di Luigi Orabona

 

 

Perciò soffro

Per niente, come mi risulta,
è disposta la gente a capirmi,
ad accettare la mia esigenza
di scrivere e comporre versi
come un'intima passione
che mi è di vitale importanza,
poiché affonda le sue radici
nelle viscere profonde
del mio animo travagliato.

Essa non vuole, quindi,
assolutamente immedesimarsi
con la mia reale situazione;
perciò di continuo si ostina
ad osteggiarmi a ogni costo
e vorrebbe quasi obbligarmi
a deporre quella penna
che, quando la impugno,
diventa l'amica mia migliore.

Nessuno, a quanto pare,
tra i miei amici e parenti,
si mostra disposto ad avanzare
l’ipotesi anche più remota
che in me ci possa essere
un pizzico di genialità;
la qual cosa giustificherebbe
quel mio impulso a scrivere
che appare loro maniacale.

Sempre invece viene intesa
come autentica follia
la mia voglia irresistibile
di tonificare il mio spirito
con un bel bagno salutare
di narrativa e di poesia;
di conseguenza, per ognuno
vengo io a rappresentare
un miserabile demente
degno di commiserazione.

Così soffro dentro di me,
mi dispero e mi distruggo;
vorrei salvare la mia anima
dalla sua cupa malinconia,
la quale ne opprime l’ardore
e ogni vigorosa sua energia
va affievolendo ed esaurendo,
al fine di vederla ridotta
al limite della sopravvivenza.