendere che Egli c'era riuscito, semplicemente relegandola in una sorta di contemplazione passiva e incosciente. Questa, da parte sua, si serviva dell’altrui coscienza, cioè di quella psichico-intellettiva operante nell’uomo, per riflettersi fuori di sé, senza una propria identità personale. In sintesi, era quanto accadeva alla parte eternoniana dell'uomo, almeno considerando il problema dal punto di vista della pura consapevolezza dei suoi numerosi atti.

Stando così le cose, vennero ad aversi in me altri interrogativi, che mi sento in dovere di riportare qui appresso. Che tipo di perfezione risultava quella assegnata all’uomo? L'umana creazione, inoltre, esisteva fine a sé stessa oppure veniva canalizzata verso un fine ultimo già predeterminato? Furono queste le mie prime domande che mi si affacciarono alla mente, in quella mia nuova indagine conoscitiva, la quale era rivolta alla perfezione umana e a tutti i problemi che erano a essa connessi.

Ebbene, fra tutte le creazioni divine, quella umana, sotto diversi aspetti, si dimostrava giustamente la più complessa, ma anche la più importante per lo stesso Xurbiz. Tale importanza sussisteva fin dal suo primo esistere, sebbene fossero stati negati a essa il possesso e la fruizione dei poteri della massima delle perfezioni create. La complessità dell'uomo derivava dal fatto che, a differenza degli Angeli e di tutti gli altri esseri viventi del Caducon, egli soltanto risultava dotato di una natura duplice, essendo un connubio di spirito e di materia. Come tale, perciò, l'uomo rappresentava tutti e due i regni che ospitavano le opere create da Dio. Ne conseguiva che, mentre l'uomo risultava una creazione complessa, tutte le altre, sia eternoniane che caduconiane, erano da considerarsi delle creazioni semplici, essendo esse costituite di solo spirito oppure di sola materia.

Al riguardo, andava subito chiarito che nell’uomo la parte spirituale e quella materiale non si esprimevano su un piano di parità e d'indipendenza l'una dall'altra. Ma esse erano subordinate a un rapporto di dipendenza, siccome quella spirituale veniva a dipendere completamente da quella materiale. Un simile rapporto si presentava inevitabile e impossibile a risolversi in un tempo futuro. Infatti, lo spirito veniva a dipendere in tutto e per tutto dalla materia, siccome l'uomo si trovava a condurre la propria esistenza in un regno dove imperavano prepotentemente il tempo e la materia. Nell’essere umano, quindi, la parte eternoniana, la quale s'identificava con l'anima, era sorvegliata in continuazione e anche tenuta prigioniera dalla parte caduconiana, che era rappresentata dal corpo.

Per tale ragione, all’anima venivano tassativamente vietate ogni forma di espressione sensibile e ogni manifestazione sui generis che la specificasse oppure ne facesse avvertire la presenza. Quel divieto faceva valere così drasticamente la sua forza proibitiva su di essa, da metterne in forse perfino l’esistenza. Ciò, in base all’universale principio, secondo cui non può essere ritenuto esistente chi non riesce a dare di sé alcun segno di vita.

L’anima, a ogni modo, come appartenente alla realtà divina, poteva ritenersi la parte migliore dell’uomo, siccome ne veniva a costituire quella indeteriorabile, inalterabile e indistruttibile. Anzi, nella specie umana, essa aspettava il momento di liberarsi dal suo avviluppante corpo materiale, che ne impacciava ogni esplicazione possibile. Così dopo finalmente avrebbe iniziato a esistere in conformità della sua originaria natura, fruendo di tutti quei poteri che le erano congeniali. Ma un fatto del genere, purtroppo, sarebbe avvenuto dopo che il corpo si fosse estinto, cioè dopo che in esso avessero smesso di esistere i sensi e la ragione. Infatti, unicamente allora sarebbe cominciato l’irreversibile processo di decomposizione in tutte le sue singole parti.

Ne derivava che l’anima umana viveva fine a sé stessa nel corpo in cui era stata confinata, senza una evoluzione qualsiasi atta a rendere migliore la sua natura. Essa, però, non aveva bisogno di migliorare niente dentro di sé, in quanto tutte le sue qualità vi esistevano già nella loro quintessenza, anche se veniva costretta a non poterne godere in nessuna maniera. Perciò l’anima, finché fosse rimasta confinata nel corpo umano, sarebbe vissuta nella più totale ignoranza di essere un'essenza soprannaturale. Comunque, essa avrebbe espresso in modo continuativo i suoi momenti esistenziali in una passività, la quale risultava impotente a tentare qualunque suo intervento prodigioso sul corpo che la teneva prigioniera.

Ecco perché il fine ultimo dell’umana creazione aveva come obiettivi lo sganciamento dell’anima dalla materia e la fine sospirata del suo asservimento a essa. Entrambe le cose, in verità, le sarebbero state garantite in eterno, dopo che fosse avvenuta la morte del corpo in cui essa era stata temporaneamente emarginata.

Giunto a quel punto, fu il problema della morte a interessarmi più di ogni altra cosa. Esso mi avvinse talmente forte, che alla fine fui costretto a interrompere momentaneamente il mio già avviato approfondimento della perfezione umana, pur essendo a buon punto. Ma prima occorreva precisare che il mio interessamento alla morte era legato a due ordini di motivi. I primi, con una richiesta più generica, tendevano a soddisfare una serie di curiosità che smaniavano di ottenere risposte celeri in merito a essa. I secondi, invece, con una domanda più specifica e lungi dal restare nel vago, erano incalzati da una profonda impellenza di vedere risolto un problema così controverso e poco comprensibile, qual era appunto quello della morte.

Comunque, volendo essere obiettivi, la fine dell'esistenza materiale, anziché costituire per l’essere umano una drammaticità, come la sua definitiva rovina, nell'uomo finiva col diventare una solennità, poiché lo conduceva alla sua auspicata salvezza. In questo modo, la morte diventava quasi un sinonimo di liberazione, contrariamente a quanto faceva temere a prima vista. Essa, infatti, atterriva terribilmente i suoi destinatari, nonostante li privasse di alcuni momenti perturbatori non sempre tollerabili.

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