CAPITOLO XIII

IPIONE RIFERISCE SU FLESIA, DOPO ESSERE STATA CREDUTA MORTA

Ricordo come se fosse ieri quel giorno maledetto, il quale era sorto soltanto per colpire brutalmente l'animo del principe Godian. In un attimo, il suicidio di Flesia lo aveva fatto piombare nella disperazione più cupa e deprimente, nella tribolazione più feroce e distruttiva. Alla fine il tormento si fece così atroce in lui, che lo rese totalmente insofferente di quel greve clima di morte. Il quale si era instaurato intollerabile intorno a lui e lo faceva quasi impazzire. Perciò, dopo aver demandato a me i due incarichi della circostanza, ossia quello del funerale della sua indimenticabile ragazza e quello della tumulazione della salma di lei, il tormentato e afflitto principe non volle trattenersi un attimo di più nel mio palazzo. Così, con il suo pesante fardello di dolore, se ne uscì dalla stanza senza neppure salutarmi e abbandonò la mia casa. Da parte mia, comprendendo il suo stato, mi prestai ad accompagnarlo fin fuori il portone del mio palazzo, cercando invano di essergli di qualche tipo di conforto. Oramai l’angoscia si era impossessata di lui e non lo faceva ragionare neppure un poco. Egli avvertiva esclusivamente il bisogno d’isolarsi dal mondo intero, siccome intendeva vivere il parossismo del suo struggente dolore nella totale solitudine.

Poco dopo, una volta fatto ritorno nella camera di Flesia, prima di mettere al corrente i suoi e i miei familiari del suo tragico gesto e della sua immatura morte, decisi di estrarle il pugnale dal petto, che si presentava striato da grumi di sangue. Ma, non appena le ebbi estratto l'arma dal costato, all’istante riprese il sanguinamento dal taglio profondo che la ragazza si era procurato. Eppure era risaputo che le ferite delle persone morte non potevano dar luogo a manifestazioni emorragiche, per cui me ne stupii enormemente. Non bastando quell’insolito fenomeno, un attimo dopo mi parve che un gemito le fosse uscito flebilmente dalle labbra socchiuse. Lì per lì, non credetti alle mie orecchie; ma esso ugualmente mi spinse subito a tastarle di nuovo il polso. Io volevo essere certo di non essermi sbagliato nella precedente diagnosi eseguita sul corpo della ragazza. Allora, con mia inimmaginabile sorpresa, notai che in esso, seppure con una frequenza molto debole, si avvertiva ancora il battito cardiaco. Invece prima, per un fenomeno davvero inspiegabile, questo si era dimostrato del tutto impercettibile! Per cui ne dedussi che la lama del pugnale, essendosi conficcata trasversalmente nel suo corpo, anziché ledere qualche organo vitale, le aveva soltanto schiacciato l'aorta, riducendole al minimo il flusso ematico verso gli altri vasi sanguigni. Quindi, era stato unicamente in seguito all'estrazione dell'arma dalla ferita, che la circolazione sanguigna aveva ripreso il suo corso normale, iniziando a ossigenare a pieno ritmo i suoi vari organi, sia quelli vitali sia gli altri che si presentavano secondari!

Così, acclarato che Flesia era ancora viva, mi adoperai immediatamente per arrestare l’emorragia che in lei era in atto. Perciò mi precipitai a rifornirmi dello strumentario chirurgico adatto. Nello stesso tempo, invitai mia figlia Selinda a seguirmi e a darmi una mano nel delicato intervento. Esso consistette nello sterilizzare in primo luogo la profonda ferita e poi nel sottoporre la stessa a una sutura complicata. Per fortuna, le condizioni fisiche della ragazza si presentavano alquanto deboli. Infatti, la sua fiacchezza, mentre le suturavo la ferita, le fece avvertire il dolore il meno possibile. Solo al termine del mio riuscito intervento chirurgico, Flesia incominciò a lamentarsi e a manifestare una sofferenza maggiore. Comunque, in seguito in lei si ebbe un alternarsi di scarse domande e di parecchi deboli lamenti.

«Che cosa mi è successo e dove sono, medico Ipione? Perché sto soffrendo così tanto?» ella si diede a chiedermi frastornata, mentr’era nel suo stato di semincoscienza, però senza mai smettere di lamentarsi a causa del dolore in atto.

«Sei a casa mia, Flesia. Ma ora cerca di riposare, siccome hai un gran bisogno riposo!» io mi misi a risponderle «Non ricordi più che hai tentato di toglierti la vita? Sul principio, Godian e io ti abbiamo data per spacciata. Per questo si può affermare che è stato un vero miracolo, se ti ritrovi ancora viva! Adesso, però, necessiti assolutamente di riposo!»

«Dov'è allora il mio Godian, buon Ipione? Perché non è qui a elargirmi il suo conforto? Egli mi ha forse abbandonata, lasciandomi sola con la mia sofferenza? Scommetto che l’avrò fatto arrabbiare sul serio con il mio gesto sconsiderato, se non si trova più qui con me! Che sciocca sono stata!»

«La tua morte apparente, Flesia, lo ha distrutto psicologicamente. Perciò non se l'è sentita di esserti vicino, mentre giacevi sul letto immobile e senza vita! Ma, prima di allontanarsi da qui, mi ha incaricato di disporre per te il miglior funerale e di farti erigere il più bel sepolcro. Avresti dovuto vederlo in quale stato lo sventurato tuo amato era ridotto, mentre si allontanava da tuo capezzale e dalla mia casa! Pareva che il mondo gli fosse crollato addosso interamente!»

«Povero il mio Godian! Chissà quanto lo avrò fatto soffrire e quanto gli sto ancora martoriando l'animo! Ma, prima di lui, veniva il popolo di Actina! Me lo aveva fatto presente anche la regina Cluna. Volevo rinunciare a lui, esclusivamente per il bene della nostra città e per la salute di suo padre! Sennò il poveretto sarebbe morto di crepacuore!»

«Ma ora tu sei viva, Flesia. Perciò bisogna avvertire al più presto il principe Godian della tua avvenuta resurrezione! Così lo faremo ritornare a essere felice e beato come una volta! Lo sventurato principe deve sapere al più presto che non sei affatto morta e che lo stai aspettando con ansia!»

«No, nobile Ipione! È meglio che egli non sappia che io sono ancora viva. Soltanto credendomi morta, il mio Godian accetterà di essere incoronato re di Actina e di sposare una donna principessa, al posto mio. In questo modo, i suoi genitori ne saranno felicissimi, mentre il suo popolo ne trarrà dei grandissimi benefici. Non fa niente, se poi io dovrò soffrirne in modo terribile e se il mio amore per lui sarà costretto a convivere con la mia angoscia, proprio come fratello e sorella! Che almeno il nostro amplesso di questa mattina desse il suo frutto! Così, beandomi della nostra creatura, mi distrarrei, vedrei dissiparsi in me l'afflizione dell'animo. Accarezzandola, sarebbe per me come sfiorare pure il corpo del mio Godian; baciandola, rivivrei i suoi baci passionali; tenendola stretta tra le mie braccia, sarebbe per me come stringermi al petto il suo adorabile genitore! È questo che desidero!»

Esaurito il suo intimo sfogo, Flesia, colta da improvviso pallore e da un brusco abbassamento della pressione arteriosa, cadde in deliquio. Quando si riebbe dallo svenimento, ella accusava una coscienza difettosa, totalmente in preda al delirio. Predominava in lei uno stato confusionale, che le veniva causato da accessi di forti rialzi termici. Senz'altro l'aumento della sua temperatura corporea era sintomatico proprio di una sepsi della ferita. Essa tramite l'apparato circolatorio, era riuscita a veicolare i germi patogeni nell’intero corpo di lei, dando luogo a una setticemia generalizzata. La crisi della sua infezione ebbe una durata di quattro giorni e quattro notti. Durante il quale periodo, io, le mie figlie e i genitori della ragazza ci adoperammo senza tregua, al fine di tenere sotto controllo l'elevazione termica. Noi ricorrevamo soprattutto a contromisure naturali, come le immersioni in acqua fredda, oltre alla somministrazione di sostanze antipiretiche, risultando anch’esse molto proficue. Alla fine la deperita Flesia vinse la sua battaglia contro lo stato infettivo, che si era instaurato in lei; ma il suo organismo ne uscì defedato e, quindi, molto compromesso. Allora, allo scopo di farla rimettere dalla sua grave debilitazione, Selinda e Zeira si diedero a prepararle ogni giorno dei pasti succulenti e abbastanza nutrienti, con la chiara intenzione di farli risultare appetitosi. Così, facendola rifocillare a sufficienza, nel giro di una ventina di giorni, le mie due figlie le permisero di recuperare la totalità delle energie che aveva perdute.

Di quanto era accaduto e stava succedendo a Flesia, io volli informare anche i regnanti di Actina. Essi condivisero appieno e apprezzarono molto la saggia decisione della ragazza di farsi credere morta dal loro primogenito. Il re Nortano volle pure incaricarsi di persona di farle erigere nella necropoli un sontuoso sepolcro. In quel modo, il figlio non avrebbe avuto modo d'insospettirsi neanche lontanamente e avrebbe continuato, quindi, a credere morta la sua adorata ragazza. Quanto al resto, ci avrebbe pensato il tempo.

Dall'inizio del terzo mese in poi, essendosi accertata nella ragazza l'interruzione del flusso mestruale per ben due cicli, se ne arguì che ella era rimasta incinta. Così, sette mesi più tardi, Flesia partorì una bellissima bambina, la quale, col passare dei mesi, andò somigliando sempre più incredibilmente al padre Godian. La madre aveva voluto che la neonata si chiamasse Godesia, un nome coniato appositamente per lei. La cui originalità stava nel fatto che esso rappresentava entrambi i nomi, quello paterno e quello materno. Allora il re Nortano e la regina Cluna mi chiesero di portargliela a corte, mostrandosi ansiosi prima di conoscerla e poi di tenerla un po’ vicina. Ma poi essi pretesero che io la conducessi da loro ogni tanto. A corte, dopo averla tenuta tra le braccia e averla trastullata per qualche oretta, essi me la restituivano, restandone ogni volta immensamente contenti di avere avuto con loro la graziosa nipotina. Bisognava vedere i due coniugi reali come si commuovevano, nel vedersela vicina e nel prodigarle le loro carezze da veri nonni!

Poi giunsero le nozze del principe Godian. Allora Flesia volle a qualunque costo assistere al corteo nuziale, portando con sé anche la figlioletta di tre anni. Quando rincasò, ella aveva gli occhi raggianti di gioia e l'animo appagato. Quel suo atteggiamento le proveniva da un duplice motivo: primo, perché era riuscita a vedere il suo Peg; secondo, perché il suo sguardo si era soffermato a guardarla per alcuni istanti, mentre gli mostrava il frutto del loro grande amore. Così la soddisfatta madre rimase felice per il resto della giornata.

Alla fine arrivò anche il giorno in cui il re Godian fu ucciso. Il suo assassinio si abbatté sulla ragazza simile a un fortunale, il quale piomba improvviso e sconvolgente su una tenera pianticella. Allora la poveretta si ritrovò a gestire una situazione difficilissima, molto critica per lei, sotto il cui peso ben presto ella sarebbe crollata. Demoralizzata e spossata com'era, non resse al dolore atroce, essendo esso venuto a soggiogarla e a martoriarla oltre i limiti della sopportazione. Perciò, a quel punto, ella imboccò il tunnel di una grave crisi nervosa, la quale in poco tempo, oltre a smorzarle il vigore dell'animo e la vitalità dello spirito, le insidiò mortalmente pure l'integrità fisica e quella psichica che le erano rimaste. Dunque, divenuta preda di una grave forma di anoressia mentale, Flesia cominciò a rifiutare ogni sorta di cibo, fino ad arrivare a provare per esso una vera idiosincrasia. A quel punto, il suo destino poteva ritenersi segnato. Giorno dopo giorno, incominciò a instaurarsi nella giovane madre uno stato cachettico irreversibile, il quale l'avrebbe condotta in brevissimo tempo alla tomba. Prima però di spirare serenamente in pace, la lucida ragazza mi si rivolse, dicendo:

«Godian e io, nobile Ipione, ti affidiamo la nostra piccola Godesia, poiché tu sei stato l'unica persona generosa verso la mia sfortunata famiglia. Inoltre, ti raccomandiamo caldamente di farle da buon padre e di non farle mancare mai niente, proprio come hai fatto finora, mentre ero in vita nella tua casa! Perciò te ne saremo per sempre riconoscenti!»

Subito dopo la moribonda Flesia chiamò anche le mie due figlie presso il suo capezzale. Così, tenendole strettamente per mano entrambe, intanto che si angosciava e singhiozzava, iniziò a esprimersi a loro due con queste toccanti frasi:

«Anche a voi, mie ottime amiche Selinda e Zeira, Godian e io rivolgiamo una supplica. Vi chiediamo di farle da vere madri e di volerle lo stesso bene, che le avete voluto fino a oggi. Ella ne avrà tantissimo bisogno, specialmente dopo che la mia dipartita l'avrà resa orfana di tutti e due i genitori. Vi raccomando caldamente: vegliate sempre su di lei!»

Le ultime sue parole, invece, furono per il suo indimenticabile Godian. Rivoltosi a lui, Flesia si diede a parlargli così:

"Caro Peg, mio eterno amore, finalmente sto per raggiungerti. Quando ciò avverrà, non ci lasceremo mai più e vivremo insieme per sempre! Il gelo della morte, oramai, già comincia a penetrarmi in tutto il corpo e presto mi annebbierà anche la vista, privandomi della sensibilità. Avverto che la mente mi si va ottundendo e si affretta a darsi alla sua fugace corsa verso l'ignoto. Ma io sono sicura che, quando sarò morta e avrò riaperto gli occhi, i nostri spiriti si ricongiungeranno e riprenderanno a vivere la loro passione amorosa, poiché essa, essendo inestinguibile, continuerà a farci beare in eterno!"

Pronunciate quelle sue parole d’amore rivolte al suo amato Godian, la ragazza spirò; ma questa volta morì davvero e per sempre. Allora la sua definitiva morte fece uscire fiumi di lacrime dagli occhi delle mie figlie disperate, le quali non si erano mai sentite più afflitte di quel tragico momento.

La salma di Flesia trovò riposo in quel sepolcro vuoto, il quale, per volere dei regnanti di Actina, già era stato eretto nella necropoli della città qualche lustro prima. Esso si trovava esattamente di fianco a quello del suo adorato Godian, che l'aveva preceduta nel loro infausto e crudele destino.


Nei giorni che seguirono il funerale di Flesia, il clima politico in Actina andò divenendo sempre più irrespirabile. Allora, facendosi più probabile una ripicca da parte del principe Verricio verso di me, per essere stato molto amico del fratello Godian, decisi di lasciare la città con la mia famiglia e con la piccola Godesia. Prima di partire, raccomandai ai genitori di Flesia di dare ogni tanto un'occhiata alla mia casa, ma senza dare nell'occhio e cercando di essere molto prudenti. Così ci trasferimmo a Cirza, dove potevo contare, per qualche aiuto, su amicizie di vecchia data. S'intende, non lo intendevo di tipo finanziario, dal momento che già disponevo di considerevoli averi. Ma in seguito, una volta che ci fummo sistemati nella nuova città, senza essere mai venuta meno in noi una grande nostalgia per la nostra Actina, man mano ci andammo acclimatando alla nuova realtà locale e sociale, senza trovarci per niente a disagio nella nuova città.

In Cirza, grazie alla mia rinomanza di chirurgo provetto, la mia famiglia ebbe modo di frequentare il fior fiore dell'aristocrazia locale, proprio come già era avvenuto nella mia città natale. Comunque, ogni anno non mi lasciavo sfuggire l'occasione di venire ad Actina, dopo essermi camuffato alla meglio ed essermi reso irriconoscibile. Ma, qui in città, le mie visite erano riservate ai soli nonni materni di Godesia e alla mia abitazione. Essa, stando ogni volta alle impressioni di Alisto, il quale era il padre di Flesia, non era stata mai fatta oggetto di alcun controllo da parte dei soldati del principe Verricio. Almeno così era sembrato. Comunque, era sempre possibile che la mia dimora venisse fatta sorvegliare dal despota nella massima segretezza, con la speranza di sorprendermi in essa e di potermi mettere le mani addosso. Nel qual caso, ero convintissimo che la sua vendetta nei miei confronti sarebbe stata immediata e inesorabile! Tre anni fa, però, con mio grande dispiacere, non trovai più i familiari di Flesia ad attendermi nella loro casa; né riuscii ad avere notizie di loro. Non sapendo spiegarmelo, decisi di ritornarmene a Cirza, prima che i gendarmi del principe Verricio venissero a conoscenza della mia presenza in città.

Quanto alla piccola Godesia, ella cresceva sana, bella, intelligente e spigliata al massimo. Io ero diventato il suo impareggiabile nonno e le mie figlie rappresentavano le sue zie adorabili. La mia primogenita Selinda dedicava la maggior parte del suo tempo a darle da mangiare, a lavarla, a vestirla e a prepararle dei dolci a base di mandorle e marmellata. La mia secondogenita Zeira, invece, spendeva il suo tempo unicamente nel coprirla di tenerezze, nel farla divertire, nel raccontarle le più belle favole. Inoltre, le insegnava a leggere, a scrivere e a fare i conti. Da parte sua, la bambina, come ringraziamento, si profondeva per loro in baci e carezze. A dir la verità, ella non risparmiava le sue moine neppure nei miei confronti. Godesia era consapevole che anch'io, oltre a procurarle ogni tanto qualche divertente giocattolo, spesso mi dedicavo a lei, riempiendola di coccole e portandola a cavalluccio, proprio come se fossi un bambino come lei.

Intanto gli anni trascorrevano molto veloci. Se, da un lato, essi aprivano le porte della beata giovinezza alla nostra Godesia; dall'altro, carpivano alle mie figlie la freschezza della gioventù, facendole avvizzire sempre di più. Invece a me spianavano la strada verso la canizie e la vecchiaia, mettendomi di fronte a un’amara realtà. La quale era dovuta all’approssimarsi del viale del tramonto, lungo il quale di sicuro mi sarei immerso negli innumerevoli tristi ricordi del passato.


Due mesi fa, gli anni del mio volontario esilio si avviavano a diventare quasi trenta, senza più nessuna speranza di riportare la mia famiglia in patria, allorquando il mio amico Erpesio arrivò con delle magnifiche notizie dalla nostra Città Santa. Egli ci comunicò che il principe Verricio era stato ucciso dal nipote, il quale, a distanza di tanti anni, era ritornato ad Actina e aveva vendicato il padre Godian. Inoltre, il principe vendicatore stava per succedere alla madre abdicataria. Le due notizie ci risollevarono tantissimo e decidemmo di fare immediatamente ritorno alla città, che ci aveva visti nascere e conservava i nostri ricordi più belli e più cari.

Così, dopo esserci equipaggiati per il nostro lungo viaggio, ci siamo messi in cammino alla volta di Actina, senza incontrare difficoltà lungo il percorso. Ciò, almeno fino a quando non ci sono apparse in lontananza le imponenti torri merlate della nostra Città Santa, la qual cosa è avvenuta tre giorni fa. Solamente allora, infatti, mentre ci affrettavamo a superare le ultime miglia che ci separavano da essa, noi siamo stati assaliti da una ciurmaglia composta da sei spregevoli individui. Le loro reali intenzioni né sono riuscito a capirle in quel momento né riesco a immaginarle ancora oggi. Per questo non posso dire se essi venissero spronati ad attaccarci più dall'intenzione di derubarci che da quella di approfittare delle donne. Ma, per fortuna, è intervenuto in nostro soccorso il vostro coraggioso Astoride. Egli ci ha permesso di liberarcene senza subire né oltraggio né perdite di tipo materiale. Per il suo prezioso intervento, io, le mie figlie e Godesia gliene saremo per sempre tantissimo grati! Dopo il loro incontro, inoltre, è venuto a sbocciare un grande amore fra Astoride e Godesia. I quali, senza indugio, hanno deciso di fidanzarsi con il mio beneplacito. A tale riguardo, sperando che anche voi accogliate con favore l'unione dei due giovani innamorati, mi auguro che essa molto presto si concluda con un felice e fortunato matrimonio!

A questo punto, termina il mio racconto, sicuro di non aver tralasciato nulla che potesse veramente interessarvi.