CAPITOLO XI

ASTORIDE INCONTRA GODESIA E SE NE INNAMORA

Tre giorni dopo che Iveonte era partito alla volta di Casunna insieme con Tionteo, al suo amico Astoride venne la voglia di allontanarsi non solo dalla reggia, ma anche dalla città. Egli vi veniva spinto dal desiderio di andare a prendere una bella boccata di ossigeno in mezzo alla verdeggiante e fiorita campagna. Era da tempo che il Terdibano non aveva provato più un simile godimento, cioè da quando era solito farlo insieme con gli unici suoi due amici e le rispettive ragazze. Da vari giorni, infatti, uno dietro l'altro, un sacco di avvenimenti si erano succeduti in modo convulso nella città di Actina e non avevano dato a nessuno di loro tre un attimo di tregua per distrarsi un poco. Prima di lasciare la reggia, però, egli si preoccupò di passare dal suo amico re e di metterlo al corrente di quanto intendeva fare, dopo aver lasciato la reggia. Così, una volta in sua presenza, gli comunicò che stava per uscire fuori città e raggiungere la campagna circostante, dove si sarebbe trattenuto circa una mezza giornata, per cui sarebbe rientrato intorno a mezzogiorno, quando cioè era l’ora del pranzo. Allora Francide, volendo scherzare su quella sua uscita solitaria, gli disse:

«Finalmente, amico mio, hai deciso di andare in cerca di una donna da prendere in moglie! Credevo proprio che non ci avresti mai più pensato! Ti giuro che, se avessi avuto una sorella, senz'altro ti avrei proposto di sposarla! In questo modo, noi due saremmo diventati anche cognati, oltre che grandi amici! Ti sarebbe piaciuta l’idea?»

Astoride, stando alle parole scherzose del sovrano, essendo conscio che a lui non mancava mai la vena di scherzare, non perse tempo a rispondergli, affermandogli:

«Dal momento che non hai nessuna sorella da darmi in sposa, Francide, non mi resta che andare a cercarmi altrove la donna da far diventare mia moglie. Non ti pare, amico mio? Importante è arrivarci al matrimonio, anche se con po' di ritardo! Naturalmente, avrei gradito la tua idea di farmi ammogliare con una tua germana!»

«Non ti do torto, Astoride! Ma, nel cercarti la ragazza, voglio darti un consiglio: cerca di trovartela orfana di entrambi i genitori! Così la faremo adottare da mia madre. In questo modo, potrò dire lo stesso di avere una sorella; mentre tu potrai vantarti di aver sposato una principessa! Allora mi prometti che farai come ti ho detto?»

«Visto che intendo darti ascolto, amico mio, chiariscimi una cosa: l’essere orfana è l'unico requisito che mi suggerisci di trovare nella mia futura compagna? Oppure pensi che ella dovrà averne altri ancora? Nel caso poi che la tua risposta sia affermativa, mi chiarisci anche quali dovranno essere essi, per avere la tua approvazione?»

«Certo che dovrà avere altri requisiti la tua futura moglie, Astoride! Ma quelli li lascio decidere tutti al tuo buonsenso, dal momento che ella, in qualità di tua futura consorte, dovrà piacere principalmente a te. Adesso, amico mio, mettendo da parte il faceto, voglio farti una raccomandazione: cerca di essere a corte per domattina; sennò dovrò procrastinare la tua nomina a comandante della Guardia Reale! Intesi?»

«Non te ne preoccupare, mio caro Francide! Vedrai che sarò senz'altro di ritorno, prima della cerimonia. Ovviamente, mi vedrai a corte non per l’agognata nomina; ma perché altrimenti non saprei dove saziare la mia fame. La quale, come già sai benissimo, in me si dimostra sempre da lupo! Adesso ti lascio e arrivederci a presto!»

Pronunciate quelle sue ultime parole, Astoride abbandonò la sala del trono. Poi, montato sul suo cavallo che una guardia gli aveva fatto trovare già pronto presso il cancello della reggia, si allontanò di corsa. Così, in un attimo, lo si vide scomparire nel chiassoso trambusto del viavai della folla. Ma, una volta uscito anche di città, il Terdibano incominciò a gironzolare nei campi che si trovavano intorno ad Actina; anzi, senza accorgersene per niente, se ne allontanò di alcune miglia. Alla fine, però, sentendosi stanco di galoppare, egli decise di fermarsi a riposare presso un laghetto, dove si sdraiò supino. Qualche attimo dopo, invece, assunta la posizione seduta, il giovane iniziò a divertirsi, lanciando dei ciottoli nello specchio d'acqua che gli si estendeva davanti esteso, piatto e immoto, simile a un grande specchio. Esso rifletteva i numerosi alberi circostanti, i quali lambivano la sua sponda e vi si specchiavano.

A un certo momento, Astoride stava per lanciare l’ennesimo sassolino nell’acqua, allorché le sue orecchie captarono uno strepitio. Esso, come sembrava, proveniva da meno di un miglio da quel luogo. Si trattava di voci confuse, miste a grida e a lamenti, le quali, in un certo senso, facevano pensare a un assalto a dei viaggiatori, da parte di ribaldi predoni. Quel fatto sollecitò il giovane a risalire in groppa al suo cavallo, essendo intenzionato a rendersi conto di persona di quanto stava succedendo a poca distanza da lui. Nello stesso tempo, si ripromise di recare il suo aiuto a qualche vittima della prepotenza, se proprio ce ne fosse stato bisogno. Così, dopo aver aggirato il laghetto ed essere pervenuto sul dosso del colle che gli stava di fronte, all'istante Astoride comprese ciò che stava succedendo nella sottostante radura. In tale zona, una mezza dozzina di predoni tentava di bloccare un carro che veniva trainato da due cavalli. Esso era occupato da tre donne e da un uomo anziano, il quale ne era il conducente. Il rappresentante maschile, da un lato, sferzava le due bestie del veicolo, volendo incitarle a essere ancora più veloci in quella circostanza sfavorevole. Dall'altro, invece, scagliava rabbiose frustate a destra e a manca contro i predoni che tentavano di assalirli. Essi, cavalcando su entrambi i fianchi dei quadrupedi domestici, cercavano di avvicinarsi un po' troppo a loro, avendo la chiara intenzione d'imbrigliarli e di arrestare la loro corsa pazzesca; però ci provavano sempre con esito negativo.

Quell'odioso spettacolo irritò a non dirsi il giovane terdibano, il quale, senza indugiare, decise d'intervenire in soccorso dei quattro malcapitati. Quando poi fu giunto in prossimità del carro, egli riuscì facilmente a trafiggere e a disarcionare i due predoni che in quel momento si trovavano in coda. Allora gli altri quattro loro amici non tardarono ad accorgersi di lui e a ritenerlo pure un tipo pericoloso, avendo egli liquidato in breve tempo due di loro. Per questo essi stabilirono di contrattaccarlo insieme con grande determinazione. Nello scontro che ne seguì, Astoride non trovò alcuna difficoltà a infilzare per primo il predone che occupava la posizione più avanzata. Inoltre, gli fu altrettanto facile sbalzare da cavallo uno degli altri tre predoni che erano sopraggiunti immediatamente dopo. A quel punto, il giovane si ritrovò ad affrontare solo i due predoni che erano rimasti in sella ai loro cavalli, dal momento che quello disarcionato da lui poco prima non poté più dare manforte ai suoi due compagni.

Nel frattempo, l'attempato conducente del carro aveva arrestato le bestie ed era saltato giù dal veicolo. Naturalmente, non per fare lo spettatore, bensì per recare aiuto a chi li stava soccorrendo. Infatti, dopo essersi armato di spada, aveva attaccato il predone che era venuto a trovarsi appiedato. Ma non gli fu difficile ferirlo mortalmente, nel medesimo istante che il loro soccorritore venne a liberarsi anche degli altri due avversari. Costui al primo dei due aveva procurato una profonda ferita all’addome, squarciandoglielo. Al secondo, invece, aveva inferto un poderoso colpo alla gola, sgozzandolo e ammazzandolo, esattamente come si fa con le bestie da macellare in un mattatoio. Per ovvie ragioni, il cruento spettacolo suscitò viva impressione nelle tre donne, siccome esse non erano abituate a trovarsi di fronte a fatti d’armi così raccapriccianti. Per la quale ragione, le poverette, essendo costrette ad assistere a quei cadaveri insanguinati, non soltanto avvertirono un senso di ribrezzo, ma anche si sentirono quasi venir meno. Inoltre, mancò poco che esse non si mettessero a vomitare e non cadessero per terra svenute. Anzi, fu la loro posizione seduta a preservarle da tali incresciosi disturbi, i quali ci sarebbero stati senza dubbio, se le medesime si fossero trovate in piedi. A ogni modo, un fatto del genere fu scongiurato.

Dopo che quel manipolo di perversi malviventi fu messo fuori combattimento, l'uomo, dall'apparente età di una settantina d'anni, si affrettò a essere riconoscente al loro salvatore. Perciò, una volta che si fu avvicinato a lui, egli incominciò a dirgli:

«Grazie, prode giovane, per esserti voluto schierare di tua spontanea volontà dalla nostra parte, che poi era quella giusta. Il tuo tempestivo intervento ci ha salvati da quei malfattori che hanno avuto tutti il fatto loro! Ma, prima di continuare la nostra interessante conversazione, allontaniamoci da questo luogo almeno di qualche centinaio di metri, se non vogliamo che queste donne svengano a momenti sotto i nostri occhi! I loro volti sbiancati e molto impressionati mi fanno intendere che esse stanno mal tollerando la vista dei sei cadaveri sparsi per terra con i corpi insanguinati.»

Quando si furono spostati abbastanza dal luogo del loro sanguinoso scontro con gli ultimi tre delinquenti, effettuandovi la carneficina che abbiamo vista, l’uomo arrestò il carro e scese a terra da solo. Dopo essersi avvicinato al giovane soccorritore, il quale lo aveva imitato in quella sua rapida azione, porgendogli la mano, gli disse:

«Mi presento, giovanotto: il mio nome è Ipione ed esercito la professione del medico. Io e le mie figlie, le quali si chiamano Selinda e Zeira, siamo diretti alla nostra città natale, che è Actina. Essa oramai è a un tiro di arco da questo luogo, se per caso tu non dovessi saperlo! Perciò la raggiungeremo abbastanza presto! Di te invece che cosa puoi dirmi, nostro generoso soccorritore? Mi farebbe piacere apprenderlo!»

«Il mio nome è Astoride» passò a presentarsi pure il suo interlocutore «e mi trovo nella vostra città da appena due mesi. Quindi, caro medico Ipione, non c'è dubbio che tu la conosca molto meglio di me, non essendo io nativo della Città Santa! A ogni modo, ci sto vivendo molto bene, da quando i miei amici e io ci siamo pervenuti!»

Ma poi, avendo dato una sbirciata al carro, Astoride riuscì a intravedere sopra di esso due donne, le quali potevano avere una cinquantina d'anni, e una fanciulla. Quest'ultima presentava dei lineamenti così fini e belli, da attrarre all'istante la sua attenzione. Avvinto allora dalla sua visione angelica, egli domandò all'anziano uomo:

«Chi è la ragazza che viaggia insieme con voi? Se non erro, a lei tu non hai fatto alcun accenno poco fa, visto che le altre due donne meno giovani sono le tue figlie, come suppongo. È stata forse una tua distrazione, medico Ipione, per non avermela presentata? Oppure devo pensare a qualcos'altro che non intendo rinfacciarti?»

«Non ti sbagli, giovanotto. Si è trattato di una mia sbadataggine! Ella si chiama Godesia. Anche se non è una nostra parente, la si può considerare parte integrante della nostra famiglia! La ragazza è vissuta sempre insieme con noi, fin da quando era bambina, per aver perso entrambi i genitori in tenera età. Dalla loro morte, se le mie figlie le hanno fatto affettuosamente da madri, io sono stato per lei un vero padre.»

Qualche istante dopo, rivolgendosi alle donne che si mostravano ancora indicibilmente impaurite, l'uomo, dandosi a gridare forte, le esortò a scendere subito dal loro carro e ad avvicinarsi a sé e allo sconosciuto. Le sue parole furono le seguenti:

«Su, benedette donne, venite giù dal carro e avvicinatevi a noi due. Così mi permetterete di presentarvi a questo giovane molto simpatico! Come avete visto pure voi, con il suo provvido intervento egli ci ha evitato di cadere nelle grinfie dei nostri improbi assalitori! Ma, mentre scendete dal veicolo, state attente a non ruzzolare per terra, con il rischio di prendervi una brutta storta! Allora mi avete sentito bene?»

Una volta abbandonato il carro, le tre donne si fecero avanti un po' impacciate, ritenendosi in quella circostanza del tutto impresentabili. Esse imputavano la loro impresentabilità del momento sia all'abbigliamento da viaggio da loro indossato; sia all'incuria, nella quale era dovuto rimanere il loro corpo durante il lungo tragitto. Ugualmente, però, traspariva dai volti delle figlie d’Ipione quella che era stata la bellezza di un tempo, quella che, in un certo qual modo, continuava ancora a dimostrarsi abbastanza seducente. Nessun problema invece si poneva per la giovane loro accompagnatrice, a causa della sua giovane età. Ella, anche in quel suo sobrio agghindamento, si presentava parecchio affascinante, grazie anche ai suoi due begli occhi e ai suoi capelli serici che tendevano al rosso. A quel punto, il medico Ipione, ovviamente una alla volta, si mise a presentarle tutte e tre al loro aitante salvatore. Quando infine arrivò il turno della ragazza, la quale poteva avere all'incirca gli stessi suoi anni, al massimo uno più o uno meno, Astoride si affrettò a esclamarle:

«Noto che madre natura non ha lesinato affatto con te, Godesia, quando i tuoi genitori ti hanno messa al mondo. Essa ha concesso al tuo corpo tutto quello che di bello possa essere desiderato da un uomo in una donna! Complimenti, ragazza!»

Essendosi poi accorto della sua erubescenza, apparsa all'improvviso, le aggiunse:

«Sappi, fulgida fanciulla, che il mio complimento è voluto solo essere un elogio alla tua bellezza e nient'altro! Nessuno qui ti vuole mangiare viva: sappilo! Se invece fossi caduta nelle mani di quelli che sono stati ammazzati dal sottoscritto, allora avresti dovuto preoccuparti sul serio di loro! Non sai che essi avevano ben altre intenzioni sia nei tuoi confronti che verso le mature figlie del medico? Te lo posso garantire!»

«Lo so, valoroso giovane.» gli rispose timidamente la ragazza «Il mio rossore, però, non vuole significare ritrosia nei tuoi riguardi; bensì soltanto impaccio a colloquiare con te. Devi sapere che è la prima volta che mi trovo a parlare a tu per tu con un uomo che non è il buon Ipione, considerando costui come un vero padre. Fino a oggi, i miei rapporti si sono sempre limitati al generoso medico, che mi ha fatto da padre, alle impagabili sue figlie, che si sono prese cura di me come due amorevoli madri, e alla mia carissima amica Agelia, la quale ora si trova nella città di Cirza.»

«Se le cose stanno così, Godesia, mi vedo costretto a scusarmi con te, per averti ingiustamente rimproverata. In pari tempo, non posso che rallegrarmene. Io vorrei che noi due, sempre che il medico Ipione non abbia nulla in contrario, diventassimo degli ottimi amici. Perciò puoi anche chiamarmi Astoride, siccome questo è il mio nome. Adesso che ci rifletto, lo sai che il tuo volto mi ricorda tanto quello di un mio grande amico? Se non fossi certo che egli è figlio unico, ti riterrei senz'altro sua sorella! La tua somiglianza con lui è impressionante e non so come spiegarmelo! Vedo che la natura, quando le resta un po' di tempo, a volte si diverte anche a creare queste incredibili somiglianze tra le migliaia di persone che ci sono nel mondo!»

Avendo notato che il discorso fra i due giovani coetanei si stava approfondendo più di quanto egli desiderava, il medico Ipione ci restò quasi male. Allora, prima che fra di loro nascesse del tenero, un risultato che non gli sarebbe piaciuto per una sua buona ragione, cercò di porvi fine diplomaticamente, cioè tirando in ballo un argomento di tutt’altra natura. All'improvviso così, saltando di palo in frasca, l'astuto uomo di medicina intervenne nella discussione, dandosi a domandare al giovane:

«Mi dici, Astoride, di che cosa ti occupi nella vita e qual è stata il motivo per cui, a un certo momento, ti ha spinto a trasferirti ad Actina? Comunque, nel caso che tu avessi bisogno di un lavoro stabile, non avrei alcuna difficoltà ad assumerti al mio servizio nella mia città natale, presso la mia casa. Sta a te accettare oppure no!»

«Attualmente non mi occupo di niente nella tua città, nobile Ipione, cioè non esercito alcuna professione, se è questo che vuoi sapere da me. Quanto alla mia presenza nella Città Santa, alcuni mesi fa ci sono venuto insieme con i miei due migliori amici, poiché dovevamo portare a termine una delicata missione di vitale importanza.»

«Il tempo verbale, che tu hai adoperato, Astoride, mi lascia presumere che tu e i tuoi amici alla fine siate riusciti nel vostro intento e che adesso siate liberi tutti e tre. Oppure mi sbaglio, baldo giovane? Ma resto della convinzione che è come ho immaginato poco fa! Allora vuoi parlarcene più dettagliatamente, se non ti dispiace?»

«Non ti sei affatto sbagliato, medico Ipione! La nostra missione è stata già svolta a gonfie vele. Si può affermare meglio di come i miei amici e io ci eravamo proposti! Perciò attualmente ci sentiamo tutti e tre più tranquilli e sereni, senza avere più alcun problema da risolvere nella vostra città! Ti basta quanto ti ho riferito, medico Ipione?»

«Mi fa molto piacere per voi, Astoride! Ma ora che avete assolto il vostro compito, penso che vi stiate cercando un nuovo lavoro nella Città Santa. Se fosse così, io sarei disposto ad assumervi presso la mia casa, dove occorrono delle solide braccia come le tue per riportarla allo stato di prima. Devi sapere che essa è molto spaziosa ed è rimasta in abbandono per quasi tre decenni. Per questo, se ci provassi da solo a sistemarla, con gli anni che mi ritrovo sulle spalle, di sicuro soccomberei sotto la montagna di fatica che richiede la sua sistemazione! Invece, con altre sei braccia come le vostre a disposizione, io risolverei il mio problema senza troppa fatica. È ovvio che pagherei la vostra manodopera profumatamente, visto che potrei permettermelo! Inoltre, voglio farti presente che io sono un nobile e in tanti anni ho accumulato parecchio denaro. Per cui potrei benissimo mostrarmi abbastanza generoso nei vostri confronti, se accettaste la mia proposta! Te lo assicuro che sarebbe così!»

A quel punto, dei piccoli e sommessi colpi di tosse della sua primogenita Selinda misero sull'avviso il nobile Ipione. Ella aveva voluto metterlo al corrente che si stava sbilanciando un po' troppo con lo sconosciuto nel suo discorso con lui, palesandogli cose riservate di cui non doveva parlare nel modo più assoluto. Specialmente, poi, se rivelate a uno che aveva appena conosciuto, quale si presentava al momento il loro generoso salvatore Astoride! Allora il giovane comprese all'istante il significato del gesto della figlia del medico. Ne condivise pienamente il richiamo trasmesso al chiacchierone suo padre con l'astuto espediente. Perciò, dopo averla approvata senza riserve, egli si preoccupò di far presente al medico di non essere stato per niente accorto e prudente. Anzi, volendo chiarirglielo meglio, lo rimproverò con tali parole:

«Tua figlia ha proprio ragione, nobile Ipione, a invitarti al riserbo. Certe cose non si rivelano a persone che si sono appena incontrate, anche se esse ci sono state utili in qualche maniera. Inaspettatamente, potremmo ritrovarci, nella migliore delle ipotesi, senza più le nostre ricchezze. Sovente, però, l'avidità di denaro guida la mano dell'uomo anche al brutale assassinio! Per vostra fortuna, voi avete davanti un fior di galantuomo che si è votato completamente al bene e alla giustizia. Allo stesso modo agiscono i miei due compagni, i quali davvero possono ritenersi gli eccellenti antesignani dell’uno e dell’altra! Ti è chiara adesso la lezione, medico imprudente?»

«È senz'altro come dici, Astoride! Sul serio non mi sono reso conto che dovevo evitare di farti certe confidenze che riguardavano il mio patrimonio, le quali avrebbero potuto soltanto nuocermi. Comunque, giovanotto, a parte questo mio errore, non mi hai ancora dato una risposta all'offerta di lavoro che ho proposto a te e ai tuoi amici!»

«Non ci è possibile accettare, nobile Ipione, per il semplice fatto che uno dei miei amici è già ripartito per Dorinda, la città da cui proveniamo. Invece l'altro mio compagno ha già trovato il suo gran da fare in città. Anzi, da domani, io stesso lavorerò alle sue dipendenze. Ecco come stanno realmente le cose, se ci tieni a saperlo!»

«Con quale mansione dovresti dipendere dal tuo amico, se posso venirne a conoscenza, Astoride? Sai che mi hai incuriosito a tal punto, da desiderare conoscerlo senza nessun indugio? Avanti, dimmelo, se vuoi farmi un grandissimo favore!»

«Diverrò il comandante della sua Guardia Reale, medico Ipione. Così ha deciso il mio amico. Non è forse un ottimo impiego, quello che egli intende assegnarmi?»

«Ti stai forse beffando di me, Astoride?! Solamente il sovrano di Actina può conferire un simile incarico a una persona! E il tuo amico non può essere mica diventato re della Città Santa in due mesi di permanenza in essa! Perciò ti chiedo di fare la persona corretta con me, che ho molti più anni di te, senza prendermi in giro! Intesi?»

«Perché dovrei prendermi gioco di te, nobile Ipione? Sappi che io rispetto le persone della tua età e mai mi sognerei di dileggiarle. A conferma della tua precisazione, tengo a farti presente che il mio amico è il nuovo sovrano di Actina e lo è diventato da poco. La nostra missione è consistita proprio nel liberare dal cognato Verricio sua madre, la nobildonna Talinda, la quale è stata la regina di Actina fino a poco fa. Il principe fratricida ha ricevuto ciò che si meritava da suo nipote, cioè dal mio amico. Dopo l'uccisione del cognato, la regina ha anche abdicato in favore del suo primogenito, il quale così è stato incoronato re di Actina da poco! Soddisfatto ora, medico?»

«Da quanto mi hai rivelato poco fa, deduco che questo tuo amico, il quale è diventato da pochi mesi il sovrano degli Actinesi, non può che chiamarsi Francide! Diversamente, egli non potrebbe essere diventato il sovrano di Actina, tutto in una volta e dal nulla. Non è forse come ti sto dicendo, mio caro Astoride? Certo che sì!»

«Infatti, medico! Ma come fai a saperlo? Vuoi spiegarmelo? Non hai detto tu che manchi da Actina da un trentennio? Invece l'arrivo di Francide in città è recente!»

Alla risposta affermativa di Astoride, l’anziano uomo esultò di gioia e non stava più nei suoi panni; inoltre, non sapeva come sfogarsi per la bella notizia ricevuta dal giovane. Immediatamente dopo, tralasciando non appositamente di soddisfare la curiosità del giovane, egli, dandosi a una pazza gioia, si mise a esclamare forte:

«Ma allora è tutto vero quanto ci è pervenuto all'orecchio, mentre eravamo nella città di Cirza! Eppure si è sempre creduto che il principe Verricio avesse fatto subire al nipote Francide la stessa sorte assegnata al fratello re Godian! Che il dio Matarum sia benedetto, per aver permesso al principe suo figlio sia il ritorno alla Città Santa sia la sua giusta vendetta contro lo zio fratricida! Non lo avrei mai immaginato!»

«Invece, nobile Ipione, egli non riuscì a uccidere l’infante, grazie all’intervento di una tigre! Contrariamente ai progetti di Verricio, il destino volle risparmiare il piccolo Francide. Egli, dopo essere cresciuto forte, colto e intelligente lontano dalla Città Santa, è ritornato e si è vendicato del padre, che era stato fatto uccidere dallo zio.»

«Poco fa, Astoride, mi hai chiesto come facevo a conoscere il nome del tuo amico. Ebbene, io l'ho aiutato a nascere. Inoltre, devi sapere che un tempo, ossia sotto il lungo regno del re Nortano e quello breve del figlio re Godian, io sono stato il medico di corte. Sia sull'uno che sull'altro re, perciò, ho avuto una grande influenza! Il padre del re Francide e io eravamo addirittura grandissimi amici! Pace all’anima sua!»

«Potresti continuare a essere il medico di corte, nobile Ipione, se solo tu lo volessi, perché sono sicuro che al mio amico non dispiacerebbe. Se un giorno verrai a corte, te lo presenterò volentieri. Francide ama scherzare spesso e sa essere anche spiritoso, che è una meraviglia! Sai cosa egli mi ha detto stamattina, quando sono andato ad avvertirlo che me ne stavo uscendo per una passeggiata fuori città? Vuoi saperlo?»

«Che cosa ti ha detto, Astoride? Su, dimmi tutto, poiché sono ansioso di saperlo! Davvero inizia a essermi simpatico questo giovane re, allo stesso modo di suo padre!»

«Mi ha detto che, se egli avesse avuto una sorella, me l'avrebbe data volentieri in moglie. Ma siccome non ne ha, mi ha consigliato di trovarmi una ragazza orfana di padre e di madre, proprio come lo è la bella Godesia! Naturalmente, nobile Ipione, ti starai chiedendo il motivo per cui egli mi ha parlato in questo modo. Ne sono certo!»

«Infatti, Astoride, è un fatto che m’intriga tantissimo! Allora dimmi perché ti ha consigliato una ragazza priva di genitori. Ma avrebbe poi un senso il consiglio che ti ha dato? Io non riesco a immaginarmi niente in merito a esso! Perciò dovrai essere tu a spiegarmelo, in modo che io capisca meglio! Quindi, comincia a parlarmene!»

«Certo che ce l’ha un senso per il mio amico, medico Ipione! Secondo lui, se ella fosse orfana, egli prima farebbe adottare la ragazza dalla madre, facendola diventare sua sorella, e dopo me la darebbe in moglie. In questo modo, diventerebbe anche mio cognato, oltre che mio grande amico! Adesso ti è tutto spiegato, come volevi!»

«A quanto vedo, il nostro re è un tipo davvero divertente e generoso, Astoride! Egli ti vuole talmente bene, che ha perfino pensato come farti sposare una principessa e imparentarsi con te! Ne sono stupefatto da non credersi, senza volere esagerare! Per te è una grande fortuna avere un re che ti vuole talmente bene, da arrivare a tanto per il tuo bene! Non vedo l'ora di conoscere l'unigenito del defunto re Godian.»

«Comunque, nobile Ipione, ella sarebbe sempre una principessa posticcia, mentre io sono un principe verace! Ti avverto, medico, che neanche questa volta sto scherzando, visto che parlo sul serio! Il mio amico Francide, che ne è già al corrente, te ne potrà dare conferma. C’è poi un altro particolare che devi conoscere riguardo a noi due: fino a un mese fa, stranamente entrambi abbiamo avuto lo stesso destino!»

«Perché dici così, Astoride? Vuoi essere così gentile da raccontarmi qualcosa della tua vita? Mi farebbe piacere apprenderlo, per una ragione che neppure immagini!»

«Allora ti riassumo la mia biografia, nobile Ipione. Mio padre era Elezomene, re di Terdiba. In seguito, quando avevo sette anni, mio zio Romundo, dopo essersi macchiato di fratricidio, si fece incoronare re della mia città. Nella stessa notte che egli fece uccidere mio padre, mio zio volle sbarazzarsi pure di me. Ma il destino dispose diversamente, come puoi constatare, risultandoti vivo e vegeto! Ovviamente, non sto qui a narrarvi la mia lunga e triste storia, a evitare di annoiarvi oltre misura. Come vedi, i nostri destini si sono somigliati moltissimo, almeno fino a quando Francide non è riuscito a vendicarsi del padre e a riprendersi il trono che era di sua spettanza.»

«Hai ragione, Astoride. Per questo ti auguro che un giorno anche tu possa conseguire le stesse cose del tuo amico re! Te le auguro di cuore, prossimo comandante!»

«Grazie, generoso medico Ipione! Ma voglio farti presente che poco fa, quando ho parlato di principessa finta, non intendevo dire che mi rincresceva sposare una donna del genere, né tanto meno ho voluto screditarla in qualche modo. Io cerco una donna che sia principalmente onesta, buona e caritatevole. Se poi ella è anche bella, tanto meglio! Come si sa, nel matrimonio un po' di bellezza non guasta. Quanto ai titoli nobiliari, debbo confidarti che essi non m'interessano. Allo stesso modo la pensa pure il mio amico Francide. Egli sposerà Rindella, per non essendo ella è una principessa.»

«Ma nella nostra città di Actina è stato sempre proibito al sovrano di sposare una donna che non fosse principessa. Sono certo che la Legge di Tutuano continua ad avere vigore tuttora! Per questo motivo, come farà il re Francide a sposare la donna da lui amata? Devi sapere che lo stesso suo genitore Godian non riuscì nel suo intento di sposare la sua affascinante Flesia, la graziosa donna che egli amava alla follia!»

«L’odiosa legge, a cui ti sei riferito, Ipione, non vige più nella città di Actina. Il mio amico re, diciamo con una prova di forza, è riuscito a farla abrogare dalla classe sacerdotale. Ma sarebbe molto lungo mettermi a parlare adesso dell’intera vicenda, con tutti i suoi risvolti politico-religiosi che ne sono derivati! La cosa importante è che finalmente tale pessima legge non c’è più nella Città Santa. Perciò ogni sovrano actinese, da oggi in avanti, potrà sposarsi con la donna che desidera. Anche con la più povera e la più umile della città! Adesso hai appreso anche quest'altra novità!»

«Comandante, sono molto contento per l’attuale nostro sovrano Francide! Magari avesse agito allo stesso modo anche suo padre, il quale non ebbe fortuna in questo! Il poveretto fu costretto a rinunciare alla donna che amava follemente. Non bastando ciò, egli fu fatto assassinare dal fratello. Ma adesso, Astoride, se me lo consenti, avrei da fare due chiacchiere a quattr'occhi con Godesia. Ti dispiace se mi apparto con lei?»

«Nessuno te lo impedisce, nobile Ipione. Nel frattempo che tu parli con la ragazza, m’intratterrò con le tue due splendide figlie. Io sono sicuro che sarà molto piacevole conversare con loro. Esse si presentano ancora un incanto, nonostante la loro età matura! Davvero mi complimento con loro e con il padre che le ha generate!»


Quando si furono appartati una ventina di metri, Ipione parlò così alla ragazza:

«La tua età, Godesia, lasciami fartelo presente, è da marito già da tempo, per cui Astoride potrebbe rappresentare per te un ottimo partito. Ma, prima che mi abbassi a fare da paraninfo tra voi due, vorrei sapere qual è il tuo giudizio su di lui. Ossia, vorrei che tu mi dicessi se il giovane ti è simpatico e sei anche tu interessata a lui!»

«Non puoi, medico Ipione, pretendere che io ti risponda su due piedi, visto che è da poco che ho conosciuto il galante giovane. A ogni modo, non posso negarti che egli m'ispira fiducia e provo già una grande simpatia verso di lui. Sì, non avverto alcuna ripulsione nei suoi confronti, se è di ciò che vuoi accertarti, rivolgendoti a me!»

«Volevo sentirti dire proprio quanto mi hai testé dichiarato, Godesia, prima d'incoraggiare il giovane Astoride a farti la corte e a dichiararti il suo amore. Tanto so di sicuro che egli è già innamorato cotto di te! Il mio istinto psicologico me ne dà la certezza e mi fa presentire che tra voi due nascerà presto un grande idillio. Perciò, quando tra poco raggiungeremo gli altri, dovrai lasciar fare tutto a me! Intesi?»

«Invece, Ipione, prima voglio che tu mi prometta di non fare troppo l'invadente e che lasci ad Astoride l'iniziativa di dichiararmi il suo amore. Altrimenti, non accetterò che tu t’intrometta in modo troppo apertamente nel nostro nascente rapporto! Mi sono spiegata abbastanza, riguardo a questa nostra faccenda? Spero proprio di sì!»

«Ebbene, hai la mia parola, Godesia! Io mi limiterò esclusivamente a un appianamento della situazione, cioè gli farò da vero trampolino di lancio. Per il resto, penserete voi due a manifestarvi in che modo intendervela! Giovani come siete, non dovrebbe esservi difficile comunicarvi i vostri sentimenti del momento! Buona fortuna!»

Dopo che il medico Ipione e la ragazza furono rientrati nel gruppo, essendo trascorso un quarto d'ora, Astoride, anziché lasciar prendere l’iniziativa all'illustre medico, fu lui ad aprire bocca per primo. Infatti, con l’intento di anticiparlo nella nuova discussione, senza perdere tempo incominciò a fare alla ragazza il seguente discorso:

«Lo sai, graziosa Godesia, che il mio amico Iveonte, in ogni circostanza, mi lascia ogni volta di stucco, siccome riesce sempre a precorrere i tempi? Le sue ipotesi e le sue deduzioni su un determinato fatto, anche se espresse con un largo anticipo, alla fine finiscono sempre col corrispondere alla verità. Ebbene, oggi mi sento anch'io in grado di fare come lui. Per questo sono disposto a scommettere che il medico Ipione, dopo averti fatto presente che io sono un buon partito per te, ha voluto anche sapere da te se ti sono simpatico, ancor prima di favorire il nostro approccio e incoraggiarmi a corteggiarti. Allora, sono riuscito a emulare assai bene il mio amico, a cui devo molto? Oppure mi sono solo illuso di poter comportarmi come lui, facendo cilecca?»

«Astoride, non ti sei sbagliato nemmeno di una virgola! Debbo ammettere che sei stato straordinario nel renderti conto della situazione e nell'analizzarla nella sua effettiva realtà. Ma prima che me lo chieda tu, voglio anche dirti che cosa gli ho risposto, quando Ipione ha voluto sapere da me se mi eri stato simpatico al nostro primo incontro. Se ci tieni a conoscerla, la mia risposta è stata affermativa. Anzi, ora sento anche di poterti attestare che, attimo dopo attimo, in me va nascendo nei tuoi confronti qualcosa che va ben oltre la semplice simpatia. Infatti, inizio ad avvertire una strana sensazione che tende a dirigere la totalità dei miei pensieri nella tua direzione. Essa già mi fa quasi desiderare di essere tra le tue braccia, per sentirmi tua e per sentirti mio in pari tempo! Ritengo che più chiara di così non sarei potuta esserti!»

«Hai proprio ragione, Godesia, a dirmi che meglio di così non avresti potuto farmi la tua dichiarazione d’amore! Allora, dal momento che sei stata schietta con me, anch’io voglio essere abbastanza franco con te. Fin da quando ti ho scorta sul carro con le figlie del medico, mi sono sentito attrarre da te. Non avrei mai creduto che lo sguardo di una donna potesse accendere in me il sentimento dell'amore, visto che è proprio quello che io provo nei tuoi riguardi. Sì, non ci speravo più, dopo le tante disavventure che mi avevano bersagliato per lunghissimi anni, le quali mi avevano anche spinto a non avere più alcuna fiducia nel mio prossimo. Solo dopo aver incontrato i miei due amici Iveonte e Francide, si è acceso in me un barlume di fiducia e di speranza verso gli altri miei simili. Nel mio animo, comunque, il sentimento dell'amore si mostrava ancora assai arido e privo di ogni probabilità che vi potesse attecchire. Soltanto oggi, dopo aver conosciuto te, finalmente riesco ad avvertirlo, con tutto il suo ardore e con una grande smania di viverlo insieme con te! Ti ringrazio, mia adorabile fanciulla, per averlo fatto nascere così intensamente dentro di me!»

«Bene! Bene!» s'intromise allora Ipione nella conversazione dei due giovani «Vedo che i piccioncini hanno fatto già tutto da soli. Per tale motivo, non serve più quanto mi ero proposto di fare per voi, allo scopo di facilitarvi il compito di dichiararvi manifestamente e di esprimervi a vicenda i vostri intimi sentimenti. Siete stati entrambi due fulmini a venire al sodo, bruciando tutte le tappe intermedie! A questo riguardo, voglio anch'io essere leale con voi due: se ci tenete a saperlo, il vostro fidanzamento, visto che esso è già avvenuto, mi riempie di gioia. Inoltre, devo dichiararvi che insieme, voi due, formate davvero una coppia invidiabile! A questo punto, stando così le cose, non posso fare altro che augurarvi tantissima felicità e tanti figli maschi!»

Fu così che Astoride si ritrovò ad avere pure lui una ragazza, quella che egli si era sentito di amare, fin dal primo istante che l'aveva scorta sul carro. Improvvisamente, egli era rimasto colpito dal suo sguardo, essendo esso dolce e lusinghiero, oltre che dal suo fascino maliardo e incantatore. Per cui quel giorno stesso, in preda a una felicità incontenibile, il giovane decise di presentare la sua Godesia all'amico Francide. Voleva addirittura condurla a corte in quel momento stesso per fargliela conoscere immediatamente. Poi, dando ascolto a Ipione e alle sue figlie, acconsentì ad accompagnarla prima al palazzo del medico, dove Selinda e Zeira badarono a renderla più presentabile. Esse la resero così diversa nel suo aspetto esteriore e nell'abbigliamento, naturalmente più bella e seducente, che, a lavoro terminato, Astoride stentò perfino a riconoscerla. Ma prima che i due innamorati si mettessero in cammino verso la reggia, Ipione desiderò far conoscere al giovane alcuni fatti rilevanti sulla ragazza. Essi, a suo parere, erano da considerarsi di primaria importanza. Perciò, dopo averlo tratto in disparte nel cortile del palazzo, egli si diede a parlargli in questa maniera:

«Astoride, ho da rivelarti un segreto che riguarda la tua ragazza. In verità, neppure Godesia lo conosce ancora, poiché fino a oggi ho evitato di metterla al corrente di esso. Ma ti assicuro che quanto sto per riferirti corrisponde alla pura verità e non è affatto frutto della mia immaginazione. In merito, ti do la mia parola di uomo d'onore! Anche le mie due figlie ne sono state sempre a conoscenza da moltissimi anni.»

«Sentiamo, Ipione, di quale misterioso segreto si tratti! Ma ti avverto che, qualunque esso sia, non influenzerà affatto la relazione che ho appena allacciato con la mia Godesia, che già sento di amare alla follia. Da questo momento, niente e nessuno potrà mai togliermela dalla mente, dopo averla finalmente trovata per puro caso!»

«Non preoccuparti, Astoride, perché il suo contenuto ti risulterà piacevole e non spiacevole: te lo assicuro! L'unico problema è che tu potresti trovare assurdo ciò che tra breve ti svelerò. Anzi, non lo riterranno meno paradossale coloro che a corte molto presto ne verranno automaticamente coinvolti. Comunque, si tratta di una verità che nessuno potrà mai smentire! Perciò ascolta bene quello che sto per rivelarti!»

«Allora, Ipione, ti decidi a svelarmi questo benedetto segreto, siccome ho premura di raggiungere il mio amico re a corte per presentargli la mia adorata Godesia? Soltanto così potrò giudicarne il contenuto e decidere sulla sua attendibilità o meno! Allora sbrìgati, per favore, poiché il tempo a mia disposizione scarseggia. Eccome!»

«Bene, vengo subito al dunque, Astoride! Puoi dire al tuo amico, il nostro sovrano, che non c'è bisogno di fare adottare Godesia dalla madre, allo scopo di farla diventare sua sorella e concedertela poi in moglie. La ragazza è già sua sorella naturale! Come tale, perciò, ella è una principessa in piena regola e può anche fartela sposare, diventando così tuo cognato! Non ti sembra una bella notizia questa che ti ho data?»

«Ma ti ha dato di volta il cervello, nobile Ipione, per venire a raccontarmi una balla simile!? E pretenderesti anche che io me la beva? Oppure t'illudi che ci crederanno il mio amico Francide e sua madre, la nobildonna Talinda? Puoi scordartelo! Anche se la cosa mi farebbe un mondo di piacere, se corrispondesse al vero! Quindi, lasciamo perdere e facciamo come se tu non me ne avessi mai parlato! Mi sono spiegato?»

«La tua reazione, Astoride, era già stata prevista da me. Ma non hai forse asserito anche tu che Francide e Godesia si somigliano in modo sbalorditivo? Ebbene, tale grande somiglianza già dovrebbe fartelo credere, senza avere alcun dubbio sulla loro fratellanza! Non ti pare che io abbia ragione, grazie anche a questa evidente verità?»

«Senz'altro, Ipione, dovrebbe essere proprio, come tu affermi! Ma la somiglianza tra due persone è una cosa ed essere autentici fratelli è un'altra! Così la penso io!»

«Invece, Astoride, ti assicuro che in loro scorre lo stesso sangue paterno, poiché sono stato io ad aiutarli a venire alla luce entrambi. Il re Francide e Godesia sono figli dello stesso padre, ossia del defunto re Godian. Devi sapere che il primogenito del re Nortano, quattro anni prima di conoscere e sposare la principessa Talinda, aveva conosciuto una ragazza di umili condizioni, di nome Flesia, e se n'era invaghito follemente. Ebbene, Godesia è il frutto di quel loro amore. Sappi che non ti sto riferendo queste cose, per averle sentite da altri. Me ne guarderei! A quel tempo, Flesia viveva nella mia casa, cioè tra queste mura domestiche. Perciò potei seguire da vicino il loro amore e l'evolversi di esso. Il nome Godesia fu dato alla bambina dalla stessa madre, fondendo insieme il nome del suo amato e quello proprio. Quanto al re Godian, egli, sapendo che la sua Flesia era morta, non venne mai a conoscenza della nascita della propria figlia. I regnanti di Actina, però, allora ne erano entrambi al corrente!»

A quelle eclatanti rivelazioni d’Ipione, Astoride non se la sentì più di contrapporre alcuna argomentazione che tendesse a sfaldarle e a demolirle. Ma poi, lasciato il medico da solo, senza neppure proferire una singola parola, raggiunse la sua ragazza. Immediatamente dopo, egli, prendendola per mano, si precipitò insieme con lei dall'amico re Francide. Strada facendo, egli appariva alquanto pensieroso; mentre il suo volto si mostrava visibilmente turbato, per essere rimasto scosso dalle incredibili confidenze del tutore di Godesia, essendosi dimostrate delle rivelazioni scioccanti. Nello stesso tempo, a dire il vero, nel suo intimo il giovane bramava tantissimo che il sogno, davanti al quale lo aveva messo l'anziano medico, si tramutasse in una dolce realtà e lo facesse diventare in quel modo l'autentico cognato dell’amico sovrano di Actina!