CAPITOLO II

SI TENTA ANCORA DI RAPIRE FLESIA

Ogni giorno il principe Godian si conduceva alla casa di Flesia, dove non si presentava mai a mani vuote. Ogni volta egli portava con sé provviste alimentari bastevoli per cinque bocche adulte da sfamare, nonché discreti capi di abbigliamento adatti ai vari membri della famiglia. Per la verità, oltre alle cibarie e agli indumenti per i suoi familiari, recava con sé anche il proprio trepido cuore, il quale traboccava d'amore per la sola Flesia. La quale gli era penetrata nell’animo in modo così profondo, da costituire il motivo predominante della sua esistenza. Comunque, anche la ragazza viveva esclusivamente dell'amore che nutriva per il suo Peg, per cui gli si dedicava anima e corpo. Ella aveva giurato di consacrarsi del tutto a lui e di donargli le sue cure e il suo affetto, poiché desiderava addolcirgli a ogni costo l'esistenza. Erano parecchi i discorsi amorosi, che il giovane rivolgeva alla sua amata, facendosi prendere dalla calda passione per lei. Essi si rivelavano ricchi di un amore profondo e molto sentito; per questo la ragazza li accettava con sommo piacere. Ne è un esempio eloquente quello che adesso viene citato come esempio qui appresso:

"Mia cara Flesia, eccomi di nuovo presso di te; devi sapere che pure quest'oggi sono spinto a te da una furia passionale che non riesco a placare in nessuna maniera. Essa, via via che i giorni sprofondano nel tempo passato, si fa avvertire in me sempre più preponderante e più ribelle. Invano tento di dominarla in vari modi, invano vado cercando qualcosa che possa frenarla, visto che ogni mio tentativo di riuscirci risulta inutile. Sì, dolcissimo amore mio, solamente tu puoi rabbonirla, dal momento che sei tu a far nascere nel mio cuore questa impetuosa furia d’amore. Nel medesimo tempo, continui a infiammarla in modo incredibile, oltre che in una forma inestinguibile. Per il mio cuore, esisti solo tu; perciò esso vuole appagarsi unicamente del tuo amore intenso e inimitabile, augurandosi che possa crogiolarsi nel tempo per l'intera sua durata. Viceversa, esclusivamente i palpiti del tuo cuore sono in grado di procurare al mio spirito quel focoso ardore, che lo fa ardere e scatenare attraverso i sentieri della passione amorosa. Per me sarebbe terribile vivere lontano da te ed esistere senza il tuo gratificante amore. Così ugualmente mi risulterebbe una vera tortura il trascinarmi avanti e indietro, senza poter contemplare il sorriso dei tuoi occhi, quello che sa infondermi in ogni momento la vera gioia e una grande sicurezza. Flesia mia, se venissi privato della tua dolce compagnia, ti assicuro che mi sentirei totalmente distrutto, annientato tanto nel fisico quanto nello spirito!"

Anche i fraseggiamenti amorosi di Flesia, sebbene venissero espressi con un linguaggio abbastanza semplice, con tono convinto manifestavano al giovane il calore ardente del suo amore sincero e incontaminato. Al contenuto del seguente si avvicinava quello di tutti gli altri suoi pensieri amorosi: "Peg, immenso amore mio, ti amo con tutta me stessa. Lo so che lo sai, per avertelo detto anche altre volte; però te lo voglio ripetere all'infinito, con sempre maggiore passione e con rinnovato fervore. Sono convinta che tu più mi senti dichiararti il mio amore sincero e puro, più ti rassereni, più gioisci e più trascorri il tuo tempo senza preoccupazione alcuna. Non è forse vero, soave amor mio? Quando ti manifesto il mio amore, per cui avverto anch'io una delizia ineffabile; anzi, sento palpitare nel mio intimo un cuore nuovo, interamente genuino e affettuoso. In questo modo, esso mi fa talmente emozionare che alla fine non ne posso più e mi trasforma in una creatura felice e spensierata. Per questo ti amo e ti amerò sempre, senza mai smettere. Sì, giammai cesserò di donarti il mio amore, fino a quando nel cielo splenderà di giorno il radioso sole e brilleranno di notte la luna e le stelle. Sei lieto, mio adorato Peg?"

Erano trascorsi una ventina di giorni, da quando Godian aveva incominciato a frequentare la casa di Flesia, allorché egli aveva preso la decisione di condurre ogni giorno nei campi la sua affascinante ragazza. Era sua intenzione metterla al cospetto della natura e farle godere le sue meravigliose bellezze. Ormai il loro fidanzamento era divenuto ufficiale e c'era stata anche la piena approvazione da parte dei genitori di lei, siccome essi lo vedevano di buon occhio. Ma, nel loro terzo giorno di uscita, i due giovani si erano allontanati dalla città appena un paio di miglia, quando all'improvviso avevano intravisto sette uomini a cavallo che si dirigevano rapidamente verso di loro. Era fuori dubbio che essi li avevano presi di mira, se si comportavano in quel modo nei loro confronti!

Non appena li aveva scorti, intanto che avanzavano di gran carriera verso di loro, la ragazza, mostrandosi preoccupata, aveva gridato:

«Godian, amore mio, quei cavalieri vengono nella nostra direzione e, a quanto pare, ce l’hanno esattamente con noi! Chi sono e cosa vorranno da noi due? Probabilmente, sono ancora io il loro obiettivo! È mai possibile che si continui a perseguitarmi ovunque, senza darmi un attimo di pace e mettendo pure te in una situazione difficile e rischiosa? Ma perché, divino Matarum, non intervieni tu a punirli esemplarmente?»

«Non ho la benché minima idea, Flesia, di chi essi possano essere e di quali siano le loro intenzioni. Non è detto, però, che c’entri tu anche questa volta, amore mio, dal momento che non ne abbiamo ancora delle prove certe! Comunque, stai tranquilla, poiché tra breve verremo a saperlo con certezza e ci toglieremo il pensiero!»

Quando poi il gruppo a cavallo si fu avvicinato abbastanza a loro due, Godian aveva dovuto ammettere che prima Flesia non aveva avuto torto a sospettare che quelli fossero in quei paraggi proprio per rapire lei. Infatti, aveva riconosciuto in chi li capeggiava l'uomo che alcuni giorni prima si era presentato a casa della ragazza con altri due malandrini con l’intento di rapirla. Ma egli, trovandosi opportunamente sul posto, gli aveva mandato a monte il progettato rapimento. Come adesso osservava, il suo intervento non era bastato a distogliere in modo definitivo il briccone dal suo iniquo proposito. Per cui ritentava l'impresa con più uomini al suo comando, essendo convinto di risolvere nella nuova circostanza la questione che aveva ritenuta solamente in sospeso. Così, non appena era avvenuto il riconoscimento dell’uomo, il quale non prometteva nulla di buono, il principe aveva arrestato la corsa del suo cavallo. Poco dopo aveva fatto scendere rapidamente dal quadrupede la fanciulla. Nel frattempo che ella abbandonava la bestia, le aveva confermato:

«Non avevi torto, Flesia mia! A quanto pare, tentano di rapirti di nuovo con maggiori forze! Ma non lasciarti prendere dal panico, poiché ci sono io a proteggerti!»

Una volta resa appiedata la sua fidanzata, suggerendole di distendersi lunga sul prato, il valoroso principe, senza indugio si era adoperato per affrontare i suoi numerosi aggressori. Comunque, di coloro che li stavano assalendo poco prima, solamente quattro avevano caricato l'ardimentoso giovane. Gli altri tre, compreso quello di loro vecchia conoscenza, all'inizio avevano preso il largo e poi si erano diretti alquanto rapidamente verso la ragazza, la quale adesso se ne restava distesa per terra. Nello scontro iniziale che stava avendo con quelle persone scalmanate, il principe Godian prima aveva fatto intendere ai suoi avversari di voler cacciarsi proprio in mezzo a loro. Invece, all'ultimo istante e contro ogni loro aspettativa, aveva indotto il suo cavallo a sterzare interamente a sinistra. Agendo in quel modo, aveva assalito con determinazione l'avversario che avanzava con grande celerità sull'estrema destra. Così, dopo averlo caricato, lo aveva infilzato senza difficoltà. Intrapreso poi il nuovo scontro con i tre avventurieri rimasti, costoro, essendosi fatti furbi, non gli avevano permesso di rifare lo stesso giochetto, a cui egli era ricorso in precedenza.

Stavolta, infatti, i suoi scaltri avversari lo avevano incalzato in maniera tale, da non dargli più la possibilità di sottrarsi al senso obbligato che ora gli stavano imponendo. Allora Godian si era introdotto fra i due assalitori che avanzavano leggermente distanziati l'uno dall'altro. In quel modo, dopo aver parato un pericoloso fendente dell'avversario di destra, aveva sorpreso il rivale di sinistra con un allineo mortale al petto. Essendosi poi liberato pure di tale avversario, egli aveva intrapreso un animato scambio di arditi colpi di spada con gli altri due facinorosi. Per la precisione, essi erano quelli rimasti incolumi nel precedente scontro, che si era appena concluso.

Nel frattempo, Flesia era stata raggiunta dai tre uomini, che in precedenza avevano evitato di partecipare alla scaramuccia contro il giovane principe. Volendo poi essi portarsela via con la forza, ella si era data a opporre ai suoi aspiranti rapitori una resistenza molto tenace. Alla fine, però, non avendo avuto più la forza di resistere ai loro reiterati tentativi di prenderla e di portarsela via, aveva rinunciato a ogni lotta. Allora il caporione di quella cricca aveva approfittato del totale rilassamento di lei per avere ragione della ragazza. Fattosi aiutare da uno dei suoi due masnadieri, egli era stato lesto a caricarla sulla groppa del suo cavallo e a prendere il volo con i suoi due aiutanti. Così, con il loro bottino umano, il quale veniva trasportato sulla groppa del cavallo del capoccia, tutti e tre i rapitori avevano preso la direzione che conduceva nella vicina città.

Nel vedersi portare via la sua Flesia, Godian si era infuriato a tal punto, da vedersi costretto a incalzare molto spericolatamente i suoi due avversari rimasti, stecchendoli con alquanta prepotenza a breve distanza di tempo l'uno dall'altro. Immediatamente dopo, si era lanciato, con la rapidità di un baleno, all'inseguimento di coloro che gli stavano portando via la ragazza. Per fortuna, egli cavalcava un cavallo molto veloce e instancabile, essendo esso quanto di meglio potesse avere la scuderia di suo padre. Perciò la sua bestia subito gli aveva consentito di accorciare le distanze che lo separavano dai suoi nemici. Allora, non appena si era accorto che il perseverante fidanzato della ragazza aveva già sistemato per le feste i quattro uomini che gli aveva inviato contro per assalirlo e per farlo fuori, addirittura adesso stava già alle loro calcagna, il capo dei rapitori aveva incaricato i due sgherri che formavano la sua attuale scorta di fermarlo a qualunque costo. Nel frattempo, egli avrebbe continuato, a tutta briglia e senza problemi, la sua dannata corsa verso Actina. Quegli omacci senza cuore, però, avevano avuto appena il tempo di frenare le loro bestie e di fare dietrofront, allorché si erano visti investire dal loro rapido inseguitore. Costui, in preda com'era a una furia tempestosa, li aveva travolti in un batter di ciglia, facendoli pentire della loro malvagia intenzione.

Il figlio del re Nortano, dopo aver frantumato con veemenza l'ultimo ostacolo che lo separava dalla sua Flesia, aveva ripreso il suo vertiginoso inseguimento, il quale, come si prevedeva, era ormai prossimo a volgere al termine. Il principe era ansioso non solo di liberare la sua ragazza, bensì anche d'indurre quel furfante di rapitore a rivelargli il nome del nobile suo mandante. Difatti il suo intento era anche quello di fargli pagare salatamente le angosce e le trepidazioni che stava arrecando alla povera famigliola della sua fidanzata, oltre che a lei stessa. Anzi, tra i componenti della famiglia, la poveretta era da considerarsi la vittima più bersagliata in quei continui tentativi di ratto, considerato che essi finivano ogni volta per risultarle abbastanza traumatici. Invece il capo dei rapitori, da parte sua, aveva evitato di offrirgli una opportunità del genere. Egli, essendosi reso conto che il tempo ormai stringeva e che presto il giovane lo avrebbe raggiunto e agguantato, si era affrettato a sbarazzarsi della ragazza. Così l’aveva spinta bruscamente dal suo cavallo, mentre esso correva, facendola cadere per terra come un peso morto. Subito dopo il farabutto aveva seguitato la sua fuga, dirigendosi sempre verso la città, essendo convinto che in essa gli sarebbe stato facile disperdere il caparbio giovane, che non gli dava tregua nell’inseguirlo.

Allora il principe Godian, costretto a soccorrere la sua Flesia che abbisognava di cure e di una degenza immediata, aveva dovuto rinunciare al suo inseguimento e privarsi della grande voglia di acciuffare l'inafferrabile manigoldo. In quel momento, la ragazza, poiché il suo persecutore l'aveva spinta senza garbo dalla groppa della sua bestia, nel grande ruzzolone a cui era andata incontro, aveva riportato una seria slogatura alla spalla destra. La quale, pochi attimi dopo, aveva iniziato a causarle degli spasimi atroci.

Il giovane principe, nel frattempo che riaccompagnava a casa con cura la sua fidanzata, scorgendola in preda a un’acuta sofferenza fisica, si sentiva l'animo addolorato come non mai. Nello stesso tempo, veniva preso da una enorme stizza, siccome non sapeva in che modo sfogarsi. Allora, come ripiego, aveva formulato in cuor suo delle terribili minacce contro quel verme di rapitore che aveva così brutalmente maltrattato la sua Flesia, quasi fosse stata un oggetto di nessun valore!


Una volta giunti a casa della ragazza, i suoi familiari, vedendola spasimare in quella maniera, subito si erano allarmati e avevano mostrato una grande preoccupazione per la loro diletta figliola. Godian, da parte sua, non potendo fare altro, aveva cercato di rassicurarli il più possibile, minimizzando apposta quanto le era successo. Contemporaneamente, si era anche messo a parlare ai genitori di lei, dicendogli:

«Non fate quei volti, per carità, perché si tratta senz'altro di una cosa da niente! Allo scopo di togliervi da tanta penosa apprensione, adesso mi precipito a chiamare qualche medico per farla visitare da lui. A proposito, sapete dirmi se per caso nelle vicinanze della vostra abitazione abita un uomo di medicina, il quale possa curarla per bene? Su, ditemelo e non facciamo penare oltre la nostra Flesia, che sta soffrendo!»

«In verità, mio buon Peg, uno ci sarebbe e lo abbiamo pure a portata di mano!» gli aveva risposto Alisto, il padre della ragazza «Se ci tieni a saperlo, però, per noi egli è come se non esistesse. Quindi, ci conviene cercarne un altro, il quale non sia quello che sta nelle nostre vicinanze, se non vogliamo sprecare altro tempo inutilmente!»

«Perché, Alisto, dici così? Mica siete dei cani idrofobi, per cui egli debba rifiutarsi di venire a casa vostra a curare la vostra Flesia! Un bravo medico non deve fare distinzioni di casta, specialmente se si soddisfa il suo onorario! Né voi dovete preoccuparvi della sua parcella, visto che ci sono io a pagarla al posto vostro! Intesi?»

«Si tratta del nobile Ipione, Peg, il quale è anche il medico di corte. Egli non è un uomo da fare miracoli, per degnarsi di condursi in una casa povera come la nostra e curare della gente di bassissimo rango sociale, al quale apparteniamo noi di diritto, come sai! Il medesimo mette la sua professione al servizio unicamente dei nobili e dei ricchi, per cui non verrebbe mai nella nostra umile casa! Stando così le cose, non ci conviene fare affidamento su di lui. Anzi, è meglio che lo dimentichiamo del tutto! Quindi, se ci sbrighiamo a chiamare un altro medico, mio caro genero, faremo meglio!»

«Invece è proprio lui che condurrò qui a curare la vostra Flesia. Il medico Ipione mi deve la vita e non potrà rifiutarsi di ricambiarmi il grande favore. Vedrete come correrà qui, quando gli rammenterò il giorno che lo salvai dagli artigli di quei sei predoni che volevano fargli la pelle a tutti i costi! Perciò ditemi subito dove si trova la sua abitazione, poiché così correrò immediatamente a chiamarlo a casa sua!»

Allora il padre di Flesia, essendo stato incoraggiato dalle parole del giovane che gli erano sembrate delle dolci note musicali, felicemente si era affrettato a spiegargli:

«Al termine della nostra strada, Peg, ovviamente andando verso destra, c'è una piazza, nella quale il palazzo più in vista è quello del nobile Ipione. Non puoi sbagliare in nessun modo a individuarlo in quel luogo, neppure tenendo entrambi gli occhi chiusi! Speriamo soltanto che egli ricordi ancora il favore ricevuto da te e che tu riesca a convincerlo a venire a casa nostra per curare la nostra dolorante Flesia!»

Naturalmente, il principe conosceva molto bene l'ubicazione della dimora dell'illustre medico; ma aveva finto di fare lo gnorri, per le ragioni che conosciamo. Simulando di essere completamente all'oscuro sia della presenza del medico in quella zona sia del suo domicilio, egli continuava a recitare la parte che si addiceva al suo ruolo del momento! Comunque, non bisogna biasimare quel suo atteggiamento che, come sappiamo, non era di un autentico imbroglione. Al contrario, era di una persona onesta che con grande generosità si stava mettendo a disposizione di gente che era perseguitata dalla sorte.

Intanto che si conduceva a chiamare l’esperto di medicina, l'erede al trono si era messo a riflettere sulle disgrazie che stavano investendo la sua ragazza, a causa di un nobile porco. Possibile che si potesse essere così obbrobrioso, solo per il gusto di maltrattare la povera gente o di appagare le proprie mire voluttuose? Non bastava già possedere tante ricchezze e non avere di che lamentarsi? Come pareva, proprio di no! Eppure, con tutto il denaro che sciupava per assoldare tanti uomini di ventura, egli avrebbe potuto avere quante donne avesse voluto, senza meno anche molto appetibili. Infatti, ce n'erano a iosa in città di facili costumi, che sarebbero state disposte a vendere il proprio corpo per pochi soldi! Allora perché mai insisteva ad accanirsi contro una ragazza seria di umili condizioni, cercando di possederla a qualsiasi costo e anche contro la sua volontà? Secondo lui, quello era l’atteggiamento di un miserabile uomo che credeva di fare i propri porci comodi, a dispetto di ogni legge e di ogni morale! Per questo non poteva essere lasciato impunito per le sue colpe; al contrario bisognava costringerlo a fare un passo falso, permettendo così al braccio della legge di scoprirlo, di acciuffarlo e di punirlo con molta severità. In questo modo, il perfido nobile sarebbe stato messo in condizione di non poter più far soffrire alcuna poveraccia; come pure gli sarebbe stata preclusa ogni possibilità di adocchiare prima e di violentare dopo altre fanciulle serie. Le quali, da parte loro, giustamente non intendevano cedere alle sue minacce, mostrandosi consenzienti ai suoi abusi di natura sessuale. Alla fine, Godian, memore di quel proverbio che diceva "Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino", era apparso molto fiducioso. Era convinto che, prima o poi, un fatto del genere sarebbe accaduto immancabilmente anche a colui che non demordeva, ma persisteva nel proprio tentativo di rapire la sua Flesia.