CAPITOLO X

TRAGICO EPILOGO DI UNA STORIA D'AMORE

Il sole era splendente ovunque e infondeva vigore nella natura sottostante, quando il principe Godian si era presentato nella camera della sua amata Flesia. Nel trovarla ancora a letto, egli si era meravigliato; ma non in maniera tale da impensierirsi seriamente. Ma, dopo che si era avvicinato a lei, il giovane all'istante aveva letto nei suoi occhi sia l'inquietudine che la sofferenza, per cui si era alquanto allarmato. Il suo sguardo gli era risultato del tutto nuovo; anzi, gli si era rivelato terribilmente strano. Inoltre, i pensieri, mentre vi ondeggiavano sinistramente, apparivano inafferrabili e arcani. Allora, preoccupandosene, egli le aveva domandato molto premuroso:

«Che cosa ti succede stamattina, mia dolce Flesia!? Forse non ti senti bene, amore mio? Mi sembra proprio che tu stia fuori di te e totalmente assente dalla realtà che ti circonda! Ti scorgo quasi vagare con gli occhi nel buio dell'oltretomba, come se tu già ci avessi fissa dimora! Allora, tesoro mio, mi dici cosa ti fa essere come ora ti vedo?»

La ragazza, allo scopo di tranquillizzarlo, non aveva potuto fare a meno di tenergli nascosto il suo dramma interiore. Inoltre, con voce sommessa, gli aveva risposto:

«Non ho niente, mio caro Godian, poiché sto benone e non mi opprime alcun male, come stai pensando. Anzi, faresti meglio ad avvicinarti di più a me! Prima, però, togliti di dosso quelle brutte armi che appesantiscono il tuo corpo. Non so perché, ma esse stamattina mi fanno un certo orrore e non le sopporto per niente addosso a te!»

Dopo avere appagato il desiderio della sua Flesia, il giovane si era chinato su di lei per darle il buongiorno con il solito bacio ardente. Allora ella ne aveva approfittato per cingergli il collo con le braccia. Poi, mentre si teneva strettamente aggrappata a lui, quasi volesse restarci per sempre in quella posizione, lo aveva tirato ancora di più verso di sé. Facendo ciò, gli aveva esclamato con un tono che pareva elegiaco:

«Stringimi fortemente a te, mio dolce Godian, e non lasciarmi mai più! Avverto in me un tremendo freddo, perciò ti chiedo di riscaldarmi tu con il tuo caldo amore! Sì, oggi desidero che tu mi possieda tutta, come se fossi già la tua consorte, poiché ho tanta brama di te e del tuo corpo! Liberami, almeno per un istante, dal grande male che dentro di me ormai furoreggia e non smette di torturarmi in modo terribile!»

All’invito di lei, Godian le aveva ubbidito in un attimo, bramandolo anch'egli da molto tempo. Così i due innamorati si erano congiunti come non mai; si erano fusi in un amplesso paradisiaco, il quale produceva in loro delle ritmiche e piacevoli sensazioni di godimento incontenibile. Sì, essi avevano cominciato a vivere degli attimi incantevoli ed esaltanti che si manifestavano i più magici della loro esistenza. In quella circostanza stupenda, i due giovani si erano visti trascinare nel meraviglioso mondo della delizia, dell'appagamento totale dei sensi e dello spirito, poiché ora esso vibrava di forti emozioni. Vivendo nella nuova estasiante realtà, la loro mente si era svuotata di ogni problema e di ogni contrarietà; mentre il loro animo non avvertiva più alcun affanno. Anzi, repentinamente, i due amanti si erano ritrovati nel regno delle idealità più pure, più sublimi e più inebrianti. L’attuale mondo fantastico, nel quale si stava adesso svolgendo la loro esistenza, riusciva a realizzare per l’uno e per l’altra dei momenti di gioia sovrumana, permettendo a entrambi di vivere un amore completamente nuovo e al di fuori di ogni rituale schematismo. Esso, a un tratto, era risultato l’intima compenetrazione del materiale con lo spirituale, del sensibile con il soprasensibile, del temporale con il sopratemporale. Soprattutto alla ragazza, tale amore risultava un’esperienza fascinosa e magica, dal momento che riusciva a catapultarla nell’oasi incontaminata di un gaudio soprannaturale. Perciò i contrasti interiori e le fobie più assurde, che prima la obbligavano con impietosità a macerarsi, all'improvviso si erano dissolti nel suo animo ed erano stati cancellati dalla sua mente, permettendole di vivere nell'ascetismo più assoluto e di estraniarsi da ogni patema.

Quando alla fine si era spento in loro il veemente impeto della passione ed essi avevano riassunto il composto atteggiamento di prima, Flesia aveva finto di accusare dei forti capogiri e di stare tremendamente male. A quel suo malore, Godian si era spaventato a tal punto, da precipitarsi subito a chiamare il medico Ipione, quasi fosse stato un fulmine. Allora la ragazza, approfittando della momentanea assenza del fidanzato, si era impossessata del suo pugnale. Così, proprio mentre il principe e il medico stavano per varcare la soglia della sua stanza, senza esitare neppure un istante, ella aveva vibrato un forte colpo in direzione del suo cuore, rovesciandosi poi sul pavimento tramortita. Ella aveva agito in un attimo, senza dare al suo ragazzo il tempo di ordinarle di non farlo, poiché aveva temuto che avrebbe potuto ubbidirgli.

Godian e Ipione, di fronte a quello spettacolo così agghiacciante, dapprima erano rimasti allibiti; un attimo dopo, però, avevano cercato di soccorrere Flesia. Essi l'avevano sollevata con cura da terra e l’avevano adagiata sopra il letto, il quale era rimasto ancora tiepido. Ma la morte, come sembrava, stava già penetrando con infiltrazione inarrestabile nel corpo della fanciulla, il cui volto iniziava a diventare quasi cereo. A quel punto, ella, abbozzando un dolce sorriso al suo innamorato, gli aveva esclamato: "Perdonami, mio adorabile Peg, per il terribile dolore che ti sto arrecando, anche se non lo meriti! Ti prometto che questo stupendo mattino di gioia eternamente lo serberò con cura dentro di me, poiché farà da faro al mio immenso amore per te! Sì, esso giammai distoglierà la mia mente dalla tua persona e manterrà saldamente uniti i nostri spiriti nello scorrere infinito dei secoli!" Dopo aver pronunciato tali parole con il sorriso sulle labbra, la sventurata ragazza si era accasciata sul letto, con il capo riverso sopra il guanciale. E se la vita era parsa che si fosse definitivamente spenta nelle sue membra, la gioia invece aveva seguitato a brillare nei suoi occhi luccicanti!

Il medico allora, dopo averle tastato il polso e abbassato le palpebre, mostrandosi visibilmente dispiaciuto per il triste evento e abbracciandolo con profondo cordoglio, si era espresso in questo modo all'amico che ora era immerso in un cupo silenzio:

«La tua Flesia è morta, principe Godian, per cui non posso fare più niente per lei! Consentimi di esprimerti le mie più sentite condoglianze! Pace alla sua anima benedetta e che il divino Matarum l'accolga nella sua luce eterna, dal momento che ella lo merita più di ogni altra donna al mondo, per la sua bontà e per le sue sventure!»

Davanti al corpo inanimato della sua Flesia, all'inizio il giovane era stato preso da un folle dolore e da una terribile disperazione. Poi egli si era sentito come disfarsi in un vuoto e in un nulla sconfinati; ma anche aveva avvertito una sensazione di gelo e di brivido. Infine il poveretto era stato colto da un vero delirio, sotto l’effetto del quale egli aveva pianto così bene la sua ragazza ormai estinta, che aveva fatto commuovere e lacrimare perfino il maturo medico Ipione. Costui, poco dopo, si era adoperato per infondere una certa dose di coraggio nel distrutto giovane, cercando di distrarlo quanto più possibile dalla mesta immagine della sua carissima Flesia, la quale era oramai senza vita. Con le sue parole, l'inossidabile uomo voleva evitare che il principe la imitasse, commettendo qualche pazzia identica a quella della sua adorata ragazza.

Ritornato a essere di nuovo calmo e ragionevole, l'affranto Godian si era rivolto all'amico medico di corte e, con un tono molto abbattuto, gli aveva domandato:

«Perché mai lo avrà fatto la mia Flesia, se con me si trovava benissimo e stava vivendo felicemente? Tu mi sai dire qualcosa in merito, nobile Ipione? Oppure dovrò restarne all'oscuro, senza mai conoscere la verità sul suo odierno gesto inconsulto?»

«Ne so meno di te, principe Godian.» gli aveva risposto il medico Ipione, mostrando un certo disagio nel parlargli, poiché sapeva che gli stava mentendo «È noto che l'essere umano a volte si rivela tanto misterioso quanto imprevedibile, come questa mattina è accaduto anche alla tua povera Flesia! Bisogna avere soltanto pazienza!»

In verità, il medico avrebbe voluto rispondergli che la sua Flesia si era suicidata, solo perché si era dimostrata una donna esemplare e un'autentica eroina. Ella si era sacrificata per la salute del re Nortano e per il bene del popolo di Actina! Ma egli, per il giuramento che aveva fatto alla regina, non aveva potuto rivelargli queste cose. Il maturo patrizio aveva compreso che l’eroica ragazza aveva intravisto nel proprio sacrificio la soluzione di tutti i problemi che erano derivati al regno di Actina dall’amore del principe Godian per lei. Allora, senza darsene pena e in modo inesorabile, la sventurata aveva voluto porvi rimedio nell'unico modo da lei considerato possibile, ossia con la sua morte prematura! Così si era tolta la vita, senza pensarci due volte.

A un dato momento, il principe Godian, sforzandosi come poteva, aveva voluto dare alla sua amata un ultimo ardente bacio sulla fronte, perché esso l'accompagnasse nella tomba. Quando poi si era rialzato dalla salma della sua Flesia, mostrando una grande pena nel cuore, egli sommessamente aveva dichiarato all'amico medico:

«Non me la sento di restare un minuto di più presso il capezzale della mia amata Flesia priva di vita. Se restassi ancora presso il suo corpo esanime che mi appare come se dormisse, finirei per impazzire. Io debbo andarmene subito in un altro posto e darvi sfogo a tutto il mio dolore e a tutta la mia disperata tragedia, poiché l'uno e l'altra mi rodono terribilmente dentro. Forse vi rimarrò delle ore, forse dei giorni, oppure dei mesi. Io non te lo so dire, mio buon amico! Perciò ti chiedo di pensare tu al suo funerale. Ti raccomando di non far mancare alla mia Flesia delle ottime onoranze funebri e una degna sepoltura, quali si addicono a una grande regina, siccome ella sarebbe stata sicuramente al mio fianco, se non si fosse data al suo suicidio!»

«Certo, mio nobile principe,» gli aveva risposto il medico in preda alla commozione «penserò io a tutto quanto occorrerà per le solenni esequie! Vedrai che per lei farò celebrare quelle che mai nessuna donna ha avuto per sé alla sua morte; invece, per tomba, le farò avere un sepolcro monumentale solenne e degno di una vera regina!»

Rassicurato dal medico in merito alla sepoltura di Flesia, Godian, dopo essersi riabbracciato con lui, si era allontanato dalla sua casa, evitando di vedere e di salutare tutti i suoi amici e i suoi conoscenti che vi abitavano. Il principe si era comportato in quel modo, solamente perché aveva ritenuto che la sua sofferenza fosse già abbastanza ingente, per volere scorgerne dell'altra nei loro sguardi smarriti e afflitti.


A tre anni dalla morte della sua amata Flesia, il principe Godian non si era ancora ripreso dal suo dolore. Egli aveva continuato a conservarsi la sua Flesia nella mente e nel cuore. Il ricordo di lei non smetteva di procurargli un forte rimpianto e una profonda mestizia. L’erede al trono, in tutto quel tempo, si era estraniato interamente da ogni cosa e aveva vissuto una vita solitaria. Egli si era limitato a rispondere quasi sempre con pochi monosillabi alle varie domande che i suoi genitori e qualche amico avevano dovuto rivolgergli. Ogni volta le sue risposte erano state telegrafiche, poiché si era espresso con il minimo indispensabile di parole, non avendo voglia di parlare con nessuno e di nessuna cosa, da quando il suo amore era sparito dalla sua vita.

In seguito, poiché si sposava il suo primogenito, Scitone, il re di Statta, aveva invitato ai festeggiamenti nuziali i sovrani di tutta l'Edelcadia. Approfittando di quell'evento, il re Nortano aveva pensato d'inviare in sua vece il figlio Godian. Con tale decisione, egli aveva cercato di smuoverlo da quel suo clima d'indifferenza e di glacialità che si era inflessibilmente impadronito di lui. Allora, facendo stupire il genitore, egli non si era opposto alla proposta paterna ed era partito alla volta della città di Statta con una scorta di soldati e con i doni per gli sposi novelli. A dieci miglia dalla loro meta, però, gli Actinesi si erano imbattuti in un aspro combattimento tra la scorta del re di Stiaca e un numero soverchiante di predoni. Allora il principe Godian aveva dato ordine ai suoi soldati d'intervenire in aiuto degli Stiachesi. Così, con una carica fulminea ed efficace, egli era riuscito a sbaragliare in brevissimo tempo gli aggressori famelici. In quello scontro, il primogenito del re Nortano aveva anche dato modo a quanti vi partecipavano di stimare le sue ottime capacità di stratega e di combattente.

Bisogna far presente che anche il re Edrio stava raggiungendo Statta per lo stesso motivo, conducendo con sé la bellissima figlia Talinda. La principessa stiachese, con il suo saper fare, in meno di un giorno, si era conquistato il cuore del giovane Godian. Inoltre, si era fatta sposare da lui l'anno seguente, precisamente dieci giorni prima che decedessero il re Nortano e la regina Cluna. Le cui morti c’erano state nel medesimo giorno, sorprendendo con grandissimo dolore il popolo actinese, il quale aveva partecipato alla cerimonia funebre dei suoi sovrani commosso e piangente, siccome lo amava e lo rispettava immensamente. Ma dieci giorni dopo c'era stata anche l'incoronazione del principe Godian, che era successo sul trono al padre re Nortano.

Dopo essere stato Incoronato re di Actina, il re Godian aveva iniziato a governare saggiamente il suo popolo. Egli si era dato a favorire specialmente le fasce più umili della popolazione, per cui gli Actinesi lo osannavano e lo magnificavano in qualunque quartiere della Città Santa. Allora ogni cosa era diventata nuovamente felice e sorridente per lui, specialmente dopo che la moglie Talinda aveva generato un bellissimo maschietto, al quale era stato dato il nome di Francide. Ma egli era completamente all'oscuro che nella reggia e nel tempio si stava complottando contro la propria persona, da parte sia di suo fratello Verricio che di Chione, il Sommo dei Sacerdoti. Infatti, in quella sporca congiura, essi si erano alleati. Il primo lo faceva per l'avidità del trono; mentre il secondo ruminava da tempo la sospirata vendetta contro colui che aveva sempre ritenuto il responsabile della morte di suo nipote, il nobile Adrino.

Così, a un mese esatto dalla nascita del suo primogenito, il re Godian era rimasto vittima di un attentato, i cui autori avevano mirato a eliminare anche il piccolo Francide. Perciò la notte successiva il principe Verricio lo aveva consegnato nelle mani dell'ancella Urtesia, affinché lo portasse lontano da Actina e lo uccidesse. Ma, come già siamo al corrente dei fatti relativi a tale vicenda, la donna non era riuscita ad ammazzarlo con le proprie mani perché una tigre glielo aveva sottratto, prima ancora che ella potesse compiere il brutale infanticidio. Soltanto dopo aver visto la belva feroce portarselo via, tenendolo tra le sue fauci, l'ancella actinese aveva fatto ritorno alla Città Santa. Pervenuta alla reggia dopo oltre un bimestre, ella aveva garantito al suo mandante che il principino era da considerarsi spacciato per sempre; ma si era rifiutata di spiegare a qualunque persona in che modo egli fosse stato ucciso da lei.

Ai funerali del giovane re Godian, i quali si erano avuti un mese dopo, precisamente il giorno successivo alla scomparsa del piccolo Francide, era intervenuto anche il suocero Edrio, il re di Stiaca. Egli subito aveva sospettato che, nell'assassinio del genero, ci fosse stata una macchinazione del principe Verricio. Anzi, egli ne era così convinto, che, prima di congedarsi dalla figlia e di lasciare la Città Santa, aveva voluto avere un incontro a quattr'occhi con il secondogenito del defunto re Nortano. Durante il quale, il sovrano stiachese gli aveva dichiarato senza peli sulla lingua quanto segue:

«Lo strano assassinio del valente tuo fratello non mi convince affatto, principe Verricio. Se lo vuoi sapere, nutro dei forti sospetti sulla tua persona, ritenendoti il primo responsabile della morte del re Godian e della scomparsa di suo figlio Francide. Perciò, prima di partire per la mia città, ti voglio ammonire che, se dovesse accadere qualche disgrazia anche alla mia figliola, non esiterei a muoverti guerra, allo scopo di fartela pagare caramente. E tu sai che la mia decisione di dichiararti guerra obbligherebbe pure gli altri re edelcadici miei alleati a fare lo stesso nei tuoi confronti! Nella circostanza, quindi, ti sta bene il detto "uomo avvisato mezzo salvato!"»

La minaccia del padre della cognata aveva obbligato il principe Verricio a rinunciare a voler diventare re di Actina, senza congiungersi in matrimonio con la moglie del fratello, ma facendola uccidere. Per questo egli, accettando di diventarlo come la legge prevedeva, aveva intrapreso la strada del corteggiamento per farsi sposare dalla vedova Talinda e divenire in quel solo modo possibile re della Città Santa. Ma ciò non era avvenuto, avendo peccato d’ingenuità nel confessarle che, per la futura tranquillità di entrambi, era stato costretto a incaricare l'ancella Urtesia di sopprimere fisicamente il piccolo Francide. Così, nonostante la vedova sua cognata si fosse rifiutata di sposarlo, il principe Verricio, memore della minaccia del padre di lei, non era ricorso al suo assassinio. Egli aveva temuto sul serio che l'uccisione della regina Talinda potesse indurre tutte le altre città edelcadiche ad assediare la sua Actina.

All’insegna di una grande sciagura, ossia della tragica fine della simpatica Flesia, ammesso che ci sia stata per davvero, abbiamo visto concludersi l'avvincente storia dell’eccezionale genitore di Francide. Alla quale era seguita, dopo un quadriennio, la morte del suo adorato Godian, che era stata commissionata dal fratello Verricio. Il lettore, comunque, nel caso che intenda sincerarsi se la ragazza è effettivamente morta, è obbligato a leggere i restanti quattro capitoli della storia. Prima, però, egli deve essere messo a conoscenza che il piccolo Francide non aveva trovato la morte, come tutti credevano, per cui dopo anni ritorna ad Actina con i suoi amici Iveonte e Astoride, dove vendica il padre Godian e viene incoronato re della Città Santa. La storia, quindi, riprende quando Godian è già sovrano di Actina e il suo amico Iveonte è dovuto ritornare a Dorinda. A ogni modo, siccome la storia d'amore di Godian e Flesia fa parte dell'immensa saga di Iveonte, il lettore potrà approfondire i suoi tre personaggi principali, ossia Iveonte, Francide e Astoride, dandosi alla lettura della saga citata.