di Luigi Orabona

 

 

Paradosso

Con nostalgia rivado agli anni
della mia trascorsa fanciullezza,
quando io e i miei compagni,
sotto un portone rannicchiati
e con i denti che battevano
per il rigido freddo invernale,
a turno ci trasformavamo
in avvincenti cantastorie;
quando il companatico,
che accompagnava ogni giorno
il nostro tozzo di pane raffermo,
aveva per nome miseria.


A quel tempo, colmi di gioia,
anche ci costruivamo i balocchi
con le nostre esperte mani,
dei quali eravamo soliti
mostrarci fieri come non mai,
poiché bastavano essi soltanto
a riempire il nostro cuore
di una felicità talmente grande
che ci sprizzava perfino dai pori.

Non c'era spazio alcuno allora
per l'indolenza e per la noia
che in verità non sapevamo
neppure cosa esse fossero,
siccome in continuazione
ci dimostravamo dei veri vulcani
dalle mille inesauribili risorse,
essendo votati ogni giorno,
a volte perfino a tempo pieno,
ai nostri fantastici progetti,
che non potevano venir meno
nella nostra mente sempre sveglia.

Dopo che alcuni di essi
venivano da noi realizzati
e smettevano così di suscitare
il nostro vivo interesse,
già ce n'erano altri in fermento
nella nostra fervida fantasia
che si mostravano impazienti
di prendere il loro posto.

Oggi invece i nostri bambini,
pur disponendo di tanti giocattoli
che oserei definire da sogno,
provenendo essi dalla magia
di un'era informatica strabiliante,
non ne sono lo stesso paghi;
senza neppure dedicarsi a esso,
in poco tempo prendono a noia
ogni gioco che viene loro donato,
perfino quello più divertente;
parimenti detestano ogni cibo,
compreso quello che un tempo
avrebbe per noi rappresentato
una leccornia da mille e una notte!