CAPITOLO III

ALTRE PERIPEZIE ATTENDONO GODIAN NELLA CASA DEL MEDICO

Pervenuto fuori il palazzo del medico di corte, Godian si era trovato di fronte a quattro bravi. Essi, oltre a fare da piantoni davanti al portone d'ingresso, erano abituati a sfoggiare spavalderia e arroganza a non finire verso tutti quei poveracci che si trovavano a passare da quelle parti. Oramai era loro abitudine comportarsi in quel modo, benché il medico glielo avesse vietato più di una volta. Perciò, non appena avevano scorto il giovane in preda all'ansia, uno di loro aveva voluto insultarlo così:

«Straccione, mi dici che ci fai su quel cavallo di pregio? Possibile che tu non ti sia ancora accorto che la povera bestia si sente abbastanza umiliata, nel sentirsi cavalcare da un accattone come te? Eppure, secondo me, avresti già dovuto comprenderlo da tempo, se proprio la ragione non ti manca! Oppure ne sei privo completamente?»

Godian non aveva voluto dare nessun peso a quell'offesa gratuita che gli era provenuta dallo sciocco provocatore senza alcun motivo. Al contrario, mostrando una grande indifferenza verso le sue parole ingiuriose, con molta calma gli aveva risposto:

«Senti, arrogante attaccabrighe, perché non lasciamo da parte i complimenti e veniamo invece al sodo? Mi sono spiegato abbastanza? Io sto cercando il vostro nobile padrone, siccome la mia ragazza ha un urgente bisogno delle sue cure mediche al proprio domicilio. Per questo, se egli adesso si trova in casa, conducetemi immediatamente in sua presenza e facciamola finita! Spero di esservi stato molto chiaro!»

Dopo l’intervento del giovane, un altro piantone, il quale si sarebbe mostrato più antipatico del precedente, non aveva esitato a intervenire pure lui; ma lo aveva fatto unicamente per rincarare la dose. Perciò, considerato che il giovane aveva assunto un atteggiamento alquanto serio, all’istante aveva interloquito con una sfrontatezza maggiore di quella del suo collega. Egli, infatti, si era rivolto ai suoi colleghi, dicendo:

«Guardate un po', amici, com'è permaloso il nostro pezzente! Avete sentito che ha osato darci degli ordini? Ma chi si crede di essere, per parlarci in quel modo!? Forse l'erede al trono di Actina? A mio avviso, egli non è un tipo sveglio, se non si rende conto che l'illustre medico Ipione non visita la gentaglia, ma cura soltanto chi è di casato gentilizio. Ma, visto che il plebeo non lo vuole intendere con la propria ragione, troviamo noi il modo di farglielo capire, una buona volta per sempre!»

Un terzo uomo, il quale fino a quel momento aveva badato soltanto a ridere come un autentico babbeo, avendo trovato le battute dei suoi amici assai divertenti, aveva voluto apparire più pratico e più intuitivo dei suoi compagni. Perciò aveva aggiunto:

«Allora conviene chiamare con urgenza Vurro con i suoi cucciolotti. Così ci penserà lui a fargli cambiare i connotati dalle sue bestiole! Egli, inoltre, ci eviterà l'ingrato compito di doverci sporcare le mani con il pidocchioso qui presente! Che ne dite?»

Ma poi lo stesso, senza attendere la risposta di approvazione da parte dei compagni, aveva voluto passare dalle parole ai fatti. Per questo lo si era sentito gridare:

«Vurro! Vurro! Vieni all’esterno del palazzo con la massima sollecitudine, però senza dimenticare di portare con te le tue simpatiche bestie! Qui all'ingresso c'è da fare un lavoretto che è proprio adatto alla coppia dei tuoi mastini! Quando poi verrai all'esterno del palazzo, ti convincerai pure tu che non mi sto sbagliando per niente!»

Godian, seguitando a tenere ancora i nervi saldi, era intervenuto a riprenderli:

«Possibile che qui si seguiti a non comprendere che non ho intenzione di perdermi in chiacchiere con voi, poiché ho un estremo bisogno di parlare con l’illustre medico Ipione? Lo volete capire sì o no che la mia Flesia necessita con molta urgenza delle sue preziose cure? Altrimenti, la poveretta continuerà a soffrire per chissà quant’altro tempo ancora! E ciò anche per colpa vostra, se lo volete sapere, emeriti fannulloni!»

Era stato a quel punto che il quarto di quei bravi, il quale fino a quel momento aveva preferito tenere la bocca cucita, intervenne pure lui ad adoperare la lingua. Ma la sua era risultata troppo mordace, per non riuscire a scuotere e a far crollare la pazienza del principe. Il nuovo interlocutore, infatti, desideroso di mostrarsi più divertente degli altri tre compagni, volgarmente provocatorio, aveva osato proporgli:

«Vuoi un consiglio da amico, mio caro accattone? Ebbene, uno ce l’ho giusto per te. Conduci da noi la tua colombella, ma solamente se ella ha un corpo fatto come si deve! Così dopo ci penseremo noi a prodigarle nel fienile quelle cure adatte a rimetterla bene in sesto. Ti promettiamo che con lei faremo un lavoretto ammodo e alla svelta, essendone all'altezza! Allora ti è piaciuta la mia proposta, perditempo?»

Quelle parole, mentre erano state motivo di fragorose risate, da parte degli altri tre sgherri del nobile Ipione, al contrario avevano prodotto nel principe Godian un temporaneo afflusso di sangue alla testa. Lo sdegno si era impossessato di lui così tremendamente, da non farlo più ragionare. Perciò lo aveva fatto decidere a contrattaccare quei quattro porci villani, prima verbalmente e subito dopo con l'azione.

«Ah, è così che stanno le cose qui, luride canaglie?!» il giovane prontamente aveva iniziato a rampognarli «Vedo che voi non solo continuate a non darvene per intesi di quanto vi vado raccomandando; ma anche osate pungermi con la vostra pestifera lingua! Nessuno vi ha mai consigliati a non tenerla troppo lunga, poiché potreste incontrare chi, mostrandosene insofferente, ve la potrebbe tagliare? Ebbene, io sono uno di quelli a cui le lingue taglienti recano fastidio e stizza a non finire. Preparatevi, quindi, a pagare le offese che voi mi avete rivolte gratuitamente fino adesso!»

Proferite le sue parole sdegnose, Godian era sceso da cavallo e aveva messo mano alla spada. Poi, già stava dando il via alla sua azione punitiva che si prevedeva tremendissima, allorché un quinto bravo era sopraggiunto dall'interno del palazzo. Egli conduceva con sé due giganteschi molossi che erano tenuti entrambi legati al guinzaglio. Quei cani abbaianti, i quali erano due bestie enormi d'inaudita ferocia, ora si rivolgevano proprio contro l'estraneo, ringhiando rabbiosamente e digrignando le loro zanne bianche e acuminate. Essi, inoltre, si mostravano già pronti ad aggredirlo. Ma il principe non si era impaurito per niente di fronte a tali bestioni che fremevano di rabbia e si mostravano impazienti di muovere all'assalto contro la sua persona. Anzi, il suo sdegno si era mostrato ancora più profondo di quello loro. Per cui egli non aveva pensato minimamente di recedere dal suo proposito che aveva manifestato un attimo prima, mostrandosi perfino pronto e determinato a reagire duramente.

A quel punto, il cagnotto, il quale adesso a stento teneva i cani a freno, essendosi reso conto che lo sconosciuto aveva ormai deliberato di venire alle prese con i suoi quattro compagni, non aveva esitato a scioglierli entrambi. Mentre li liberava dal guinzaglio, aveva voluto anche aizzarglieli contro, mettendosi a urlare a tutta voce:

«Avanti, mie care bestie, aggredite quell'attaccabrighe e sistematelo per bene, facendogli sbollire la furia che si ritrova nel corpo! Da voi voglio un ottimo lavoro!»

Assalito da quelle maledette bestiacce che si mostravano ringhiose e bavose, l'ardito giovane era stato lesto a squarciare la gola a una di esse, proprio mentre gli balzava addosso. Il taglio allora l'aveva fatta stramazzare al suolo, mugolando e dimenandosi in una gran pozza di sangue. Dopo qualche minuto, la si era vista morire dissanguata. Quanto alla bestia rimasta illesa, essa era riuscita a raggiungere senza difficoltà il principe, avendolo trovato impegnato a inferire il colpo mortale all'altro cane. Ma egli, avendo un fisico atletico abbastanza forte ed essendo già allenato nella lotta contro i mastini, in poco tempo si era sbarazzato pure di essa nel modo che viene adesso spiegato. Il valoroso principe, dopo essere stato spinto per terra dal molosso, si era affrettato a gettare via l'arma, contrattaccando poi il cagnaccio con due azioni simultanee ed efficaci. La prima era consistita nel tenergli il collo ben saldo nella morsa del suo granitico braccio sinistro. La seconda, invece, aveva mirato a fargli affondare il pugno stretto della mano destra nelle sue profonde fauci. In quel modo, non soltanto era venuto a privare il molosso aggressore della facoltà di mordere, ma anche gli aveva represso il respiro nella gola. Così alla fine il grosso canide, dopo aver cercato invano di liberarsi dalla poderosa stretta dell'umano avversario, era morto per soffocamento. A quel punto, il principe Godian aveva allentato la presa intorno al collo del bestione e lo aveva lasciato poi riversarsi per terra esanime, essendo stato privato della vita dalla persona che aveva aggredito per azzannarla.

Nel frattempo, Zeira, la giovane figlia dell'illustre medico, essendo stata richiamata dagli abbai rabbiosi dei cani, era scesa dai piani superiori per rendersi conto di quanto stava succedendo all'ingresso del palazzo. La sua comparsa era avvenuta, nel momento esatto che si svolgevano le ultime fasi della lotta tra il principe e il gigantesco molosso. Ella, subito dopo che il giovane si era liberato dal feroce animale e si era anche rialzato da terra, non si era astenuta dall'approvare l’uccisione dei due mastini del proprio genitore, da parte di chi ne aveva subito l'aggressione. In seguito si era affrettata a domandare a colui che aveva in custodia i due cani del padre:

«Perché, Vurro, hai aizzato le bestie contro lo sconosciuto? Mio padre non ti aveva forse proibito di sguinzagliarle contro chiunque, fossero essi pure accattoni? Oppure stamattina lo hai scordato appositamente per un tuo divertimento? Comunque, oggi stesso ti toccherà risponderne al mio genitore, non appena egli farà ritorno a casa!»

«Certo che ero al corrente del divieto di tuo padre, nobile Zeira!» il guardiano le aveva risposto alquanto stizzito «Ma quel giovane spiantato aveva proprio bisogno di una bella lezione, da parte dei due cani da me custoditi, siccome egli ci stava minacciando con la sua spada, che vedi ancora per terra! Ecco come sono andate le cose!»

«Fortunatamente, invece, sono stati i tuoi cagnacci a ricevere dallo sconosciuto la lezione che tu volevi fargli impartire da loro! Così mio padre non incorrerà nella pesante multa che il nobile re Nortano infligge a quei patrizi che hanno l'abitudine di fare aizzare i propri cani contro accattoni o altri poveracci. Chi poi si mostra recidivo di tale reato è punito dal sovrano a tre mesi di reclusione. Ma ora volete riferirmi cosa aveva fatto il poveretto di tanto grave, da meritarsi il castigo che volevate assegnargli? Non mi sembra che egli sia una persona insolente o pericolosa, come voi dite!»

Cionne, il capoccia di quei bricconi, si era affrettato a risponderle con alterigia:

«Il miserabile aveva preteso che il nobile Ipione andasse a curare la propria ragazza nella sua catapecchia. Per come l'abbiamo vista noi, la sua pretesa è stata un grave affronto all'insigne tuo genitore. Per questo volevamo fargliela pagare!»

«Se è stata soltanto questa la sua colpa, Cionne, io non ci vedo nulla né di grave né di offensivo. Potevate benissimo rispondergli che mio padre ha a sua disposizione un tempo molto limitato, il quale gli consente a malapena di dedicarsi alla sua folta clientela gentilizia. Dopo di che, lo invitavate cortesemente a cercarsi un altro medico altrove, senza perdere inutilmente il suo tempo! Così il discorso sarebbe finito lì!»

«Ma egli, nobile Zeira,» il bravo aveva voluto ribadirle «ci stava pure aggredendo con la spada in pugno, per la quale ragione siamo ricorsi ai cani! Comunque, non è finita qui, dal momento che io e i miei compagni abbiamo una maledetta voglia di aggiustarlo bene per le feste, facendo noi ciò che non hanno saputo fare i cani!»

«In qualità di dipendenti di mio padre, invece vi ordino di mantenere la calma, visto che non c’è bisogno di scaldarsi tanto per così poco!» la figlia del padrone allora aveva ripreso Cionne e gli altri che erano di guardia, cercando di tenerli a freno e di non farli ricorrere alle armi. Ma dopo ella si era rivolta allo sconosciuto, chiedendogli:

«Perché, giovane imprudente, hai voluto sfidarli, mettendo mano alla spada? Non sapevi che, così facendo, ti saresti ritrovato solo in un mare di guai? Non sai che bisogna sempre ponderare le proprie azioni, prima di finire male e pentirsene? Ora, te ne prego, cerca anche tu di restare calmo e di dimenticare quanto è accaduto!»

«Devi sapere, nobile figlia del medico Ipione, che non ce la facevo più a sopportare gl'improperi che essi mi facevano pervenire numerosi. Ne hanno espressi perfino nei confronti della la mia ragazza, i quali sono risultati molto volgari e innominabili! Per questo intendevo farglieli ringoiare! Perciò non credo che sia stato io il colpevole!»

«A questo punto, però, ogni lite deve venir meno fra di voi, incauto giovanotto! Inoltre, se è vero che sei venuto a casa nostra perché mio padre venga con te a visitare la tua ragazza, ti dico subito che la tua pretesa è irrealizzabile. Anzi, la ritengo impossibile. Per il bene della tua morosa, ti consiglio di non perdere più tempo e di andare a cercarti un altro medico in un posto diverso della città. Quando il mio genitore rientrerà, anche se volesse accontentarti, egli non avrà a disposizione neanche un po' di tempo. Quest'oggi, specialmente, che mio padre ha ben altro a cui pensare!»

Cionne, da parte sua, non si era sentito di aderire all'invito della figlia del suo padrone, dopo che ella li aveva invitati a cessare ogni ostilità contro il visitatore, il quale era stato trovato da lei del tutto innocente, per essere stato la sola persona offesa. Perciò, ribellandosi alla saggia decisione della ragazza, egli le aveva chiarito:

«Se tu intendi fargliela passare liscia a quel porcaio, gentile Zeira, noi ci opponiamo recisamente al tuo invito di finirla qui con lui. Stanne certa che egli non se ne andrà via da questo posto, se prima non lo avremo conciato nella maniera da noi ritenuta più adatta a lui! Anzi, ti do la mia parola che così sarà, dimostrandotelo con i fatti! Adesso mi sono spiegato abbastanza, riguardo alla nostra intenzione?»

«Invece io ve lo intimo!» gli aveva ribattuto la ragazza «Perciò, se vi azzardate a impugnare le armi contro lo sconosciuto e ad attaccare rissa con lui, vi farò licenziare da mio padre, una volta che egli sarà ritornato a casa! Adesso fate pure come credete, se non temete di essere licenziati dal mio giusto genitore e di diventare disoccupati!»

«Se metti la questione in questi termini, figlia del nostro padrone, mi preme precisarti che noi ce ne infischiamo di un eventuale licenziamento, da parte del tuo insigne genitore. Se non lo sai, nella città di Actina non mancherà di certo chi sarà lieto di assoldarci, non appena avremo lasciato la vostra casa! Ecco perché è del tutto inutile che tu ti adoperi per difendere quello straccione da strapazzo. Tra poco, io e i miei amici lo faremo pentire caramente di essere venuto al mondo! Oramai noi lo abbiamo deliberato e così sarà! Aspetta e vedrai che avverrà proprio come ho detto!»

A quelle parole minacciose del bravo, il principe Godian si era persuaso che in quel luogo una nuova contesa era in procinto di esplodere. Ma, poiché si trovava in una situazione svantaggiata, egli aveva cercato di uscirne prima che il previsto conflitto scoppiasse. Difatti, da quando il giovane si era alzato da terra, lo scherano lo aveva sempre tenuto sotto il controllo della sua spada. Così gli aveva reso impossibili sia il recupero della sua arma che egli teneva inchiodata sotto i propri piedi, sia ogni altro tentativo di reazione offensiva. Alla fine, dopo essere riuscito a coglierlo in una momentanea distrazione, il primogenito del re Nortano aveva spiccato un rapido salto sull'uomo che lo tratteneva da ogni azione di offesa e lo aveva atterrato con una violenza abbattitrice. Raggiunto tale obiettivo, prima ancora che i suoi amici avessero avuto il tempo di sguainare le loro spade e di assalirlo, egli si era già rimpossessato della sua arma. Allora, brandendola con sdegno, si era dato a fronteggiarli con uno sguardo altrettanto minaccioso, come per annunciargli che presto avrebbe saldato i conti con loro. Scrutando poi biecamente i suoi cinque avversari, il virile giovane aveva cercato di rassicurare la figlia del medico, parlandole con questo linguaggio:

«Non avvilirti per me, bella fanciulla, perché la loro decisione è quanto di meglio avrei potuto desiderare. Mi sai tu dire come avrei fatto a dormire stanotte, senza aver dato prima una lezione a questi bastardi malandrini? Sicuramente, avrei sofferto agitazione e insonnia! Quanto alla loro esplicita intenzione di voler trovarsi un nuovo padrone in città, so io a chi indirizzarli. Devi sapere che l'Eterna Vedova sarà lietissima di assumerli con un contratto a tempo indeterminato! Da quanto mi risulta, ella non ha mai rifiutato una sistemazione stabile e definitiva a tutti quelli che le sono stati indirizzati. Il suo nome è famosissimo non soltanto in Actina, ma anche in altre parti del mondo. Sì, se non lo hai ancora compreso, nobile Zeira, io mi sto riferendo precisamente all'impietosa morte, la quale continuamente assume a ritmo frenetico!»

Pochi istanti dopo, era divampata l’attesa mischia che era apparsa furibonda fin dall’inizio. In essa, il valoroso Godian subito si era fatto riconoscere come un ottimo professionista della scherma. A dire la verità, egli si poteva considerare la prima lama di Actina, avendo avuto per maestro suo padre Nortano. Il quale, a sua volta, anche se per poche lezioni, era stato addirittura allievo dell'insuperabile Tio. Infatti, il re di Actina, durante gli scontri tra gli Edelcadi e i Berieski, avendo ammirato tantissimo la prestigiosa scherma del giovane maestro d'armi dorindano, al termine degli scontri, lo aveva pregato d’impartirgli alcune lezioni della sua eccellente arte schermistica. Da parte sua, il giovane schermidore, reputandosi onorato di esaudire la richiesta del monarca actinese, aveva voluto accontentarlo senza pensarci due volte. In cambio, egli aveva ricevuto dei bei doni, alcuni per sé e altri da regalare alla sua amata donna.

Ritornando adesso alla zuffa che abbiamo tralasciato per un attimo, allo scopo di far presenti talune cose che assolutamente avevano bisogno di un chiarimento, essa si era andata surriscaldando a vista d'occhio. Mentre li costringeva a indietreggiare di continuo, Godian scherniva i suoi avversari, mettendosi a dire a loro cinque:

«Cosa ci fanno quelle spade nelle vostre mani, autentici buoni a nulla? Esse sembrano abituate più a rumorosi cicalecci, che non a veri e propri duelli. Forse, con il loro strepito, le poverette ci tengono davvero a lamentarsi dell'inesperienza che riscontrano in voi, oppure della pigrizia delle vostre lente braccia, le quali non si mostrano né solerti né intraprendenti. Sì, deve essere esattamente così, se non siete capaci di fare di meglio con esse, mentre combattete da autentici debosciati!»

Alla fine, il primogenito del re Nortano aveva assalito i suoi depressi rivali con una raffica di colpi tremendi e fulminanti. Allora essi li avevano schiacciati l'uno dopo l'altro con una furia inesorabile, senza neppure chiedersi se fosse bene farlo. Dopo che egli aveva accoppato i suoi scellerati antagonisti, la basita Zeira aveva voluto manifestargli il suo compiacimento e la sua ammirazione. Secondo lei, non era di ogni giorno incontrare un combattente valoroso come lui, visto che si potevano contare sulle dita di una mano. Inoltre, riferendosi alla sua bravura, gli si era espressa così:

«Bravo, baldo giovanotto! Mi compiaccio della tua meritata vittoria. Ho visto che ci sai fare molto bene con la spada, per cui ho ammirato tantissimo la tua perizia schermistica. Anche mio padre è un grande appassionato della scherma. Quando era giovane, in Actina nessuno era superiore a lui, come spadaccino. Lo stesso re Nortano, che pure era un abile professionista della scherma, dovette ammettere la sua superiorità. Ma poi in seguito il sovrano ebbe a prendersi la rivincita su mio padre, togliendogli il primato che deteneva da alcuni anni. La qual cosa avvenne dopo che cessarono le ostilità tra gli Edelcadi e i Berieski. Attualmente, se tu dovessi esserne all'oscuro, ti faccio presente che tale primato è detenuto dal principe Godian, il primogenito del re Nortano; mentre gli è secondo suo fratello, il principe Verricio.»

«Grazie, saggia figlia del nobile Ipione, per avermi messo al corrente di tali importanti notizie. Se devo esserti sincero, le ignoravo, poiché non me le aveva mai riferite nessuno! Ma adesso che le ho apprese, cercherò di stare alla larga da loro.»

«Adesso, però, giovane in gamba, conviene chiamare la servitù e ordinarle di dare immediatamente una bella ripulita nell'ingresso del palazzo. La vista di tanti morti e di tanto sangue mi procura un vero sconcerto allo stomaco. Anzi, essa mi fa quasi svenire, poiché non avevo mai assistito a una strage del genere, quale tu hai fatta!»


Una volta che i servi avevano portato nella legnaia i cadaveri dei cinque uomini di suo padre, per tenerli allogati lì momentaneamente, la ragazza aveva poi ordinato loro di spazzare via ogni traccia di sangue dall'acciottolato del cortile interno con un lavaggio appropriato. Ella poi aveva invitato il coraggioso giovane nella sala d'aspetto della sua lussuosa casa, la quale era situata al piano superiore dell'edificio. Dopo che l'ebbero raggiunta, il principe Godian si era affrettato a chiedere alla figlia del medico:

«Nobile e dolce Zeira, quando presumi che tuo padre possa rincasare? Inoltre, se non consideri la mia domanda un’indiscrezione, vuoi dirmi quale motivo lo ha spinto fuori di casa? Quel tuo "Quest'oggi, specialmente!", che hai pronunciato fuori poco fa, mi ha portato a credere che ve lo abbia trascinato qualcosa di spiacevole. Se mi sbaglio, correggimi pure! A ogni modo, se non vuoi rispondermi, per me fa lo stesso.»

Allora la graziosa fanciulla, quasi come se venisse rapita da un triste ricordo che era da ritenersi di data abbastanza recente, aveva mostrato sul volto una pietosa espressione d'immenso dolore. Nello stesso tempo, i suoi occhi erano diventati alquanto lucidi, come se volessero darsi al pianto. Ma solamente dopo una breve pausa di meditazione, alla fine la poveretta aveva dato al giovane la seguente risposta:

«Proprio come tu hai intuito, stamattina mio padre è dovuto uscire fuori di casa, ma non per ragioni professionali. Una funesta notizia lo ha sollecitato a raggiungere l'abitazione di mia sorella, la quale era maritata da un anno con il nobile Ilso. All'alba un loro servo ci ha comunicato che mio cognato era rimasto vittima di un attentato. Lo sventurato stava per uscire dal suo palazzo, allorché una saetta gli ha trapassato il collo, recandogli morte immediata. Quanto all'attentatore, considerata l'ora del giorno, nessuno ha potuto vederlo, mentre consumava il brutale assassinio. Ma neppure è stato individuato e acciuffato in seguito, durante le formali ricerche effettuate dai gendarmi del re Nortano! Speriamo almeno che ciò avvenga quanto prima!»

«Da parte vostra, nobile Zeira, in famiglia avete già qualche sospetto, circa l’autore dell'uccisione di tuo cognato Ilso? Oppure essa è piovuta dal cielo improvvisa e senza una motivazione apparente? Nel caso che abbiate qualche indizio al riguardo, bisogna riferirlo subito al sovrano di Actina, per aiutarlo a trovare l'assassino!»

«Per il momento, non sospettiamo di nessuno, saggio e ardito giovane; né abbiamo degl'indizi in merito all'uccisione del marito di mia sorella. Mio cognato poteva considerarsi una pasta d'uomo, oltre che generoso e giammai crederò che si sia potuto attirare addosso una inimicizia tanto odiosa, da rimanerne freddato crudelmente. La servitù lo amava più di chiunque altro e anche gli amici lo stimavano a non dirsi!»

«Almeno vi risulta se il poveretto abbia licenziato di recente qualche servo oppure abbia litigato con qualcuno, in questi ultimi tempi? Secondo me, qualcosa sarà pur successo tra tuo cognato e colui che poi lo ha freddato personalmente oppure lo ha fatto ammazzare da un sicario prezzolato! Allora cos'hai da rispondermi al riguardo?»

Alla domanda del giovane, Zeira era arrossita e aveva manifestato qualche imbarazzo nel riferirgli i fatti, dei quali era venuta a conoscenza non da molto dalla sorella. Perciò, comportandosi come se volesse nascondere qualcosa che avrebbe potuto metterla in difficoltà a parlarne, data la sua natura scabrosa, gli aveva affermato:

«Stando a quello che sappiamo noi di famiglia, non ci risulta che mio cognato abbia licenziato qualche suo domestico; né abbiamo appreso che egli, di recente o tempo addietro, abbia litigato con qualcuno qui in città. In Actina, tutti sanno che il nobile Ilso rifuggiva dalle liti, essendo un tipo portato a vivere in pace con tutti!»

Allora il principe Godian, essendo anche un ottimo conoscitore dell'animo umano, da bravo psicologo qual era, subito aveva compreso che la ragazza non era stata aperta nei suoi confronti, nascondendogli qualche fatto molto importante. Ma si era altrettanto convinto che il vero motivo, per cui ella aveva evitato di sbottonarsi nei suoi confronti, non era stato per niente quello della sua mancanza di fiducia verso di lui. Invece esso era dovuto esclusivamente al fatto che l'episodio accaduto nell'ambito familiare della sorella doveva presentare dei risvolti alquanto delicati e imbarazzanti. Per il qual motivo, la secondogenita del medico Ipione aveva provato vergogna a raccontarlo, solo per una questione di pudore. Stando così le cose, il principe aveva teso a chiudere quella parentesi che era stata aperta da lui più per un fine inquisitivo, che non per una semplice curiosità. Invece essa, come si era accorto qualche attimo dopo, aveva unicamente messo in difficoltà la figlia di Ipione. Allora, volendo scusarsi con lei per la sua indelicatezza, si era rivolto alla ragazza e le aveva precisato:

«Ti capisco e ti approvo, nobile Zeira, perché forse ho osato chiederti troppo, non essendo io la persona giusta, alla quale poter riferire determinate cose. A tale riguardo, ti chiedo scusa, per la mia inopportuna e indelicata intromissione in certe questioni che riguardano esclusivamente la tua famiglia, primo fra tutti tuo padre!»

Alle nuove parole del suo interlocutore, all'improvviso la ragazza si era sentita spingere a nutrire una grande fiducia verso di lui. Allora, mutando completamente atteggiamento nei suoi confronti, aveva deciso di rivelargli ogni cosa, in merito a certi fatti che erano accaduti in passato. Così con calma aveva incominciato a rivelargli:

«Invece, mio impavido e forte giovane, non ho affatto disapprovato la tua domanda. In essa ho scorto più un tuo caldo interessamento alla nostra famiglia e una viva sete di giustizia, che non una mera curiosità da donnicciola. Inoltre, anche se non appartieni alla classe dei nobili, non ti nascondo che ti trovo più in gamba di certi aristocratici di mia conoscenza! Tale mia valutazione, nei tuoi confronti, riguarda tutti gli aspetti positivi della vita. La qual cosa mi spinge a trattarti proprio come un fratello, con cui posso confidarmi senza alcun ripensamento. Tu mi fai perfino dare ragione al mio saggio genitore, quando afferma che un vero uomo lo diventa soltanto chi è provato duramente dalle vicissitudini della vita. Al contrario, i vizi corrodono l’intera personalità a tutte quelle persone, alle quali l'esistenza non procaccia asprezze e contrarietà. Dopo che ho conosciuto te, senz'altro gliene posso dare atto!»

«Tuo padre è un uomo responsabile ed eticamente integro, graziosa figlia del nobile Ipione, se la pensa in questo modo. Infatti, vivere la vita non vuol dire spassarsela dalla mattina alla sera, ossia bighellonando soltanto. Ma significa soprattutto far maturare la propria personalità, quella che ognuno di noi ha in sé allo stato potenziale fin dalla nascita. Essa si ravviva e si corrobora, solo se si svolge nella grande tormenta delle umane traversie. Adesso, poiché mi hai rivelato che ti senti di confidare in me come in un fratello e che hai centrato il vero scopo della mia domanda, ti prego di rispondermi sinceramente, senza più sostituire alla verità alcun rossore e alcuna menzogna. Intesi? Vedrai che, dopo esserti sfogata con me, ti sentirai indubbiamente più risollevata nell'animo e nello spirito. Te lo posso garantire, nobile fanciulla!»

«Va bene, giudizioso giovane! Il tuo valore e la tua saggezza hanno saputo aprire le porte della mia anima. Per questo tra poco vi leggerai quanto di vero vi è scolpito. Sì, ti ho mentito, quando ti ho riferito che non ci risultava che mio cognato avesse litigato con qualcuno, risposta che era valida per tutti gli altri parenti suoi, ma non per me e per mia sorella. Noi due siamo le sole a essere a conoscenza dell'unico litigio che Ilso ha avuto in vita sua, il quale gli è costato anche la vita! Per fortuna, nostro padre non ne è mai venuto a conoscenza. Altrimenti non so com'egli l'avrebbe presa!»

«Allora, nobile Zeira, vorrei che tu me ne parlassi, esattamente com’esso si svolse, poiché desidero avere anch'io la mia idea al riguardo e fartene partecipe. Noi uomini sappiamo essere più obiettivi in quelle questioni che fanno parte del campo maschile. Per tale motivo, un fatto del genere non ti deve assolutamente fare meravigliare!»

Il racconto della figlia del medico Ipione, che aveva riguardato il litigio avuto dal cognato con un nobile actinese, non si era fatto attendere molto. Ella, infatti, dopo aver vinto le ultime perplessità, si era data a narrare al principe Godian ogni cosa.

«Il litigio tra mio cognato e il nobile Adrino è di data recentissima e rimonta a qualche mese fa. Fu a quel tempo che l'intimo amico del principe Verricio, nel primo pomeriggio, si presentò a casa di mia sorella Selinda, chiedendo di mio cognato. In Actina, oramai tutti conoscevano la sua nomea di giovane impudente e facinoroso. Il suo comportamento, che si presenta per niente edificante, è dovuto al fatto che egli si sente spalleggiato dal Sommo dei Sacerdoti, che è suo zio Chione, e dalla sua intima amicizia con il secondogenito del sovrano. Ebbene, siccome il marito era prossimo a ritornare dalla sua villa di campagna, mia sorella, in attesa del suo ritorno, educatamente lo fece accomodare nella sala degli ospiti. Dopo ella non volle lasciarlo solo in quel luogo, ritenendolo un atto di scortesia verso l'ospite. Perciò decise d'intrattenersi a conversare con lui gentilmente fino all’arrivo del consorte. A un certo punto, però, il nobile Adrino, ammesso che tale aggettivo gli si addica, cominciò a fare alla sconcertata Selinda diverse domande imbarazzanti, alcune delle quali molto oscene e irripetibili. La mia germana allora lo richiamò rigidamente, invitandolo ad assumere un contegno e una condotta responsabili e irreprensibili, ossia esenti da ogni trasgressività. Vedendo poi che egli seguitava a fare l’ignobile mascalzone, ella non esitò ad alzarsi per uscire dalla sala e lasciarvelo solo. Invece lui le si piantò davanti e le vanificò ogni possibilità di uscita. Selinda, naturalmente, cercò di reagire con tutte le sue forze, al nuovo atteggiamento che egli aveva assunto; ma il folle, approfittando della sua reazione, l'abbracciò con veemenza e cercò di baciarla sulle labbra. Mia sorella, da parte sua, mentre tentava di sottrarsi alla sua stretta satiresca, si diede anche a gridargli a gran voce: "Lasciami, porco, che non sei altro!" In quel preciso istante, fece il suo ingresso nella sala anche il marito Ilso, il quale si rese subito conto della reale situazione, ossia che la moglie stava per diventare vittima del nobile Adrino contro il proprio consenso. Soltanto a quel punto il maiale si decise finalmente a liberare mia sorella dalla sua forte stretta. Comunque, l'improvvisa apparizione di mio cognato, se da una parte conturbò moltissimo mia sorella; dall'altra, essa non fece alterare minimamente la mimica dello spudorato Adrino. In verità, neppure Ilso mostrò il viso brutto, davanti a quella scena che avrebbe fatto infuriare qualsiasi altro marito, spingendolo a un atto inconsulto. Ma lui, conservando la sua abituale pacatezza, chiamò due servi e ordinò a entrambi di sbatterlo fuori, siccome non gradiva i porci in casa sua. All'espressione di disprezzo usata da mio cognato, allora il nipote del Sommo dei Sacerdoti, non potendo farlo in un modo diverso, manifestò tutta la sua ira furibonda attraverso i suoi occhi roventi. Poi, battendo i denti e stringendo i pugni, se la sgattaiolò celermente, lasciando la casa di mio cognato.»

L'attraente Zeira aveva appena finito il suo racconto, allorché era pervenuto all'orecchio dei due giovani un accorrere strepitoso di cavalli, i quali stavano facendo il loro rapido ingresso nel cortile del palazzo. Immediatamente dopo, si era udito anche un uomo che ordinava ad alta voce ai suoi uomini: "Presto, date la casa alle fiamme e ammazzate quelli che vi abitano oppure vi prestano servizio!" Di lì a poco, così, erano seguite le grida e le implorazioni dei servi che imploravano gl'intrusi di risparmiarli, per non aver colpa di niente, se si trovavano a lavorare in quella illustre casa.


Alle urla e ai pianti pietosi della servitù, l'amabile Zeira era impallidita e si era sentita quasi paralizzata negli arti, che ora accusavano anche dei forti tremori. Poi, mostrando degli occhi colmi di lacrime e di terrore, aveva domandato al giovane:

«Perché vengono a ucciderci senza pietà? Chi ci odia a tal punto, da volerci addirittura morti? Mi domando che cosa di male la mia famiglia abbia potuto fare a qualcuno che ci conosce e ci odia mortalmente! Il guaio è che non si trova neppure mio padre in casa a difenderci, in questa circostanza davvero molto grave per tutti noi!»

Godian, allora, con una scrollatina di spalle, le aveva fatto comprendere che egli non ne poteva sapere assolutamente niente, non facendo parte del suo nucleo familiare. Ma poi aveva voluto risponderle ugualmente, sebbene fosse all'oscuro di ogni cosa su quella squallida vicenda. Perciò aveva aggiunto alla tremante ragazza:

«Sono questioni di casa vostra, graziosa figlia del nobile Ipione. Perciò solamente tuo padre potrebbe risponderti. Se poi la cosa dovesse risultare inspiegabile anche al tuo illustre genitore, io sarei portato a credere che questa missione omicida provenga dalla medesima persona che stamattina ha fatto uccidere tuo cognato Ilso. A ogni modo, tu non devi aver paura di niente, a proposito di quanto sta succedendo giù in cortile, essendoci io a proteggerti da quei malintenzionati che sono appena arrivati. Adesso scendo dabbasso a rendermi conto meglio della situazione, per poi fartela conoscere. Ma, non appena sarò uscito da questa sala, ti consiglio di restarci rintanata e di sprangare bene la porta dal di dentro! Ti raccomando: fai come ti ho detto!»

Dopo essersi riversato fuori, l'intrepido principe si era affrettato a scendere a pianterreno del palazzo. Lungo la scala che conduceva in cortile, però, si era imbattuto in due scalmanati razziatori, i quali, con grande libidine sanguinaria, si stavano precipitando ai piani superiori. Allora egli aveva fatto saggiare a entrambi la sua prodezza, atterrandoli con due abili stoccate e facendoli pentire dei loro propositi che, com'egli aveva giudicato in anticipo, non apparivano per niente amichevoli! Nel frattempo, già si scorgevano a vista altri tre omacci furiosi, i quali avevano avuto la medesima idea dei primi due che erano già stati ammazzati dal principe. Ma anch'essi erano andati incontro alla stessa sorte che era toccata alla coppia di compagni che li avevano preceduti. Infatti, l’inossidabile Godian aveva stabilito di accoglierli con quelle medesime cortesie che poco prima aveva riservato ai loro due compagni avventurieri.

Sceso poi agli alloggi inferiori, il prode giovane si era sbrigato a raggiungere lo spiazzo del cortile. Egli vi era appena giunto, allorché si era visto assalire dal resto di quei razziatori assassini, siccome venivano spronati ad agire in quel modo dal loro capoccia, un tipo per nulla raccomandabile. Comunque, l'intrepido principe non si era lasciato affatto intimorire neppure dai nuovi terribili assalitori, i quali adesso potevano essere solo una decina. Perciò, mostrandosi all'altezza della situazione, egli in un primo momento li aveva incalzati impavidamente, facendoli indietreggiare di circa dieci metri. In seguito, invece, era riuscito a infilzarli con la sua impietosa spada l'uno dopo l'altro, a breve distanza di tempo. Il fatto spiacevole di quell'assalto che era provenuto dall'esterno era stato il ferimento a tradimento del principe, da parte del capoccia di quei birbanti. Esso era avvenuto nel momento stesso che egli infilzava il nono dei suoi delinquenti antagonisti. A sua volta, infatti, il principe Godian era stato ferito dal vigliacco figuro, il quale non aveva esitato ad aggredirlo alle spalle, ferendolo così al braccio destro. Lì per lì, la ferita non si era dimostrata assai preoccupante, anche se aveva fatto accasciare il giovane per terra, avendogli arrecato un dolore terebrante e anche un lieve mancamento. Egli, però, aveva saputo resistere al grande dolore, nonostante le cose per lui si stessero mettendo indubbiamente malissimo.

A quel punto, la canaglia, avendo deciso di finirlo del tutto, era balzata da cavallo e aveva tentato di trafiggere al petto l'avversario con la spada; ma il giovane principe, con un abile sgambetto, lo aveva steso lungo per terra. Fra i due lottatori, allora, la colluttazione era seguitata, tenendosi abbrancati l’uno all’altro e rotolandosi per terra. Comunque, dopo vari rotolamenti sul basalto del cortile, a un certo momento, la birba aveva cavato fuori il pugnale e aveva vibrato un tremendo colpo contro il petto del principe. Costui, però, era riuscito appena in tempo a fermargli il braccio con la sua unica mano abile alla difesa, che era quella sinistra. Ma poiché le opposte forze in gioco risultavano impari, per il fatto che Godian era costretto a spingere con il solo suo braccio sinistro, adesso il pugnale dell'avversario aveva iniziato ad abbassarsi sempre di più contro il suo petto. Oramai la punta dell'arma bianca sfiorava la pelle dell'infelice giovane e presto avrebbe iniziato a penetrargli anche la cassa toracica. Invece, improvvisamente, il malvagio ribaldo, emettendo un urlo di spasimo, aveva cessato di spingere sull'acuminato pugnale. Egli, poi, si era lasciato andare su un fianco, dove era rimasto per terra morto stecchito. Quando infine il corpo del pericoloso avversario aveva cessato di gravargli pesantemente sull'addome, per cui era venuta meno anche la sua grande furia, il giovane si era stupito nello scorgere ai suoi piedi il padre della sua Flesia che reggeva una spada avente la lama insanguinata.

Come mai egli si era trovato in quel luogo, giusto in tempo per cavarlo dai guai? La risposta è molto semplice. Alisto, siccome il fidanzato della figlia tardava ad arrivare con il medico, aveva deciso di rendersi conto del perché del suo ritardo, pervenendo così di corsa alla casa del nobile Ipione. Dopo, entrato senza difficoltà nel palazzo attraverso il portone che era spalancato, si era trovato di fronte allo stato disagiato del genero. A quella vista sgradita, senza perdere tempo, si era impossessato della spada di uno dei cadaveri sparsi per il cortile. Poi, volendo farne un uso proficuo, in un attimo egli aveva trafitto alla schiena il malfattore che era sul punto di accoppare il loro benefattore Peg, uccidendolo sul colpo con tutto il suo sdegno.

Vedendo dritto davanti a sé il padre della sua ragazza, il principe prima lo aveva ringraziato di vivo cuore per il suo provvido intervento. Dopo gli aveva domandato:

«Alisto, come sta la mia Flesia? Soffre ancora molto? Devi sapere che il medico Ipione non è ancora rincasato! Speriamo che giunga presto e acconsenta a curarla!»

«Da quando ci hai lasciati, generoso Peg, mia figlia ha continuato a lamentarsi. Ella sta soffrendo parecchio e urla di dolere! Auguriamoci che il nobile medico, una volta rientrato, si degni di visitarla, senza fare troppo il difficile. Speriamolo davvero!»

Proprio in quell'istante, il nobile Ipione aveva fatto il suo ingresso nel palazzo. Avanzando sopra la sua biga, egli era scortato da due uomini a cavallo. Accanto gli stava la giovane figlia Selinda, la quale indossava un abbigliamento da lutto, essendo divenuta vedova da alcune ore. Per la qual cosa, manifestamente si notavano rabbia in lui e afflizione in lei. Ma il medico, nello scorgere tutti i suoi servi uccisi e tanti altri cadaveri di persone non appartenenti alla sua servitù, subito aveva preso atto che nella sua casa si era consumata da poco una sanguinosa razzia. Perciò all’istante era divenuto bilioso, mostrandosi disposto ad azzannare chiunque. Così, in preda a una furia diabolica, egli non aveva perso tempo a saltare dalla propria biga e ad avvicinarsi a Godian, il cui braccio destro perdeva ancora sangue. Sfiorandogli poi il petto con la punta della sua spada, come per minacciarlo di morte, gli aveva domandato:

«Delinquente, dimmi immediatamente cosa ne avete fatto di mia figlia Zeira! Inoltre, voglio sapere da te quale verme vi ha mandati in casa mia per farvi la strage che scorgo! Adesso mi dirai ogni cosa, con le buone o con le cattive: te lo garantisco!»

Il giovane, indicando anche il genero che era appena giunto, gli aveva risposto:

«Almeno io e lui, non siamo stati mandati proprio da nessuno, nobile Ipione; ma vi siamo venuti spontaneamente, essendo stati spinti dalla necessità! Piuttosto devi chiederlo ai morti, visto che essi sono stati di sicuro mandati da qualcuno, se si sono presentati a casa tua non invitati e con il proposito di uccidere quanti vi abitavano!»

«Ah, così stanno le cose? Osi fare pure lo spiritoso con me, pendaglio da forca?! Adesso ti farò pentire io di aver messo piede nella mia proprietà, maledetto furfante! Ti ridurrò in vera carne da macello! Sappi che nessuno me lo potrà proibire, avendo tu violato la mia proprietà privata, seminandovi la morte in ogni angolo di essa!»

«No, nobile Ipione,» era intervenuto Alisto «risparmia il buon Peg. Egli era venuto nella tua casa, solo per condurti a visitare la mia povera figliola, la quale sta molto male e ha bisogno delle tue preziose cure! Anzi, dovresti ringraziarlo, per aver preso le difese della tua casa, uccidendo tutti quanti gli uomini che si erano dati a razziarla!»

«Farabutti, andate a recitare altrove questa commedia, poiché a me non la darete a bere di certo! Perciò vi ucciderò entrambi; vi farò fare la fine di due cani idrofobi, poiché è quella che meritate, secondo me! Ora inizio da chi è già mezzo morto!»

«Invece, nobile Ipione, tu non ucciderai nessuno! Anzi, mi ringrazierai, mi medicherai e accondiscenderai a ogni mio desiderio, quando avrai appreso che tua figlia Zeira è sana e salva di sopra, esclusivamente per merito mio! Devi soltanto chiamarla, farla venire giù e chiederle se ti ho detto la verità oppure ti ho mentito.»

Godian aveva appena finito di parlare, allo scopo di spiegare ogni cosa al nobile medico, allorché la figlia chiamata in causa era apparsa, confermando al genitore:

«Certo che ti ha detto la verità, padre mio, quel giovane coraggioso! Grazie a lui, io sono salva e la nostra casa non brucia. Egli è imbattibile nella scherma e, benché fosse solo, ha ucciso i delinquenti che puoi trovare morti in casa nostra dappertutto. Pensa che essi, approfittando della tua assenza, erano venuti a bruciare la nostra casa e a recare morte a quanti vi avessero trovati! Perciò sono salva per miracolo!»

Fatte le sue dichiarazioni, la ragazza si era lanciata tra le braccia paterne, profondendo pianti e raccontandogli quanto quegli omacci l'avessero spaventata con le loro manifestate intenzioni. Allora il medico Ipione, appreso come realmente si erano svolti i fatti all’interno del suo palazzo, aveva ringraziato molto vivamente il principe Godian. Poi aveva badato a medicargli la ferita e a fasciargliela con molta cura.

Terminate le operazioni di medicatura e di fasciatura a favore di chi aveva salvato la figlia, l’uomo di medicina era subito corso a visitare anche Flesia a casa sua. Ce lo avevano accompagnato il fidanzato e il padre. Lì, eseguita la diagnosi, il medico Ipione aveva riscontrato nella ragazza una seria slogatura alla spalla sinistra. Per rimetterla a posto in modo ottimale, aveva ritenuto indispensabili dieci frizioni. Egli gliele avrebbe somministrate gratuitamente una al giorno. Mentre eseguiva il suo massaggio con un lenimento speciale, il medico aveva chiesto al salvatore della figlia come la sua ragazza si fosse procurata quella brutta slogatura. Allora l’interrogato gli aveva narrato l’intera disavventura, a cui ella era andata incontro, a iniziare dal suo primo tentato rapimento. Al termine del suo resoconto, aveva concluso con molta rabbia:

«Come possiamo renderci conto, mio nobile Ipione e illustre medico, abbiamo tutti e due un generoso protettore che si diverte a dardeggiarci spietatamente! Ma sono convinto che, prima o poi, egli si scoprirà. Allora noi gliela faremo pagare con gli interessi! Ne sei convinto anche tu che ciò accadrà quanto prima oppure ne dubiti?»

«Ci credo senz'altro, mio caro amico! Ma quando avrò individuato il mio, stanne certo che me la pagherà a caro prezzo, anche se dovesse essere proprio la persona che sospetto! In quel caso, non mi curerei della sua amicizia con il principe Verricio e della sua parentela con il Sommo dei Sacerdoti! Nei suoi confronti, mi vendicherei ugualmente con durezza, nonostante egli abbia tali persone insigni come protettori!»

«Comprendo la tua ira, nobile Ipione. Ma se tu riuscissi a ottenere prove incontestabili contro il tuo sospettato, io ti consiglierei di denunciarlo al re Nortano. Egli, essendo giusto, saprà renderti giustizia dei torti subiti. Non pensi alle tue ragazze, le quali sono già orfane di madre? Immagina un poco che cosa ne sarebbe di loro due, una volta che venissero private del tuo ottimo consiglio e della tua protezione!»

«Sì, giovanotto, la tua lingua è saggia, come forte è il tuo braccio. Adesso vi lascio e vado a consolare un po' le mie povere figliole. Esse stasera ne hanno un particolare bisogno, per cui necessitano della mia presenza a casa, specialmente in questo momento che sono rimaste senza la compagnia della servitù ed è calata la notte. La quale facilmente procura pensieri lugubri e inquietanti alla gente disperata! Ma adesso vi auguro una buona notte, in attesa di rivederci domani per la seconda frizione!»