CAPITOLO V

IL MEDICO IPIONE OSPITA FLESIA E I SUOI FAMILIARI

Il giorno dopo, il sovrano di Actina aveva interrogato i rapitori della ragazza liberata, al fine di farsi rivelare il nome del nobile briccone che aveva commissionato ai medesimi il ratto di lei. Ma essi, pur ammettendo senza reticenza di avere agito per conto di un nobile, avevano dichiarato che ignoravano il nome del loro committente. Anzi, non potevano neppure riconoscerlo, dal momento che il rapimento gli era stato ordinato da una persona intermediaria di sua fiducia che era stata da lui delegata. Naturalmente, il re Nortano non aveva creduto neppure un poco alle affermazioni di quei delinquenti senza scrupoli, per cui egli si era persuaso che essi cercavano di nascondere il nobile che li proteggeva a bella posta. Terminato il suo interrogatorio, il sovrano si era immediatamente recato dal suo primogenito e gli aveva manifestato le proprie impressioni sui malavitosi che erano stati incarcerati durante la notte.

«Caro figlio mio,» gli aveva fatto presente «i rapitori arrestati insistono a tenere la bocca cucita e si mostrano adatti soltanto a delinquere. Hanno inteso farmi credere ciò che per me in realtà non è possibile. Io sono fermamente convinto che essi mentono senza ritegno, circa la persona che li ha assoldati per fargli eseguire il rapimento di stanotte. Ma gli sciocchi ignorano che, non svelando il nome del loro mandante, automaticamente si fanno carico anche degli anni di pena che spetterebbero a lui!»

Godian non era stato del parere paterno, essendo dell'opinione che i rapitori dicevano la verità, avendo tutto da perdere a non parlare. Perciò gli aveva chiarito:

«Padre, può anche essere conforme al vero ciò che i sequestratori affermano. Devi sapere che alcuni nobili, quando danno incarichi delicati e rischiosi, nonché compromettenti per loro stessi, cercano di tenersi nell'ombra. Perciò essi ricorrono all'intervento di terzi di cui si fidano ciecamente per farli trattare al posto loro. Domani, a ogni modo, gli farò io una visita e li torchierò con un mio terzo grado. Così facendo, staremo a vedere quanta verità sarò in grado di cavare dalla loro bocca cucita!»

Il giorno successivo Godian si era recato alla prigione, dove si era fatto condurre dal sovrintendente alle carceri nella cella in cui erano rinchiusi i rapitori di Flesia. In quel luogo, con sua sorpresa, aveva riconosciuto in loro le stesse persone che egli aveva prezzolato per far proteggere la sua ragazza. Invece essi, come stava constatando, non avevano avuto alcuno scrupolo a tradirlo e a fare combutta con l'oppressore della sua fidanzata, solo perché quello forse aveva aumentato la posta. Per fortuna, però, Flesia ancora una volta era sfuggita al nuovo pericolo che l'aveva minacciata. Di fronte a quei traditori che non avevano esitato a vendersi al migliore offerente, pur essendosi già impegnati con lui, il principe ereditario si era acceso di sdegno. Poco dopo, senza perdere l’autocontrollo di sé, egli si era rivolto al loro capoccia:

«Mi riconosci, capo di questa ciurma di malfattori, oppure hai bisogno che ti rinfreschi io la memoria? Ma, tra qualche istante, ti pentirai di avermi vilmente tradito!»

L’uomo, dopo averlo squadrato da capo a piedi, come per cercare di ricordare in lui qualcuno di sua conoscenza, alla fine ne aveva avuto una mezza idea. Allora, sebbene non fosse ancora convinto che si trattasse proprio lui, a causa del suo nuovo abbigliamento che adesso era quello principesco, gli aveva risposto terrorizzato:

«Al momento, non saprei chi tu sia, non avendo alcun ricordo di te. Oppure mi sbaglio? Non dirmi che tu sei proprio colui che ci aveva assunti per difendere una famiglia di umili condizioni da quei malintenzionati che avessero tentato di fare del male a essa! Per favore, dimmi che non è vero e che adesso mi sto sbagliando!»

«Invece sono proprio io, emerito farabutto! Sì, sono quello che voi avete tradito! Non avete esitato a macchiarvi di tradimento, credendomi un poco di buono, pur d'ingraziarvi un nobile danaroso che vi aveva promesso chissà quale alta ricompensa! Ma ora vi state rendendo conto che vi siete messi contro il principe ereditario di Actina, allo scopo di favorire un nobile mascalzone! Comunque, io non imputo a voi la colpa di esservi venduti ad altri a mio discapito; bensì quella di aver preferito l'azione illecita a quella lecita. Ora, nel caso che voi foste ignoranti in materia legislativa, voglio rendervi edotti su quanto la legge prevede in Actina, quando c'è di mezzo il reato di rapimento. Essa commina dieci anni di detenzione per coloro che commettono ad altri un ratto e la metà degli stessi per i rapitori mandatari. Se poi questi ultimi si rifiutano di rivelare i nomi dei loro mandanti, finiscono per beccarsi pure i dieci anni di detenzione che spetterebbero a costoro. Dopo avervi fatto presente ciò, per il vostro bene, v'invito a farmi il nome del nobile che vi ha affidato l'incarico di rapire la ragazza. Altrimenti vi farete carico anche della decina d'anni di detenzione che toccherebbero a lui! Dunque, ostinandovi a non fare il nome del vostro committente, finirete per prendervi anche gli anni di pena che spetterebbero a lui.»

Il capo dei rapitori, dopo che il principe aveva terminato di chiarirgli come stavano effettivamente le cose, in relazione al loro rapimento, si era affrettato a rispondergli:

«Se lo conoscessimo, illustre principe, ben volentieri ti riveleremmo il nome del nobile che, dopo averci corrotti, ci ha messi in questo bruttissimo guaio! Ti faremmo il suo nome per i due seguenti motivi: primo, per vendicarci del male che egli ci ha arrecato; secondo, per rimediare al nostro errore e farti cosa gradita, dopo il torto che ti abbiamo arrecato. Ma noi lo ignoriamo sul serio: devi crederci! Chi ci ha avvicinati ed è venuto a pattuire con noi il rapimento della ragazza non ha voluto dichiararci il nome del nobile, di cui faceva le veci. Avremmo dovuto incontrarlo alla consegna della ragazza rapita. Ci aveva anche promesso che, se avessimo fatto un ottimo lavoro, il suo padrone ci avrebbe affidato un incarico più importante, per il quale egli ci avrebbe pagato un sacco di soldi! È tutto ciò che sappiamo, nobile principe!»

«Ma allora dove vi portavate la ragazza a gran carriera, se non conoscevate neppure il luogo dove avreste dovuto condurla? I soldati di mio padre hanno dovuto sudare non poco nel vostro inseguimento, allo scopo di catturarvi. Perciò ci sono riusciti, soltanto dopo un lungo e faticoso inseguimento per alcune vie cittadine!»

«Noi, eminente principe, stavamo seguendo l'uomo, con cui avevamo trattato il rapimento. Egli, però, precedendoci di un centinaio di passi, è riuscito a sottrarsi in tempo ai soldati dell'illustrissimo tuo genitore. In questo modo, ha lasciato solo noi nei guai fino al collo, facendoci infine ritrovare dove siamo in questo momento!»

«Avendo compreso come sono andate le cose, ti credo, pendaglio da forca. Ma almeno sai dirmi se hai notato qualche segno particolare sul volto dello sconosciuto che vi ha ingaggiati? Nel caso che esso non ti sia sfuggito e me lo riferisci, almeno così dopo saprò rendermi conto di chi possa trattarsi realmente! Allora me lo dici?»

«Me lo ricordo benissimo, illustre principe! Sebbene egli tenesse celato il capo in un cappuccio scuro, ugualmente non ho avuto difficoltà a scorgere una grossa cicatrice sulla sua guancia destra. Ne sono anche rimasto abbastanza impressionato!»

«Avrei dovuto aspettarmelo! È sempre lui che cerca di rapire la mia Flesia! Ma non si comprende ancora per conto di chi egli le sta procurando tanta angoscia! Comunque sono sicuro che un giorno riuscirò ad acciuffarlo e a farlo cantare! Allora egli e il suo padrone mi pagheranno tutte le loro mascalzonate, dalla prima all'ultima!»

Alla fine Godian aveva ritenuto concluso il suo interrogatorio con i rapitori, anche se non era venuto a sapere ciò che gl'interessava in modo particolare. Ma, prima di andare via dal carcere, aveva affermato al capoccia dei rapitori della sua ragazza:

«Credendo alla tua sincerità, tu e gli altri avrete la punizione che la legge prevede per i rapitori mandatari, ossia per gli esecutori materiali del rapimento. Invece avrei tutte le carte in regola per infierire contro di voi, come vi meritereste; però evito di farlo. Lo sai perché? Se lo facessi, in quel caso vi punirebbe la severa vendetta del Godian uomo e non l'imparziale giudizio del Godian principe! Mentre io non desidero che mi si rinfaccia da nessuno di averlo giudicato senza equità, per essermi lasciato prendere dalla vendetta personale! Vi auguro buona permanenza in questo posto!»

Il mattino del giorno seguente, Luokun, il quale era il nome del capo dei rapitori incarcerati, tramite il sovrintendente alle carceri Oldrisio, aveva mandato a chiamare il principe ereditario di Actina. Quando poi il primogenito del sovrano si era presentato davanti alla grata della sua cella, egli aveva incominciato a parlargli in questo modo:

«Principe nobilissimo, dopo il grande torto che ti ho fatto, se tu fossi d'accordo, vorrei darti una mano a incastrare il verme che continua a perseguitare la tua ragazza. Così in seguito mi sentirò soddisfatto della mia buona azione, al pensiero che essa ti ha recato un favore grandissimo! Allora sei d'accordo con la mia iniziativa?»

«Prima di acconsentire, Luokun, vorrei che tu mi mettessi al corrente del piano che avresti architettato, mediante il quale affermi che riusciresti nella tua impresa.»

«Voglio far credere al nostro corruttore che, mentre i miei uomini sono stati tutti arrestati, io soltanto sono riuscito a sfuggire ai soldati regi inseguitori. Dopo, persuadendolo che ho già una nuova banda a mia disposizione, cercherei di entrare nelle sue grazie e guadagnarmi la sua fiducia. Sono sicuro che egli non esiterebbe a commissionarmi l'altro incarico, al quale mi aveva già accennato durante il nostro precedente accordo. A ogni modo, l'uomo, essendo un tipo molto sospettoso, prima di assegnarmelo per conto del suo padrone, vorrebbe vedermi alla testa della banda a cui gli ho fatto riferimento. Per questo dovrei anche metterne su un'altra al più presto per convincerlo a dare credito alla mia parola. A essa, però, dovresti pensarci tu!»

«Devo ammettere, Luokun, che la tua idea non è male e potrebbe funzionare! Ma mi dici come farai a rincontrarti con la persona che dovrà cadere nel tuo tranello?»

«Una volta uscito da questa cella, principe, andrò a piazzarmi davanti all'abitazione della tua ragazza. In quel posto, poi, aspetterò che egli si rifaccia vivo. Sono sicuro che il nostro uomo, sempre in modo furtivo, come è solito fare, continuerà a tenerla sott'occhio. Così mi si avvicinerà, non appena mi avrà intravisto da lontano!»

«Chi mi assicura, Luokun, che tu, dopo essere stato messo in libertà da me, non ti darai alla macchia, divenendo così uccel di bosco? Una volta uscito di prigione e divenuto un uomo libero, potresti farlo benissimo, senza curarti degl'impegni presi con me. Credi che io abbia dimenticato che già mi hai tradito una volta? Invece no!»

«Certo che potrei farlo, principe. Anzi, lo farei senz'altro, se la persona, con la quale mi sono impegnato, fosse un'altra e non chi è destinato a essere il mio futuro sovrano! Da suo mallevadore, come potrei non pensare che in seguito la mia condanna sarebbe la pena di morte, se osassi sottrarmi ai miei obblighi verso di te? La qual cosa dovrebbe risultarti assai logico! Inoltre, a missione ultimata, potrei anche sperare in una riduzione di pena da parte tua, principe ereditario della Città Santa!»

«Ebbene, Luokun, visto che mi hai convinto, ti permetto di provare il piano come da te ideato ed esposto; ma a una condizione. In seguito, gli uomini, che dovranno costituire la tua nuova banda, saranno tutti gendarmi di mio padre. I quali, prima di mettersi al tuo servizio, dovranno camuffarsi in delinquenti comuni, come lo siete tu e i tuoi compagni. Quanto alla tua riduzione di pena, se ne parlerà soltanto dopo!»

«Senz'altro dovrà essere così, principe! Se ci tieni a saperlo, anch'io avevo pensato la medesima cosa, volendo farti stare più tranquillo. In questo modo, il nostro uomo non ci sfuggirà e sarà tradotto immediatamente a marcire in queste carceri!»

Invece il principe Godian e Luokun avevano fatto i conti senza l'oste, poiché il piano del malvivente aveva funzionato fino a un certo punto. Il fatto che aveva messo maggiormente in sospetto il loro uomo era stato appunto l'assicurazione di Luokun che egli già era riuscito a disporre di una nuova banda in così breve tempo. Secondo lui, per avere la possibilità di disporre di un quantitativo di uomini così nutrito celermente e senza problemi, egli aveva potuto arruolare i suoi uomini unicamente tra i gendarmi del re Nortano. La qual cosa lo aveva spinto così a pensare che egli stesse collaborando con la giustizia con l'obiettivo d'incastrare lui e il suo padrone. Ma, pur non avendone la certezza, egli aveva preferito non correre rischi, cucendo la bocca per sempre a chi intendeva mettersi al servizio del suo padrone. Dopo essersi fatto seguire in un luogo appartato, cogliendolo di sorpresa, non aveva esitato a pugnalarlo alla schiena. Il suo cadavere, con grande rammarico del principe ereditario di Actina, era stato ritrovato il mattino seguente in un vicolo cieco della città. Allora il primogenito del re Nortano non aveva avuto dei dubbi in merito al suo scaltro carnefice!


Nei giorni che erano seguiti, Godian e Flesia si erano andati rimettendo in sesto assai rapidamente. Mentre il braccio dell'uno aveva cominciato ad acquistare la primiera saldezza; la spalla dell'altra accusava sempre meno dolore. Naturalmente, il giovane principe aveva sempre evitato d'incontrarsi con la sua ragazza, siccome riteneva che non fosse ancora giunto il momento di manifestarle la sua vera identità. Perciò, anche quando i suoi genitori avevano cercato di condurlo da Flesia, desiderosi di fargliela conoscere, egli aveva accampato ogni volta una scusa qualsiasi, pur di evitare di farsi coinvolgere da loro nella vicenda della ragazza. Suo fratello Verricio, al contrario di lui, si era dato a interessarsi della bella Flesia un po' troppo, cercando di sedurla con una corte assidua e martellante. Egli andava a trovarla ogni giorno nel suo appartamento e le si mostrava molto galante e garbato, celando in quel suo modo di fare delle mire voluttuose. La ragazza si era accorta fin dall'inizio delle vere intenzioni del secondogenito dei regnanti; però aveva fatto finta di non accorgersene. Comunque, gli si era sempre dimostrata molto riservata. Ella era fermamente convinta che, fino a quando egli avesse cercato soltanto di farle capire le sue intenzioni assai spinte, non sarebbe stato il caso di preoccuparsene. In quel modo, ella avrebbe continuato a ignorarle in tutta la sua permanenza a corte, per cui i pensieri del principe sarebbero sempre rimasti nella loro astrazione e privi di qualsiasi concretezza.

A dire la verità, Flesia aveva fatto male i conti, se dava credito a quella sua teoria basata interamente sull'ingenuità, visto che essa sarebbe risultata errata assai presto. La fanciulla ignorava che la buona educazione era solamente di poche persone e, prima o poi, l'impazienza avrebbe privato della sua maschera camuffatrice chi intendeva far credere di essere diverso. In questo caso, ci riferiamo all'incorreggibile fratello minore del principe Godian, poiché egli si era intestardito a possedere la bella ospite e non voleva affatto rinunciarci. Ebbene, erano trascorsi già una quindicina di giorni dall’inizio del soggiorno di Flesia a corte, quando ella aveva ricevuto l'ennesima visita del principe Verricio. Poiché era mattino presto, egli l'aveva trovata che si stava riordinando. In quella circostanza, perciò, la ragazza indossava una vestaglietta semitrasparente che la faceva apparire molto più seducente. Preso allora da una incontrollabile furia libidinosa, all’istante il principe Verricio prima l'aveva cinta fortemente con le sue braccia e subito dopo aveva tentato di baciarla sulle labbra. Ma la ragazza, com'era da aspettarselo, aveva reagito fulmineamente, graffiandogli una guancia e mordendogli il mento. Non bastando quella sua energica reazione, ella si era messa pure a urlare a gran voce, facendosi sentire perfino nei reparti che erano vicini.

Le urla di Flesia erano state udite immediatamente dalle ancelle di corte e dalla regina Cluna. Quest'ultima, in quel preciso istante, si stava recando proprio dalla ragazza; anzi, si trovava già a due passi dalla stanza di lei. Tutte, quindi, erano accorse nell'appartamento di Flesia, dove si erano trovate di fronte alla furiosa lotta tra Verricio e la ragazza. Esse, però, si erano pure rese conto che ella cercava di svincolarsi a ogni costo dal lussurioso arrembaggio del principe, il quale con insistenza cercava di trattenerla e di violentarla. Quando poi il secondogenito dei regnanti si era trovato sotto il bersaglio di tanti sguardi che lo accusavano e lo stigmatizzavano, egli, arrossendo, aveva interrotto la sua abietta aggressione, lasciando libera la sua preda. In verità, era stato lo sguardo della madre a conturbarlo di più, facendolo vergognare che più non si poteva. Perciò, con la guancia graffiata e sanguinante, aveva lasciato di corsa la camera di Flesia, gridando: "È solo una gatta selvatica e nient'altro!"

Andato via il figlio Verricio, la regina Cluna aveva dato ordine alle sue ancelle di rientrare nei loro alloggi. Invece ella era rimasta con la fanciulla che era stata appena vittima delle molestie sessuali del figlio. Così, una volta rimasta sola con la ragazza, la regina umilmente le aveva presentato le proprie scuse, a causa del disgustoso spettacolo offerto dal suo secondogenito e del maltrattamento, al quale egli l'aveva sottoposta. A tale riguardo, ella aveva voluto farle il seguente significativo discorso:

"Mia dolce Flesia, il tentativo di mio figlio Verricio di abusare di te mi addolora terribilmente e mi fa aver vergogna di essergli madre. Sì, il suo gesto è stato inqualificabile e imperdonabile! Perciò ti chiedo perdono dell'aggressione che hai subito da parte sua. Fin da quando era bambino, egli si è dimostrato sempre una testa balorda, divenendo già dalla sua adolescenza la disperazione mia e quella del mio povero marito. Pensa che il nostro secondogenito, per il suo carattere difficile, non ci ha mai dato un attimo di serenità, avvelenandoci di continuo l'esistenza nel modo più assurdo! Per nostra fortuna, però, il nostro primogenito, il quale è l'erede al trono di Actina, è fatto di tutt'altra pasta. Sì, il nostro retto Godian è una vera perla di ragazzo: è buono, è generoso, è affettuoso, è virtuoso, è socievole. Insomma, tutte le qualità positive albergano nel suo animo. Egli, di certo, giammai avrebbe osato arrecarti neppure la più piccola offesa! Uno di questi giorni, vedrai, ti farò fare senza meno la sua conoscenza. Così, dopo che lo avrai conosciuto e avrai lasciato la reggia, immancabilmente ti sarai fatta un'ottima opinione dei regnanti di Actina e avrai dimenticato l’ingiusto e spiacevole torto che oggi hai subito dalla pecora nera della famiglia reale!"

Nella tarda mattinata, anche il re Nortano era stato messo al corrente dalla consorte della riprovevole condotta del figlio Verricio, nei confronti della loro ospite inferma. A quella pessima notizia, egli si era infuriato come una bestia e avrebbe voluto punire il figlio chissà con quale pena, per avere infangato lui e l’intera sua famiglia! Inoltre, aveva avvertito il dovere di richiamare il suo secondogenito a una condotta più decorosa e degna del rango che ricopriva. Così, quando il figlio gli si era presentato con la sua solita albagia nobiliare, egli lo aveva ripreso con toni molto duri.

«Come al solito, Verricio,» si era messo a rampognarlo «vai cogliendo tutte le occasioni per farti onore: vero? Puoi andarne assai fiero! Ma perché ti adoperi in continuazione per torturare il mio animo e quello di tua madre? Possibile che in te non ci sia niente di buono? Che cosa ti costa cercare di emendarti, facendo ragionare rettamente il tuo cervello, allo stesso modo che si comporta tuo fratello Godian? Ti sembra giusto e ragionevole ciò che volevi attuare a danno di una poveretta, la quale già conduce una vita difficile, a causa di un altro mascalzone del tuo stampo?»

Il figlio non si era affatto curato delle lagnanze genitoriali che tendevano a condannarlo. Anzi, le aveva ascoltate con riso quasi beffardo. Inoltre, gli aveva risposto:

«Padre mio, vuoi farti il sangue cattivo per una sciocchezza così banale? Non hai altro a cui pensare, con tutte le preoccupazioni che ti procura l'amministrazione del regno? Io ti sconsiglio di prendertela in questo modo e di mostrarti maggiormente sensibile verso i giovani e le loro esigenze! Sappi che, se in voi persone anziane il sangue si va raffreddando e stagnando nelle arterie, in noi giovani esso non smette mai di circolare bollente e focoso! Ti faccio presente che, se quella mocciosa ha voluto fare tanto baccano, ciò ha dimostrato soltanto che ella è una lurida cagna bastarda!»

«Invece, figlio mio,» aveva concluso il re di Actina «tale avrei giudicato Flesia, se ella, accondiscendendo alla tua voluttà sfrenata, non si fosse messa a fare il chiasso che tanto ti ha nuociuto! Ella, quindi, si è dimostrata il contrario di come tu la stai dipingendo, ossia una ragazza seria e giudiziosa che va rispettata da ogni uomo!»

Anche Godian, nello stesso giorno, era venuto a conoscenza del pericolo che aveva corso la sua Flesia. Egli si era amareggiato moltissimo e aveva consigliato al padre di pregare il nobile Ipione di ospitare la sfortunata Flesia nella sua casa. In essa ella sarebbe stata più che al sicuro e tranquilla, senza subire molestie da parte di nessun prepotente. Il medico di corte, da parte sua, quando il re Nortano glielo aveva chiesto, aveva accettato senza alcuna esitazione. Così, già il giorno dopo, Flesia era stata trasferita nella casa d'Ipione. Costui, oltre a lei, aveva voluto ospitare pure i suoi tre familiari. Ma il trasferimento di Flesia alla casa del rinomato medico aveva fatto decidere Godian, il quale oramai non era più in convalescenza, a rifarsi vivo presso la sua amata che lo stava aspettando con amore e con ansia. La ragazza adesso conduceva una vita agiata e serena presso l'abitazione dell'autorevole nobile. Abitando nella nuova casa, le giovani figlie del rispettabile Ipione la trattavano come se fosse una loro sorella, tenendola quotidianamente spensierata. Il suo pensiero, però, non smetteva di volare dal suo buon Peg lontano e pregava ogni giorno il divino Matarum di riportarglielo al più presto sano e salvo. Ecco perché, quando se lo era visto di nuovo accanto, ella, abbracciandoselo intensamente, si era data subito a una gioia incontenibile. Oramai i due giovani innamorati, essendo entrambi guariti totalmente, avevano potuto riaccendere i loro caldi ed estasianti amoreggiamenti. Ciò, perché il principe Godian aveva ripreso ad andare a trovarla tutti i giorni alla casa del medico, nella quale ella poteva gioire della sua dolce compagnia. Ovviamente, nella casa del nobile Ipione, l'uno e l'altra, oltre ad amoreggiare nei momenti liberi, trovavano pure il tempo di rendersi utili in qualche modo al padrone di casa e alle sue gentili figlie.